Bruno Contrada ascoltato dalla Commissione regionale antimafia sul depistaggio delle indagini dopo la strage di via D’Amelio. I dettagli.

L’ex capo della Squadra Mobile di Palermo, Bruno Contrada, che compirà 90 anni fra tre mesi, è stato ascoltato dalla Commissione regionale antimafia, presieduta da Claudio Fava, impegnata in un’inchiesta di approfondimento sul depistaggio delle indagini dopo la strage di Via D’Amelio contro Paolo Borsellino. E Contrada, ricordando Borsellino, ha affermato: “Rimasi particolarmente colpito dalla morte di Paolo Borsellino. Non ho mai detto di essere suo amico, ma ho detto che tra me e lui c’erano ottimi rapporti professionali. Lui da giudice istruttore e io da funzionario di Polizia giudiziaria”. Prima di rispondere alla domande dei commissari, Bruno Contrada ha premesso: “Sono stato e mi sento tutt’ora un dirigente generale della Polizia di Stato. Sono entrato in Polizia oltre 60 anni fa vincendo un concorso da vicecommissario di pubblica sicurezza e percorrendo tutta la carriera con dieci gradi. Non sono né un funzionario dei servizi segreti, né uno 007, né una spia. Sono stato un funzionario di Polizia che negli ultimi dieci anni di carriera è stato aggregato ai servizi di sicurezza”. Poi Contrada ha raccontato ciò che accade subito dopo la strage: “La domenica del 19 luglio la trascorsi a Palermo, in barca, con amici. Il giorno dopo l’attentato, l’allora Procuratore di Caltanissetta, Gianni Tinebra, che coordinava l’inchiesta, si rivolse a me per chiedermi un aiuto. Io all’epoca Tinebra non lo conoscevo e non sapevo neppure come si chiamasse. La sera del 20 luglio, intorno alle 20, andai al palazzo di giustizia ed ebbi questo incontro con il dottor Tinebra. All’incontro eravamo soli, io e Tinebra, che conobbi in quella occasione. Mi disse: ‘Mi trovo in grosse difficoltà, perché io di mafia palermitana sono all’oscuro e non so niente. In questi pochi giorni che sono stato a Caltanissetta mi sono reso conto che si sta organizzando la Direzione investigativa antimafia, ma sono persone che non credo abbiano competenza ed esperienza di mafia’. E mi chiese se ero disposto a dargli una mano. Io gli risposi: ‘Signor Procuratore, io sono a disposizione ma io non posso svolgere indagini perché non sono più funzionario di Polizia giudiziaria, sono nei Servizi di sicurezza, e quindi posso contribuire solo a livello informativo. E un mio eventuale intervento a livello informativo deve essere svolto in piena intesa con gli organi di Polizia giudiziaria. Non volevo che il mio intervento potesse intralciare le indagini della Polizia giudiziaria. Ecco perché poi ebbi contatti con il capo della Squadra Mobile, Arnaldo La Barbera. Lo invitai a venire nei locali del Sisde. Con Arnaldo La Barbera ci fu un solo incontro. E da quell’incontro ho capito che questo mio intervento come Sisde, in un settore che lui riteneva di sua esclusiva competenza, non gli andasse troppo per il verso giusto. E’ stata una mia impressione”. E poi Contrada ha aggiunto: “Dopo l’incontro del 20 luglio con il procuratore della Repubblica di Caltanissetta, Tinebra, ho avuto un nuovo incontro con lui il 24 luglio. Ho ribadito a Tinebra che, in aderenza ai nostri compiti, potevamo svolgere un ruolo informativo. Dissi che allo Stato era utile attingere quante più possibili informazioni sui gruppi di mafia che avevano avuto una parte in queste azioni come la strage Falcone e quella Borsellino. Ed espressi quella che è stata una mia opinione personale dal 1970: ovvero che laddove a Palermo o in provincia di Palermo accadevano fatti criminali legati all’uso di esplosivi, era implicata la famiglia Madonia. E subito dopo i Madonia si doveva passare ai Galatolo, altra famiglia legata ai corleonesi di Totò Riina”. E poi, alla domanda sul falso pentito Vincenzo Scarantino, strumento del depistaggio, Bruno Contrada ha risposto: “Se avessi interrogato io Scarantino mi sarei accorto delle sue bugie in 24 ore. Io non ho mai avuto niente a che fare con Scarantino. Non ho mai fatto indagini su di lui. Ho saputo soltanto una cosa su di lui: era un parente di un mafioso della ‘Guadagna’ e aveva una labilissima parentela con la famiglia Madonia. Ha raccontato cialtronerie, fandonie. Quando ha iniziato a fare le sue dichiarazioni, io già da molti mesi ero nelle carceri militari”. E poi Contrada ha rammentato la scarsa esperienza, e quindi l’impreparazione, di coloro che indagarono su Capaci e via D’Amelio, e ha dichiarato: “Quando ho letto i nomi dei 25 componenti del gruppo ‘Falcone Borsellino’, guidato da La Barbera, mi sono chiesto: ma questi che esperienza hanno nella lotta alla mafia? Come si fa a dare un’indagine sulle stragi di Capaci e Via d’Amelio a gente che non aveva esperienza della Sicilia. La Barbera sarà stato un ottimo funzionario di polizia, ma ha fatto servizio sempre al Nord. Quando è arrivato a Palermo non sapeva niente di mafia, questa è la verità. Mia madre ne sapeva di più di lui”.

 

fonte teleacras angelo ruoppolo

Rispondi