Angelo Di Natale, ingiustamente licenziato dalla RAI, dopo la sua assoluzione, ringrazia quanti gli hanno espresso piena solidarietà –

Grazie di cuore a tutti

L’assoluzione solo un ‘primo passo’

Grazie di cuore, per le parole, generose ma, sono certo, sincere, che avete voluto esprimere. Per me valgono anche più della sentenza che, ammetto, ho vissuto con normalità.

Il dispositivo letto dal giudice mi è suonato naturale, prevedibile anche se per nulla scontato: ho sempre saputo e so ancora di dovermi aspettare di tutto, ma avevo colto il cambio di passo fin dalle prime battute del dibattimento, quando i fatti hanno finalmente guadagnato la scena e confidavo pertanto nella verità, prima e così a lungo calpestata.

Mi hanno invece sorpreso e commosso l’intensità e l’immediatezza delle vostre risposte: diverse centinaia di reazioni, commenti pregnanti di riflessione e testimonianza, condivisioni, alcune delle quali in nuovi post con idee e analisi che hanno arricchito e superato le mie e che, complessivamente, hanno raggiunto diverse migliaia di persone.

Grazie a tutte e a tutti e grazie a ciascuno di voi che mi avete fatto sentire membro di una comunità ‘ideale’ che esiste, vive, soffre e sa far sentire la propria voce, netta e chiara, dalla parte giusta. Un’esperienza per me gratificante della quale vi sono grato.

Ho avvertito il bisogno di raccontare la vicenda non solo e non tanto per il ‘premio’ di emozioni e apprezzamenti, anche eccessivi, che mi avete benevolmente concesso. Ma, principalmente, per le stesse ragioni che stanno alla base di tutto: il silenzio è il migliore alleato del male che di esso, come dell’indifferenza o della convenienza di chi si volta dall’altra parte, si nutre. Se il passato non può essere cambiato, la conoscenza e la presa di coscienza pubblica possono contribuire ad evitare che in futuro a temere per il proprio operato debbano essere le persone per bene e dalla schiena dritta, anziché quelle per male e quelle cedevoli o attratte dal ‘puzzo del compromesso’ morale: mi approprio delle parole, e ne faccio mia la lezione, di Paolo Borsellino.

Perciò ho voluto far conoscere la vicenda nei suoi sviluppi recenti e non potevo trovare risposta migliore, da parte di tutti voi che siete intervenuti sul mio post, proprio sul terreno dei valori etico-giuridici che mi hanno mosso, terreno nel quale ciascuna persona onesta sa che il bene pubblico è di tutti e di ciascuno e non va lasciato incustodito a coloro che onesti non sono e che lo saccheggiano come cosa privata loro o cosa di nessuno.

Giunga a ciascuno di voi un mio ‘grazie’, forte e diretto: per ogni pensiero, sostegno, consiglio, augurio.

Infine traggo spunto da qualche considerazione per alcuni chiarimenti.

Questa sentenza è importante, ma è solo il primo passo. Essa mi assolve dal reato di calunnia perché – è emerso nel lungo dibattimento – ho detto e scritto la verità.

La calunnia è un reato contro la giustizia, ben più grave della diffamazione. La pena prevista – nella versione ordinaria – va da un minimo di due anni di reclusione ad un massimo di sei. E nei casi in cui ne conseguano gravi sviluppi per il calunniato, la pena può raggiungere i dodici o perfino, in casi estremi, i venti anni di reclusione.

Sono stato processato per questo reato, perché così vollero il querelante prima, e i magistrati che gli si sono accodati, poi.

Nel mio post ho cercato di definire la valenza della sentenza sui vari piani della complessiva vicenda Rai. Ma essa non ha alcun effetto automatico: la controversia di lavoro avente ad oggetto la legittimità o meno del licenziamento è stata decisa con sentenza irrevocabile, attraverso i passaggi che sarebbe troppo lungo ripercorrere ma dei quali ho cercato di rendere, con appena un esempio, il senso: tutti passaggi da ‘manuale’ delle cricche criminali ‘aggiustaprocessi’. Una sentenza assurda e sbagliata: ma non potrà, sullo stesso oggetto – il licenziamento – esservene un’altra.

Ovviamente non intendo affatto fermarmi e prenderò ogni elemento di verità emerso in questo processo per portarlo in tutte le sedi, civili e penali, in cui sia possibile farlo valere.

In questo momento ho ben presente tutto quanto sia stato accertato e provato nel dibattimento e su questo immenso materiale probatorio fondo per il momento le mie riflessioni e le mie determinazioni cui di seguito accenno (ovviamente prenderò atto delle motivazioni quando saranno depositate, così come attendo eventuale appello che pubblico ministero e/o parte civile volessero proporre avverso la sentenza di assoluzione).

I miei intendimenti, dunque, alla luce di quanto emerso nella lunga e dettagliata istruttoria dibattimentale.

La Rai – e le persone fisiche dei dirigenti e funzionari coinvolti – dovranno rispondere dell’Auditing-farsa sul quale il querelante prima e diversi magistrati poi hanno fabbricato le accuse nei miei confronti.

Ed anche questi ultimi credo debbano spiegare perché prima del dibattimento (dove è finalmente apparso il mio …. ‘giudice a Berlino’) avessero sempre deciso, contro ogni evidenza documentale, di prendere per buone le falsità Rai ed abbiano sempre occultato, o addirittura volto nel loro contrario, le prove schiaccianti della veridicità del mio esposto.

Credo altresì che il mio querelante debba rispondere di calunnia. So bene che il reato è già prescritto (lo ha commesso nella querela depositata il 21 luglio 2011 e in successive dichiarazioni al pm il 19 marzo 2013) ma, chissà?

Rinuncerà alla prescrizione?

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