Il 14 luglio 2021, al processo d’appello  sul ‘sistema Montante’ si sono conclusi i controesami delle parti civili di Antonello Montante. Ha iniziato l’avvocato Stefano Catuara, nell’interesse dell’ex sindaco di Racalmuto, Salvatore Petrotto. L’avvocato Catuara ha esordito ricordando la scomparsa del magistrato Alfonso Giordano, un uomo che disdegnava la giustizia-spettacolo. Non amava cioè le passerelle mediatiche, contrariamente a quanto sta facendo la difesa di Montante nel corso del processo che si sta celebrando nell’aula bunker del tribunale di Caltanissetta. Giordano nel 1986, per venti mesi, è stato presidente di Corte d’Assise nel cosiddetto “maxiprocesso”, il più importante processo alla mafia che sia mai stato celebrato. Un processo fondamentale perché, per la prima volta, venne scritta in una sentenza definitiva l’esistenza di una associazione mafiosa, unica e organizzata in maniera verticistica, governata da un gruppo (la celebre cupola) che fungeva da commissione di controllo. Il Presidente della Corte d’Appello Andreina Occhipinti, ha messo a verbale ed ha deciso di trasmettere alla famiglia del compianto magistrato Alfonso Giordano il sentito ricordo dell’avvocato Stefano Catuara, condiviso anche dai giudici a latere, Giovanbattista Tona ed Alessandra Giunta e dal sostituto procuratore generale, Giuseppe Lombardo, unitamente a tutte le singole parti in causa. Le storiche sentenze de giudice Giordano forse ancora oggi ci aiutano a capire qual è stato il passaggio da una cupola all’altra. La mafia stragista è stata prima soppiantata da quella silente e totalmente immersa dentro le Istituzioni e poi dalla cosiddetta ‘mafia trasparente’. Definizione quest’ultima del magistrato Graziella Luparello e contenuta nella sentenza di condanna, a 14 anni di reclusione, di Antonello Montante. E’ la mafia che c’è, ma non si vede. E’ la mafia che diventa un tutt’uno con una ben individuata lobby di sedicenti antimafiosi. Gli appartenenti a questa nuova ‘cupola’ si possono permettere di violare impunemente qualsiasi legge, di calpestare qualsiasi diritto, accusando ingiustamente di mafia  tutti quanti gli avversari ed i nemici, per gestire potere e soldi, impoverendo interi territori, svilendo persino l’essenza stessa della vera lotta alla mafia.
Nello specifico, in riferimento all’ex sindaco Petrotto, l’avvocato Catuara il 14 luglio scorso ha parlato di una una delle tante strumentali denunce  penali a suo carico e, più in generale, di molti sindaci dell’Agrigentino, riguardante le nomine, del tutto legittime, dei componenti delle assemblee delle ASI. Denunce culminate tutte quante in delle archiviazioni e in delle assoluzioni. Tali pretestuosi attacchi giudiziari, risalenti al 2010, erano finalizzati a sbarazzarsi, attraverso degli ingiusti procedimenti penali, di tutti quegli amministratori pubblici, come il Petrotto, che avevano agito correttamente, ma che non erano in linea col l’insano disegno che si sarebbe concretizzato qualche anno dopo, con l’istituzione dell’IRSAP (Istituto Regionale per lo Sviluppo delle Attività Produttive). L’IRSAP era ed è un carrozzone pubblico mangiasoldi, che fu concepito per affiancare le ASI (Aree di Sviluppo Industriale) poste in liquidazione. In realtà tale ente si è semplicemente sovrapposto alle vecchie ASI, generando una duplicazione di costi, funzioni e farraginositá burocratiche, che hanno notevolmente peggiorato la situazione economica ed amministrativa dentro le aree industriali. E questo è avvenuto proprio nel periodo in cui l’IRSAP era interamente controllato dal Montante che ha contribuito a complicare maledettamente la vita, soprattutto agli imprenditori onesti. Nel 2014 addirittura, pur essendo un ente pubblico, unico caso in Italia, l’IRSAP aderirà direttamente a Confindustria, diventandone una sua costola. Per liberarsi anche dei funzionari pubblici scomodi, in servizio dentro l’ASI di Agrigento, la lobby confindustriale capitanata da Montante, non si è limitata soltanto a denunciare, in maniera calunniosa, i sindaci che avevano nominato i componenti di quelli che, con un trito e ritrito refrain fuori luogo, sono stati definiti, attraverso una campagna mediatica, anche di livello nazionale, dei posti di sottogoverno per fare clientela politica e messi a disposizione della mafia. Si trattava in verità, per l’esattezza, di 800 nomine, in tutta la Sicilia, il cui costo per ogni singolo componente era di meno di 50 euro l’anno. Ma nell’Agrigentino si è andato ben oltre, non solo denunciando in sede penale, anche i responsabili di alcune  categorie produttive non allineate con Confindustria, ma anche quasi tutti i componenti dell’assemblea dell’ASI. Dovevano pagare un prezzo assai salato, perché non erano stati nominati dei soggetti graditi alla lobby agrigentina che faceva capo a Montante. Anche i sindaci
