Rai, ho difeso il Servizio pubblico:

perciò perseguitato, licenziato, incriminato.

Avevo detto la verità:

finalmente un processo sui fatti e

un … giudice a Berlino

Un processo durato quasi dieci anni (la querela da cui origina è del 21 luglio 2011), di cui ben sei spesi in un dibattimento che ha richiesto 26 udienze. Un solo reato ipotizzato, calunnia. Un solo imputato: io.

Ora è arrivata la sentenza, ovviamente nel solo dispositivo (le motivazioni entro novanta giorni): assoluzione perché il fatto non costituisce reato.

L’ha emessa – è il primo grado – il Tribunale di Palermo, il mio … ’giudice a Berlino’ dopo i magistrati che ne hanno preceduto l’azione: pm procedente, gip, gup, pm requirente. Tutti concordi nel chiedere il giudizio o, come quest’ultimo, la mia condanna.

A scanso di equivoci, non mi dolgo affatto della durata del processo: ho voluto io una sentenza, rinunciando alla prescrizione, maturata dopo sette anni e mezzo, nel 2019.

Anzi ho apprezzato fin da subito la scelta del Tribunale di esaminare i fatti nella loro ampiezza, anche oltre l’oggetto specifico del capo d’imputazione. Ciò ha richiesto una lunga attività istruttoria la quale, con centinaia di documenti e decine di testi ha confermato che in quel mio esposto del 2 maggio 2011 – ‘corpo del reato’ – avevo scritto la verità: ciò, per quanto ho potuto osservare direttamente nel lungo dibattimento del quale non mi sono perso un solo minuto, è emerso con chiarezza. Doverosamente ora attendo le motivazioni della sentenza che mi assolve.

Ovviamente io ho sempre saputo di avere, in quell’esposto ai vertici Rai, scritto la verità e sono certo che – per forza oggettiva di cose – lo abbia sempre saputo anche chi mi ha querelato. Non posso dire perché non lo abbiano saputo, o voluto sapere, pur disponendo di elementi documentali evidenti e univoci fin dall’inizio, quanti hanno voluto questo processo.

Ma è tutti loro – querelante compreso – che devo ringraziare.

Senza di loro non ci sarebbe stato l’esame dei fatti, che in ogni altra sede avevo chiesto, sempre invano. Ed è stato un esame ampio e dettagliato; perciò le 26 udienze in un dibattimento durato sei anni.

I fatti, oggetto di questo processo per calunnia, sono gli stessi – esattamente gli stessi – per i quali la Rai decise di licenziarmi, ormai oltre otto anni fa.

La mia ‘colpa’, di giornalista dipendente Rai, è stata quella di avere difeso il Servizio pubblico, finanziato dai cittadini con il canone e vilipeso da interessi privati e violazioni di vario genere che i fatti da me segnalati (appunto nell’esposto ‘corpo del reato’) riconducono alla gestione di Tgr Sicilia ad opera dell’allora capo redattore Vincenzo Morgante, autore della querela che ha innescato il processo.

Quando la Rai – azienda concessionaria del Servizio pubblico, il cui 99,55% del capitale è dello Stato – si trovò nel 2011 a vagliare quei fatti, avrebbe potuto (e dovuto) scegliere la verità per far cessare, anche nel modo più indolore possibile, quelle violazioni.

Io del resto, come dipendente, avevo il dovere di segnalarli, così come impone il Codice etico. E ovviamente avevo il dovere di non prestarmi, con la mia opera di giornalista, ad assecondare pratiche di asservimento del prodotto editoriale a commistioni di interessi privati e a palesi violazioni delle norme, giuridiche e deontologiche, che sono il fondamento dell’informazione e, a maggior ragione, dell’informazione del Servizio pubblico disciplinato dal ‘Contratto di servizio’ con lo Stato, nell’esclusivo interesse dei cittadini.

Invece la Rai imbastì un Auditing strumentale e finalizzato in ogni suo atto (lo ha dimostrato il processo penale a Palermo) a travisare, ribaltare, piegare, distorcere, falsificare i dati di realtà per pervenire alla conclusione che le mie segnalazioni non fossero vere.

