Presunta “trattativa” Stato – mafia all’epoca delle stragi. Proseguono le arringhe difensive. Gli avvocati Di Benedetto e Folli: “Processo mediatico. Antonino Cinà è da assolvere”.

Lo scorso 7 giugno, al processo di secondo grado in corso innanzi alla Corte d’Assise d’Appello di Palermo nell’ambito dell’inchiesta sulla presunta “trattativa” tra Stato e mafia all’epoca delle stragi, la Procura Generale, a conclusione della requisitoria, ha invocato la conferma delle condanne inflitte in primo grado il 20 aprile del 2018. E dunque, tra gli altri, 12 anni di carcere a carico del medico presunto mafioso Antonino Cinà. Ebbene, proseguendo le arringhe difensive, dopo l’avvocato Luca Cianferoni per Leoluca Bagarella, adesso sono intervenuti gli avvocati Giovanni Di Benedetto e Federica Folli a difesa di Antonino Cinà. Di Benedetto e Folli tra l’altro hanno affermato: “Nel processo ‘trattativa’ vi sono forzature interpretative e anomalie processuali che si sono sviluppate sin dall’inizio del processo, in virtù della risonanza mediatica che il processo stesso ha avuto, e che purtroppo continua ad avere. E ciò mentre la Corte si accinge ad entrare in camera di consiglio. Dunque, una risonanza mediatica cerca di trasformare in verità assoluta quanto scritto in una sentenza di primo grado che è ancora sotto giudizio. Occorre riformare la sentenza di primo grado e assolvere Antonino Cinà perché il fatto non sussiste o per non aver commesso il fatto, o ancora perché il fatto non costituisce reato”. Poi, in riferimento alle dichiarazioni rese dai pentiti, tra gli altri, Totò Cancemi, Giovanni Brusca, e Nino Giuffré, gli avvocati Di Benedetto e Folli hanno controbattuto: “Si tratta di dichiarazioni tardive e inattendibili. Cinà non viene indicato come colui che avrebbe avuto un ruolo nella presunta ‘trattativa’. Loro di certe cose parlano in maniera generica e solo dopo tanto tempo. Di Antonino Cinà parla anche Vito Ciancimino nei primi interrogatori dove lo definisce come interlocutore a cui avrebbe raccontato dei colloqui con i Carabinieri. Da quello che dice Ciancimino padre, però, Cina mostrò più meraviglia che interesse a sapere cosa volessero i Carabinieri. Ed anzi gli disse di aggiustarsi prima le sue cose. E’ inoltre verosimile che Ciancimino, scaltro e opportunista, avesse l’interesse a mantenere il proprio tornaconto personale, bluffando anche con i Carabinieri”. Poi Di Benedetto e Folli hanno citato gli esiti dei processi Mori-Obinu sul mancato blitz a Mezzojuso, Mori-De Caprio sulla mancata perquisizione del covo di Riina dopo l’arresto, e Calogero Mannino, conclusosi con l’assoluzione, e hanno chiesto in maniera diretta alla Corte di “allineare” anche l’esito di questo processo a quelle sentenze.

 

fonte teleacras ruoppolo

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