non allineati con Montante, compreso l’allora sindaco di Racalmuto Salvatore Petrotto, furono raggiunti da avvisi di garanzia pilotati. Furono alcune decine i primi cittadini ed i rappresentanti delle categorie sociali e produttive ad essere, più che perseguiti penalmente, perseguitati in vari gradi di giudizio. Come era ampiamente prevedibile, tutti quanti alla fine furono assolti. Ma l’ASI di Agrigento fu devastata da un terribile e strumentale ciclone giudiziario, con relative accuse di mafia. Il tutto, ovviamente,  era finalizzato a decretare la morte degli organismi di partecipazione democratica e di controllo ed il definitivo passaggio di consegne alla lobby di Montante. Quest’altra terribile mascalzonata del ‘sistema Montante ‘ è partita nel 2010, quando la Procura agrigentina era retta dall’amico di Montante, il nisseno Renato Di Natale. Venne allora erroneamente contestata la violazione di una norma regionale che non c’entrava niente con le nomine dei componenti delle assemblee delle ASI. Tale norma infatti si applicava solo per il conferimento degli incarichi dirigenziali, di diretta emanazione della Regione Siciliana. Malgrado questo marchiano e palese errore di valutazione giuridica, grazie alle pressioni degli allora ‘paladini dell’antimafia’, ed alle loro strumentali iniziative mediatico-giudiziarie, vennero imbastiti, anche in quel caso, una serie di processi-farsa che, come detto, si conclusero, alcuni anni dopo, con l’assoluzione piena di tutti i componenti dell’assemblea dell’ASI di Agrigento, ingiustamente incriminati, e con l’assoluzione, altrettanto sacrosanta, di chi li aveva nominati. Così funzionava ‘il sistema Montante’! Ma ad Agrigento, come già accennato, si spinsero ben oltre.  Hanno denunciato l’allora presidente dell’ASI, l’avvocato Stefano Catuara, accusandolo, anche lui del tutto ingiustamente, tra le tante cose, anche di mafia. Hanno pure licenziato due dirigenti dello stesso ente, accusandoli, manco a dirlo, sempre del tutto ingiustamente, di essere collusi con la mafia. A tutte queste porcate giudiziarie veniva dato il massimo clamore mediatico. Mentre non si riusciva più a contare il numero delle interrogazioni parlamentari e degli esposti, presentati in tutte le sedi giudiziarie od ancora al Comitato Nazionale per la Sicurezza e l’Ordine Pubblico, all’interno del quale Confindustria era l’unica associazione di categoria in Italia che ne faceva parte. I nomi non solo dell’avvocato Catuara, di quei due dirigenti, ma anche di molte altre incolpevoli persone perbene, prese di mira per impadronirsi dell’ASI di Agrigento, oltre ad essere stati oggetto di una delle solite campagne mediatiche,  erano contenuti in due dossier e furono consegnati, personalmente dal Montante, a Caltanissetta  il  21 ottobre del 2013. In quell’occasione  l’allora ministro dell’Interno, l’agrigentino Angelino Alfano, per fare cosa gradita a Montante, convocò a Caltanissetta quel Comitato Nazionale per la Sicurezza e l’Ordine Pubblico; cosa che in Sicilia non accadeva dai tempi delle stragi di Capaci e di via D’Amelio del 1992. Per fortuna quei due funzionari pubblici licenziati, dopo anni di ingiusto calvario, sono stati reintegrati in servizio, dopo avere dimostrato, in tutte le sedi giudiziarie, di non avere commesso alcun reato, e men che meno reati di mafia, per i quali non sono stati mai indagati da alcuna autorità giudiziaria, tanto erano campate in aria quelle gravissime accuse nei loro confronti, del tutto gratuite. Hanno vinto tutti i loro ricorsi, sempre appellati dai vertici dell’IRSAP, in tutti e tre gradi di giudizio, compreso ovviamente in Cassazione. E’ utile sottolineare che, grazie all’accusa di mafia rivolta contro quei funzionari e contro l’ex presidente dell’ASI di Agrigento, oggi difensore della parte civile Salvatore Petrotto, nel 2012 è stata assegnata la scorta all’allora commissario dell’IRSAP e dell’ASI di Agrigento, Alfonso Cicero, designato da Antonello Montante a ricoprire tali ruoli. L’assegnazione di tale scorta, secondo quanto ha riferito in aula lo stesso Montante, è stata decisa a Racalmuto il 10 aprile  del 2012, dall’allora ministro dell’Interno, Anna Maria Cancellieri, in occasione dell’incontro presieduto  da Montante dentro la Fondazione Leonardo Sciascia. Incontro nel corso del quale è stato notificato il decreto di scioglimento del Comune per infiltrazioni mafiose.
