Di Valter Vercellio – ALEMANNO: MEGLIO SEI FIRME CHE UN’ATTESA DI SETTE ANNI

I fatti: Gianni Alemanno, ex sindaco di Roma, militante e dirigente di quella destra che non suscita molte simpatie, viene un giorno accusato di corruzione. Le prove latitano, i corruttori non si trovano, ma viene ugualmente condannato sia in primo che secondo grado. Poi, dopo la bellezza di sette anni, ecco che la Corte di Cassazione lo assolve. Niente associazione a delinquere di stampo mafioso, accusa che cade dopo due anni di calvario, niente corruzione. L’enfasi con cui si è riportata l’iniziale accusa; il “pudore” e la “discrezione” con cui si è dato conto dell’assoluzione; lo stridore assordante tra l’enfasi e la “discrezione” non sono neppure più notizia. Così fan tutti; così si fa per tutti. Il pensiero, la riflessione è altra: come sia possibile essere condannati in primo grado; condannati nuovamente in Appello, quando si leggono, in sostanza, atti e carte; come si possa essere assolti in terzo grado, anche qui, quando in sostanza si leggono carte e atti. E tra un dibattimento, una lettura e un’altra lettura, possono tranquillamente trascorrere sette anni.

Ora ci sarà qualche grillo parlante e scrivente che dirà che Alemanno non è tanto innocente, piuttosto se l’è cavata; e ci sarà qualcun altro che trovando Alemanno antipatico, volterà la testa, impegnato in altri impegni. Però chi non è grillo parlante e scrivente, e chi se ne frega se Alemanno è o non è antipatico, qualche pensiero e qualche riflessione deve pur farla; e magari correre a un primo banchetto che trova, e sottoscrivere i referendum per una giustizia più giusta. Meglio sei firme, che sette anni.

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