Non per questo però la Rai mi ha licenziato: altrimenti avrebbe dovuto affrontare il contradditorio, e magari un’istruttoria giudiziale, sulla verità o meno di quelle segnalazioni.

Scelse invece, nel 2013, ancora una volta come nell’Auditing di due anni prima, la via della fuga dai fatti e della menzogna, costruendo una falsa causa: una mia inesistente violazione del dovere di esclusiva. In pratica avrei lavorato anche per un’impresa concorrente, pur non potendolo fare. Ma ciò era falso. Io non avevo lavorato per alcuno, ma – da cittadino – avevo semplicemente esercitato il diritto costituzionale di esprimere pubblicamente il mio pensiero. Come avevo sempre fatto prima. E come – prima, durante e dopo – hanno fatto e fanno migliaia di colleghi, come è giusto che sia (in tutt’altra situazione sono coloro che curano i loro affari privati in totale contrasto con quelli dell’azienda di cui sono dipendenti ma, ben protetti all’interno e all’esterno, agiscono indisturbati: ma questa è un’altra storia).

Il mio licenziamento, per violazione del dovere di esclusiva a fronte della semplice espressione di un’opinione, è unico nella storia della Rai.

La Rai avrebbe potuto contestarmi – visto che le ritenne infondate – la non veridicità delle segnalazioni contenute nell’esposto, ma non lo fece. Per licenziarmi fabbricò invece una falsa ‘giusta causa’ consistente nel qualificare l’esercizio del mio diritto di manifestazione del pensiero come una prestazione di lavoro ad altra impresa editoriale.

Per fare un esempio, pertinente ed efficace, è come se l’autista di un’impresa pubblica di trasporto, o il medico di un ospedale pubblico, fossero stati accusati – e licenziati – per essere, in effetti, entrambi quali cittadini-utenti, l’uno salito come passeggero sul bus di un’altra azienda, ovviamente guidato dall’autista di servizio; l’altro entrato in una diversa struttura sanitaria in qualità di paziente.

Un imbroglio, avente finalità unicamente ritorsiva in quanto avevo osato difendere gli interessi del Servizio pubblico smascherando quelli privati così ben curati da quel capo redattore. La cui sete di vendetta, ben sostenuta in quel momento dai vertici dell’azienda, è l’unico movente di un provvedimento disciplinare illegittimo, abusivo, discriminatorio, ingiusto: la punizione inflitta da chi agisce per male a chi ha agito per bene e continua a farlo – pur vessato, intimidito, emarginato, discriminato, minacciato – nell’adempimento dei suoi doveri e nel rispetto delle norme vigenti. Del resto, dopo quell’Auditing e prima del licenziamento avevo ricevuto ben sette provvedimenti disciplinari, tutti fondati su falsi dati di realtà e ritorsivi, come emerso chiaramente nel processo penale di Palermo: erano l’avvertimento che mi veniva rivolto a modificare la mia condotta, revocando quelle segnalazioni. Non raccolsi quell’invito e fui licenziato con una falsa contestazione: qualificare prestazione di lavoro ciò che non lo era e che, neanche per la Rai, lo era mai stato prima.

Quell’imbroglio ha retto in ogni grado del giudizio civile avente per oggetto il licenziamento. Potrebbe sembrare incredibile, ma è accaduto: un esito giudiziale costruito su travisamenti, omissioni, accorgimenti speciosi, violazioni, distorsioni, anomalie; sulle biografie di giudici chiamati a decidere la controversia di lavoro; e su errori assurdi. Cito, per tutti, quello della Corte di Cassazione che ha bollato come improcedibile il mio ricorso, nei motivi – praticamente tutti – che riconducono alle norme del contratto nazionale di lavoro dei giornalisti (norme escludenti la legittimità del licenziamento) perché avrei dimenticato di allegare tale contratto. Ma ciò non era vero, come attestato per fortuna dallo stesso timbro della Cassazione. E al successivo, e conseguente, mio ricorso per revocazione, la risposta è stata: ‘inammissibile’. Insomma la ‘Suprema Corte’ si era sbagliata a ritenere che non avessi allegato il contratto, ma – come fossimo dinanzi ad un gioco delle tre carte ad opera di un imbroglione o bullo di paese – scoperto l’inganno la sentenza non cambia.