E’ superfluo in questa sede sottolineare che è stata davvero interminabile la serie di accuse e denunce, tutte quante prive di fondamento, di cui si è parlato nel corso dell’interrogatorio di Montante, dell’avvocato Catuara. Alcune di queste potrebbero sembrare davvero ridicole, se non fosse che esse rappresentavano quasi sempre il preludio dell’innesco di innumerevoli mine giudiziarie. Il metodo era sempre lo stesso. Anche gli ingredienti delle polpette avvelenate erano sempre gli stessi: l’intimidazione più o meno fasulla, la classica lettera anonima, confezionata per l’occasione ed a seguire le conseguenti denunce penali. E, quando si trattava di mafia, come ha avuto modo di sottolineare il Montante nel corso del suo lunghissimo interrogatorio, che si è protratto per cinque udienze, se ne occupava direttamente lui. Non sappiamo, e forse non lo sapremo mai, visto che da imputato ci si può permettere di mentire, se sapeva cosa  è realmente  successo nel mese di giugno del 2011 e se lui, anche in questo caso, avesse avuto uno specifico ruolo. Ci si riferisce a quando  è stato notificato un avviso di garanzia per concorso esterno in associazione mafiosa all’ex sindaco di Racalmuto Salvatore Petrotto, dopo che aveva denunciato i suoi amici imprenditori che si occupavano, in maniera illegale, di gestione di acqua e rifiuti. Quel procedimento, per la cronaca, è stato archiviato tre mesi dopo. Ma è stato sufficiente a costringerlo a dimettersi da sindaco, lasciando campo libero a chi con quei rifiuti e con quell’acqua ci ha potuto lucrare, in maniera illecita, anche nel decennio successivo. Della serie che bisognava lasciare libero lo scarrozzo! Ricordiamo al Montante che, sempre quell’avviso, è stato notificato da una Procura retta da uno dei suoi fraterni amici magistrati, peraltro venuto  a Racalmuto, il 10 aprile dell’anno successivo, assieme a lui ed all’allora ministro Cancellieri. Ci riferiamo a Francesco Messineo, all’epoca di quei ‘misfatti’, Procuratore della Repubblica di Palermo e che in precedenza era stato anche procuratore della Repubblica nissena, ai tempi della sua ascesa ai vertici di Confindustria. Lui, ovviamente,  su questo e tanto altro ancora non ha avuto nulla da dire, anche perché, probabilmente, i suoi avvocati gli hanno consigliato di non parlar male, anzi di non parlare proprio, dei suoi numerosi ex amici magistrati, con la speranza di farla franca. E noi glielo auguriamo! Ma i Confindustriali siciliani non facevano queste bravate, queste marachelle antimafiose, solo contro gli enti pubblici. Di solito procedevano a tappeto. Figuratevi che si scagliarono ripetutamente persino contro alcuni giornali e blog dove scrivevo anch’io, per loro sfortuna, in maniera del tutto gratuita. Personalmente il Montante, teneva gelosamente, ben conservata, una carpetta con qualche mio articolo e dei post di Facebook da lui, e dai suoi sodali di Confindustria, ritenuti offensivi e lesivi della loro autoreferenziale onorabilità. Ovviamente anche in questi casi io, ed altri come me, siamo stati accusati di essere contigui  alla mafia. Per la verità eravamo in pochi, in Sicilia, ad osservare la consegna del silenzio che lui, con metodi paramilitari, soleva imporre ai più riottosi, quando non riusciva a comprarseli. Eravamo, e lo siamo ancora, semplicemente degli uomini e delle donne liberi. Per tali ragioni siamo stati additati quali responsabili di un’assai presunta campagna denigratoria nei loro confronti, che secondo le loro fantasmagoriche versioni dei fatti, spesso sfociava anche in dei presunti atti intimidatori.  