Un grande giornalista scomparso soleva dire: ” Se non guardi dietro le notizie rischi di bruciarti”

Imporre il silenzio sul mare. Intercettati i giornalisti che si occupano di Libia.

L’ultima vicenda riguarda l’intercettazione irrituale, se non illegale, di Nancy Porsia, persona non indagata, giornalista impegnata sul campo, le cui fonti (anche quelle in un paese dove non sono affatto garantiti i diritti umani) sono messe a rischio, il cui lavoro indipendente è messo in discussione. Oltre a lei sono finiti “nella rete” delle cimici della procura anche Nello Scavo e Francesca Mannocchi, forse responsabili di aver portato alla luce i solidi legami tra il governo italiano e i signori della guerra e del traffico di esseri umani, sin dai tempi di Minniti e per questo essere ad oggi sotto scorta.

Aveva ragione quel giornalista. Per capire cosa è successo a Trapani ci vuole molta tecnica. Non sarà facile capire cosa veramente è stato fatto. Una cosa è chiara: qualcuno ha abusato del suo potere usando il metodo delle intercettazioni senza essere autorizzato . Poi, i brogliacci, come dicono dalla Procura, non sono stati usati. Cosa contenevano ? Lo sapremo mai? La vicenda assume ogni giorno di più i connotati di un film del famoso regista Costa Gavras, autore di film che denunciavano sistemi giudiziari che con il diritto hanno poco a che fare.

Eppure della vicenda ONG e del sequestro della nave “Iuventa” la Procura di Trapani nel 2017 non ne fece mistero. La Stampa di regime scrisse tanto sul lavoro della Procura di Trapani e Minniti

Una giornalista di Messina ORA nell’agosto del 2017 scriveva :L’ipocrisia sui migranti: da quando la solidarietà è un reato? La Caritas “non siamo ufficiali giudiziari”

Favoriva l’immigrazione ma “senza lucro e per altruismo” dirà il giudice a proposito della nave Juventa sequestrata all’Ong tedesca Jugend Rettet. I magistrati di Trapani l’hanno fermata a Lampedusa perchè avrebbe aiutato “migranti non in pericolo”.

Assistiamo per la prima volta alla configurazione del “reato umanitario”, stando al quadro accusatorio disegnato dal procuratore facente funzioni di Trapani, Ambrogio Cartosio, e dal pm Andrea Tarondo, che ha portato il gip Emanuele Cersosimo a disporre il sequestro preventivo dell’ ex peschereccio di 33 metri battente bandiera olandese.  “Favoreggiamento dell’immigrazione clandestina”, per ora “a carico di ignoti”: ma intanto nella zona SAR (di Search end Rescue) da due giorni c’è una nave in meno a perlustrare l’area, e aumenta il rischio di nuove stragi.

Il reato contestato sarebbe stato attuato attraverso “contatti con trafficanti libici”, documentati da immagini e da indagini sotto copertura della Polizia imbarcata sulla nave di Save the Children, specificando che lo scopo è “non per denaro” quanto più probabilmente per “motivi umanitari”.

Sulla stampa italiana anche i cattolici esprimevano una posizione precisa, con l’Avvenire che titolava “REATO UMANITARIO”  e di spalla la notizia delle forti preoccupazioni della Caritas per le conseguenze dell’applicazione del codice Minniti che ha introdotto nuove disposizioni per l’accelerazione dei procedimenti in materia di protezione internazionale.

Luciano Gualzetti, allora direttore di Caritas Ambrosiana disse all’epoca dei fatti: “Si tratta di un compito improprio che non possiamo sostenere e che modificherebbe la natura del nostro intervento pregiudicando il rapporto di fiducia instaurato con gli stessi ospiti”Se la solidarietà è un reato, saremo pronti a diventare criminali. Ma certamente non saremo complici di chi fa campagna elettorale sulla pelle dei migranti.

Minniti e le strane relazioni con i trafficanti libici

Nel monologo dedicato all’immigrazione Maurizio Crozza, durante una puntata di Fratelli di Crozza – Nove- commentava così la trattativa nascosta attuata dal Governo Gentiloni con i trafficanti libici: “Bravi anche quelli della sinistra eh? A noi Italiani non c’è bastata la trattativa Stato Mafia… siamo andati oltre, siamo arrivati alla trattativa Stato-Mafia libica.

Huffingpost titolava:

La trattativa segreta sui migranti: “Al Cara di Mineo gli italiani incontrarono il boss libico Bija”
la nave “Iuventa” della Ong tedesca Jugend Rettet è stata bloccata dalla Guardia costiera e condotta nel porto di Lampedusa. La nave, battente bandiera olandese, è stata sequestrata su disposizione del Gip di Trapani Emanuele Cersosimo su richiesta del pm Andrea Tarondo con l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina: i magistrati ritengono che ci siano contatti diretti con gli scafisti. E’ superfluo aggiungere che la Jugend Rettet, fondata l’anno scorso da ragazzi di Berlino, non ha firmato il codice di condotta, ma in questo caso la questione è più rilevante: la procura di Trapani sta allargando il raggio d’azione su alcune Ong dopo che, già da mesi, ha indagato una decina di membri dell’equipaggio di una nave di Medici senza frontiere.
 Il sequestro della “Iuventa”, infatti, riguarda un’inchiesta avviata nell’ottobre 2016. In un’audizione parlamentare dello scorso maggio il procuratore aggiunto di Trapani, Ambrogio Cartosio, precisò che l’indagine riguardava specificamente i membri dell’equipaggio e non Msf.

Ed ecco il botto dell’inchiesta da Avvenire

Il giornalista di Avvenire Nello Scavo(giornalista intrecettata dalla Procura) ha scoperto grazie a una fonte anonima che uno dei più violenti trafficanti di essere umani della Libia ha partecipato a un incontro riservato con autorità italiane che si è svolto in Italia il 27 maggio del 2017 al Cara di Mineo, vicino a Catania. Abd al-Rahman al-Milad – noto col soprannome di Bija – è stato accusato di essere il capo di una cupola di stampo mafioso nel suo paese d’origine. Un video del Times pubblicato a febbraio del 2017 lo ritrae mentre è intento a frustrare alcuni migranti soccorsi al largo delle coste libiche.

L’incontro

Scavo scrive che durante l’incontro, al quale hanno partecipato anche delegati nordafricani di alcune organizzazioni internazionali, l’Italia avrebbe negoziato con le autorità libiche il blocco dei migranti e dei profughi, e che Bija era stato presentato come “uno dei comandanti della Guardia costiera libica”. Il giornalista specifica che di lui non c’è traccia nel registro degli ingressi, ma aveva ottenuto un lasciapassare per studiare il funzionamento del Cara – chiuso nel luglio scorso – ed era arrivato sul posto “accompagnato” dalle autorità italiane. Con lui c’erano altri cinque libici, di cui una donna.

Bija non ha aperto bocca, ma gli altri della presunta delegazione hanno fatto molte domande sul centro e hanno proposto di realizzare qualcosa di simile in Libia, a carico dell’Italia: così, hanno detto secondo l’inchiesta, si sarebbe potuto risparmiare denaro e problemi.

Una vicenda che puzza come un pesce putrido. Sapremo mai la verità? O il cerchio magico insabbierà tutto? Un dubbio rimane. Minniti aveva trattive segrete con i libici e quindi non si poteva scrivere di questi argomenti? Oppure, per nascondere questi incontri con i libici era necessario confondere l’opinione pubblica con altre inchieste?

Fonte: Cantiere, Avvenire, Messina Ora, documenti web

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