Ovviamente la ‘legittimità del licenziamento’ ha avuto bisogno che i fatti mai venissero esaminati, che nessun mezzo istruttorio, né alcun testimone, fossero mai ammessi. E così è stato.

La prima sentenza della Cassazione sul licenziamento è del 2016, quella in primo grado del Tribunale, in veste di Giudice del lavoro, del 2014. Non vi è dubbio che tanto orrore giudiziario, una vera e propria strage dei precetti costituzionali della giurisdizione, non fossero stati incidenti o accidenti ma risultati voluti e obiettivi tenacemente perseguiti attraverso la selezione accurata dei magistrati giudicanti, accomunati solitamente dall’essere appena rientrati nei ranghi dopo 12 o 14 anni di ‘fuori ruolo’ al servizio fiduciario di questo o quel politico.

E confesso di avere temuto, in quegli anni, che tali risultati potessero essere stati conseguiti anche attraverso la spendita indebita – ovviamente a sua insaputa – del nome di Sergio Mattarella, ad opera di colui che volle il mio licenziamento e poi la mia incriminazione per calunnia: Vincenzo Morgante il quale – tutti sanno – non sarebbe mai da alcuno sospettato di millantato credito se facesse il nome del capo dello Stato il quale lo ha in grazia, gli vuole bene, lo protegge, lo aiuta fin da quando negli anni ’80 accolse e prese in carico come suo collaboratore quel giovane, non ancora giornalista, che da allora chiama Vincenzino.

Quel mio timore, per fortuna mai divenuto serio convincimento, ha ben presto lasciato spazio alla realtà. Erano state le armi di ‘Montante’ – il finto imprenditore antimafia che per oltre dieci anni ha tenuto in pugno una lunga schiera di potenti tra cui investigatori e magistrati – a rendere impossibile per me un esito giudiziale pur sacrosanto come quello che sancisse l’illegittimità del licenziamento.

Del resto fino al 2016 – e anche oltre – Montante era ben saldo in tutte le sue posizioni di potere. Dopo il suo arresto a maggio 2018 e l’inchiesta che ha ricostruito tanti tasselli della sua fitta rete, sono stati alcuni di questi a fornire una spiegazione precisa di ciò che mi appariva inspiegabile. E’ a luglio 2018 che si ha contezza pubblica degli atti d’indagine sul ‘sistema-Montante’. Apprendiamo così che Morgante ha un posto centrale nella trama di relazioni, di interessi, di scambi, di favori e nei traffici d’influenza di cui Montante è depositario. E così il potentissimo direttore della Tgr esce dalla Rai. Questo suo cambiamento di ‘status’ si riflette plasticamente sul processo. Dove fino a quel momento il direttore Tgr Morgante, parte civile, non era mancato ad una sola udienza, sempre presente e ben piazzato, distante solo due o tre metri, sguardo nello sguardo, di fronte alla sedia dei testimoni spesso occupata da quelli che egli, perfino nelle carte processuali, definisce suoi dipendenti. Quando Morgante, coinvolto pubblicamente nella rete d’affari di Montante, esce dalla Rai, abbandona anche il processo dove, fino alla lettura del dispositivo della sentenza, non si farà più vedere.

A proposito della sua uscita dalla Rai, giova ricordare che egli era stato, dal 2003 al 2013, caporedattore di Tgr Sicilia per dieci anni: record di longevità, grazie al sostegno politico di personaggi come Totò Cuffaro e Renato Schifani prima, Raffaele Lombardo e Beppe Lumia – mentore di Montante – poi. Il mio licenziamento a giugno 2013, così fortemente voluto da Morgante al punto da averlo annunciato (miracolo di chiaroveggenza!) prima che io … ‘commettessi’ i fatti per i quali la Rai lo ha disposto, gli … ‘porta fortuna’ e, quattro mesi dopo, viene nominato direttore della Tgr, una struttura con 22 sedi territoriali e 700 giornalisti: la più grande testata d’Europa, che costa tantissimo ai contribuenti perché dovrebbe essere il cuore del ‘Servizio pubblico’.