Con lui non avevamo scampo! Al Petrotto da sindaco, o da blogger, o da semplice cittadino, doveva a tutti i costi tappargli la bocca a colpi di denunce. Anche perché  bastava una semplice osservazione critica sul suo operato, per essere additati come fomentatori di chissà quali farneticanti intimidazioni mafiose. Roba che era solo nella sua testa, ma che veniva sistematicamente trasfusa, a piene mani, all’interno delle sue più o meno calunniose denunce. E mentre lui e la sua lobby sollevavano tali annebbianti polveroni, operando attraverso dei veri e propri depistaggi, nell’Agrigentino si adoperavano, a colpi di sportellate mediatico-giudiziarie, a sbarazzarsi dell’allora presidente dell’ASI di Agrigento, l’avvocato Stefano Catuara. Provvedevano  a licenziare quei due poveri funzionari pubblici ed accompagnavano per mano l’allora ministro dell’Interno Cancellieri a Racalmuto, per celebrare uno dei loro tanti riti, della loro farlocca liturgia antimafiosa. In quell’occasione, secondo quanto riferito in aula sempre dal Montante, è stato il giornalista Gaetano Savatteri, siamo nell’aprile del 2012, che ha scritto una lettera al Montante, da lui custodita gelosamente, per invitarlo a Racalmuto a presiedere un convegno dentro la Fondazione Sciascia. Si tratta dello stesso Savatteri che, 4 anni prima, nel 2008, pubblicava un libro dal titolo ‘La volata di Calò’, edito dalla casa editrice Sellerio, con prefazione di Andrea Camilleri, in cui veniva elogiata ed esaltata un’inesistente tradizione imprenditoriale secolare della famiglia Montante, con l’invenzione dell’esistenza di una fantomatica fabbrica di biciclette nella sua sperduta Serradifalco,  fondata addirittura nel 1907. Questa balla colossale, così come tante altre date in pasto all’opinione pubblica, contribuì allora, notevolmente, a far accrescere la fama che il Montante si cucí addosso, di mitico ed eroico industriale e, soprattutto, di cavaliere e paladino dell’antimafia. Peccato che si è dimenticato quali fossero (non sappiamo se si tratta di omertà o di altro), sia  le ragioni della sua venuta a Racalmuto, in quel fatidico 10 aprile 2012, sia quali fossero stati i temi affrontati. Anzi, per la verità,  ha detto che si parlava di ‘Strada degli Scrittori’. Come se non sapesse cosa era realmente successo in quei frangenti. Come se non sapesse a che cosa era servito  quel pomposissimo appuntamento istituzionale, da lui peraltro presieduto, dentro la Fondazione Leonardo Sciascia, a cui parteciparono un ministro della Repubblica, dozzine e dozzine di magistrati, generali, colonnelli ed altri alti graduati delle forze dell’ordine, politici ed una miriade di giornalisti, e persino un  arcivescovo, ed ovviamente alcuni dei suoi colleghi imprenditori, ‘feriti’ dalle sacrosante denunce dell’ex sindaco Petrotto. Caro signor Montante, non faccia lo smemorato di Collegno! Lei sa benissimo che si trattava allora dello scioglimento per mafia del Comune di Racalmuto, dopo che un anno prima, presso la Procura della Repubblica di Agrigento, ma anche negli anni precedenti, in diverse testate giornalistiche, il Petrotto aveva denunciato alcuni suoi amici imprenditori, perché nell’Agrigentino gestivano illegalmente acqua e rifiuti. Anche loro erano presenti a quell’incontro, assieme a lei ed alla sua amica Cancellieri. Non si è ricordato neppure che, in quella circostanza, è stato intervistato da numerosissime testate giornalistiche e che ha commentato, urbi et orbi, tale scioglimento per mafia. E dire che persino il giornale ‘Il Sole 24 Ore’, in cui il Montante era consigliere di amministrazione, si occupò allora diffusamente della vicenda, con toni davvero trionfalistici. Come si fa ad essere così sfrontatamente reticenti ed omissivi? Ci vuole veramente tanta faccia tosta!  E dire che, prima di essere interrogato dall’avvocato Catuara, bastava che si facesse un ripassino dei suoi tanti ritagli di giornale e file audio e video, relativi in questo caso al mio scalpo di sindaco, facente parte delle sue preziose collezioni di reperti delle sue vittime sacrificali. Cose che, ne siamo sicuri, conserva ancora per benino. Possibilmente in qualche altro caveau blindato, simile alla sua ormai famosa stanza della legalità.
Anche rispetto ad una sua conversazione telefonica, con il giornalista agrigentino Franco Castaldo, intercettata nell’agosto 2016, ed alle denunce presentate contro il Petrotto, di cui parla proprio in quel colloquio, il 14 luglio 2021 il Montante si è mantenuto sul vago ed è stato evasivo. Ha detto che di tali denunce, per questioni attinenti l’organizzazione territoriale di Confindustria, se ne è occupato il responsabile di Agrigento, che era Giuseppe Catanzaro, assieme al giornalista intercettato. Ha scaricato su Catanzaro e Castaldo qualsivoglia responsabilità. Non ha fatto riferimento all’oggetto di tali denunce, prendendone le distanze ed affermando ripetutamente che c’era un contenzioso giudiziario tra il Petrotto ed il Catanzaro, non menzionando minimamente  che lo scontro  riguardava la gestione dei rifiuti. Visto che il Catanzaro era, tra l’altro, il titolare e gestore di una delle 4 più grandi discariche private (?) siciliane, nonché suo delfino e successore, nel 2017, alla presidenza di Confindustria. Come se lui sconoscesse del tutto che si trattava di una serie di querele presentate contro di me dal Catanzaro, che riguardavano proprio la gestione dei rifiuti in Sicilia, di cui peraltro il Montante personalmente  se ne era occupato. Tanto per rinfrescargli la memoria, ricordiamo che tali questioni, in virtù degli strettissimi rapporti tra il Montante e Giuseppe Catanzaro, sono state sollevate e denunciate dal magistrato Nicolò Marino, quando fu costretto a dimettersi da assessore regionale con delega ai rifiuti nel Governo Crocetta, subito dopo un incontro tenutosi a Catania, come ha riferito a luglio del 2020, nel corso del suo interrogatorio davanti al Tribunale di Caltanissetta, nell’ambito del troncone che si sta celebrando, sempre a Caltanissetta, col rito ordinario, dello stesso processo a carico del cosiddetto ‘sistema Montante’…
Un giorno, quando ancora ero assessore, ricevetti una chiamata da Lumia che mi diceva ‘devi venire a Palermo perché Montante e Lo Bello ti vogliono parlare’. Io non andai, vennero loro all’hotel Excelsior di Catania. Montante mi dice: ‘la devi smettere di creare dossier sul mio conto. Altrimenti so io cosa fare’. A quel punto dissi che me ne andavo. Montante mi contestava la posizione pubblica contro Giuseppe Catanzaro che gestiva la discarica di Siculiana. Catanzaro ci aveva chiesto il rilascio di un’autorizzazione per l’ampliamento della discarica ma per rilasciarla era necessario, così come previsto per legge, che venisse realizzato un impianto per il trattamento dei rifiuti”.
Ed ancora, se ci riferiamo sempre al Marino, già nel 2014, dichiarava pubblicamente questo e tanto altro ancora sul conto di Catanzaro:
«Catanzaro è la punta dell’iceberg che cercava di impedire, sotto il profilo giuridico, che la Regione si dotasse di strumenti normativi che le consentissero di fare piattaforme pubbliche. Ma è lui assieme a Montante…».