I dirigenti Rai che hanno voluto quell’Auditing-farsa e mi hanno licenziato, ad ottobre 2013 affidano (ci sarebbe da ridere se … non ci fosse da piangere) a Morgante, giornalista sconosciuto al di fuori delle trame e dei luoghi di potere che frequenta, la mega-struttura Rai cuore del Servizio pubblico. Per Morgante sono cinque anni di scorribande con le armi del potere che quella carica gli offre, mentre risultano non pervenute, come nel decennio precedente da caporedattore, le impronte professionali del suo operato in una postazione così importante.

‘Solo’ cinque anni perché, come visto, a settembre 2018 Morgante esce non solo dalla Tgr e dalla sua direzione, ma dalla Rai stessa. Ciò succede quando diventa pubblico il suo pesante coinvolgimento nella rete di trame e di affari del ‘sistema-Montante’. E così Vincenzino, cui anche nelle disgrazie non mancano sostegni potenti e altolocati, si rifugia a Tv2000, la Tv dei vescovi italiani della quale è direttore.

Dicevo dei ringraziamenti che devo a Morgante e a quanti hanno voluto il processo penale per calunnia nei miei confronti.

Ringraziamenti sinceri anche se – devo confessare – interessati.

Devo solo a questo processo l’esame dettagliato dei fatti. Che prima tutti mi hanno negato. In prima battuta la Rai quando ordì un Auditing-farsa. Subito dopo la magistratura civile nella controversia di lavoro: mai esaminati i fatti, mai visionata quella che la Rai presentò falsamente come mia prestazione di lavoro a terzi in violazione di esclusiva, mai ammesso un solo teste, sempre ignorata – benché totalmente documentata – la colossale persecuzione discriminatoria durata due anni prima del licenziamento. A seguire la magistratura penale quando, prima di questo processo, dispose l’archiviazione dei procedimenti aventi me – ma soprattutto il Servizio pubblico – quali parti offese.

E’ stata la pretesa di Morgante di farmi infliggere, dopo le altre, la punizione finale – una condanna penale per calunnia – a determinare questo processo. Certo, con la fattiva collaborazione di quanti l’hanno condotto fino al dibattimento. Perciò devo ritenere che quella pretesa, alla prova dei fatti, non fosse mal riposta. Anzi più che fondata, fino a pochi giorni prima della sentenza, stando alle parole del pm requirente che, in totale contrasto con tutti i dati probatori emersi nel lungo processo, ha chiesto la mia condanna.

Quale che fosse stata la sentenza, ho vissuto il dibattimento iniziato sei anni fa come un ‘risarcimento’, tardivo ma provvidenziale, rispetto a quel furto di verità che avevo visto consumarsi fin dall’Auditing del 2011.

Tutto ciò che allora, dieci anni fa, avrei voluto – da cittadino, prima che da dipendente Rai – era che il Servizio pubblico ‘servisse’, appunto, l’interesse pubblico e non interessi privati: elementare, ma impossibile, stando ai fatti in sequenza! Prima la menzogna aziendale, poi sempre in sede aziendale la violenta reazione punitiva, quindi le sentenze della magistratura del lavoro che avallano l’una e l’altra, ancora i procedimenti penali che ignorano i dati da me segnalati, infine quello che si concentra sulla mia ‘calunnia’ come l’unico fatto della vicenda. Sembrava tutto già scritto.

Poi, dopo tante nebbie, tanti agitatori nelle tenebre e tanti slalom per eludere i fatti, questi finalmente sono entrati in un processo ed è così apparso …. un giudice a Berlino.

La sentenza dice che io, imputato, sono assolto perché ‘il fatto non costituisce reato’.

Il fatto è netto e chiaro: il mio esposto. E io l’ho commesso, mettendoci la firma.

Ora sappiamo che quel fatto non costituisce reato. Come ho sempre sostenuto, quel fatto, cioè l’esposto, contiene la verità che io avevo offerto all’azienda Rai, innanzitutto nel suo interesse, perché fosse all’altezza del Servizio pubblico di cui è concessionaria e che i cittadini, tutti – ricchi e poveri nella stessa misura – finanziano.

Sappiamo com’è andata e perché. Ma una verità tardiva è pur sempre una verità.

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