Il Montante non sa, o fa finta di non sapere, che le stesse cose sostenute dal Marino, in materia di gestione dei rifiuti, ho sostenuto anch’io, addirittura a partire dal 2008. Non solo pubblicamente,  attraverso numerosi servizi giornalisti ed interviste radiofoniche e televisive, ma anche attraverso delle segnalazioni all’ANAC (Autorità Nazionale Anticorruzione), all’Antitrust e persino al Presidente della Repubblica; nonché nel corso di due audizioni, una del maggio del 2015, presso la Commissione Parlamentare Nazionale d’Inchiesta che si occupa del  ciclo dei rifiuti e sui reati ad esso correlati, allora presieduta dall’On. Alessandro Bratti, ed un’altra del 2019, davanti alla Commissione Regionale Antimafia, presieduta dall’On. Claudio Fava. Nel corso degli ultimi 14 anni, non mi sono limitato comunque a parlare solo di gestione illegale di rifiuti, ma sono andato ben oltre. Ho criticato a spron battuto, carte alla mano, tutto ciò  che ha riguardato una caterva di  illegittimità commesse in Sicilia dai vari governi, prima quelli presieduti da Raffaele Lombardo e poi quelli presieduti da Rosario Crocetta, in cui la componente di Confindustria Sicilia condizionava tutto quanto;  ed in cui era ufficialmente rappresentata dagli assessori Venturi ed a seguire da Linda Vancheri e da Mariella Lo Bello. Siamo sicuri che Antonello Montante conosce perfettamente l’oggetto delle querele presentate nei miei confronti nel 2016, anche dagli ex assessori regionali Mariella Lo Bello e Linda Vancheri e dall’ex presidente dell’IRSAP, Maria Grazia Brandara, a cui lui ha fatto riferimento nel corso dell’interrogatorio del 14 luglio 2021. Quelle querele  sono state presentate nel mese di luglio del 2016, mentre lui si adoperava, col capo della Security di Confindustria, Diego Di Simone Perricone,  a farmi spiare, anche  attraverso degli accessi abusivi all’interno dello SDI, il sistema informatico del Ministero dell’Interno. Tutto ciò  si evince sentendo e leggendo una sua conversazione successiva, risalente al 6 agosto dello stesso anno, col giornalista Franco Castaldo, intercettata dalle autorità giudiziarie, di cui  riportiamo l’intera trascrizione e che è, ovviamente,  parte integrante degli atti del procedimento penale relativo al processo a suo carico. Nel corso di quel colloquio Montante infatti invitava il Castaldo ad imbastire una campagna mediatica contro Petrotto preparando il terreno per ordire l’ennesima trama eversiva, finalizzata alla creazione fantasiosa di una calunniosa accusa di mafia…
“In data 6.8.2016, veniva intercettata la conversaz ione nr. 1537 (nota a piè di pagina n°604) delle ore 15.55, in cui il MONTANTE chiedeva al CASTALDO Francesco di occuparsi – quando glielo avrebbe detto lui – della stesura di uno o più articoli contro PETROTTO, DENI, VENTURI CICERO, rappresentandogli che aveva presentato una denuncia molto corposa nei loro confronti alla Procura di Agrigento e alla Polizia Postale. Il MONTANTE gli preannunciava che gli avrebbe fornito le carte e gli anticipava che doveva parlare di una vera e propria “associazione” composta da “fuoriusciti da Confindustria” che avevano dovuto fare tutto ciò che avevano fatto contro di lui perché avevano dovuto cedere alle pressioni della mafia agrigentina. Il CASTALDO lo rassicurava dicendogli che “aveva capito alla perfezione”.
Conversazione telefonica nr. 1537:
CASTALDO: ..pronto!..
MONTANTE: ..chi fa durmivatu, durmivatu?..
CASTALDO: ..pronto!..
MONTANTE: ..durmivatu?..
CASTALDO: ..capita!.. ma poi dici ca un durmu mai!..
MONTANTE: ..minchia!.. (ride).. minchia!.. cumu si?..
CASTALDO: ..bonu, bonu!.. eeeh, ..(inc).. tutto oggi, domani mattina alle ore otto già..
MONTANTE: ..vabbè, vabbè okkey..
CASTALDO: ..cioè siamo..
MONTANTE: ..si, ti volevo dire una cosa, ti sto informando.. nooo, ti sto informando solo ca, che ieri Confindustria Sicilia, no!..
CASTALDO: ..si!..
MONTANTE: ..però questo non lo dare, non lo dare..
CASTALDO: ..ti ascolto..
MONTANTE: ..no, lo so!.. perché m’interessa dopo.. unni c’è un succu, cioè molto formaggio.. ha fatto una denuncia corposa presentata alla Procura di Agrigento e alla Polizia Postale molto corposa..
CASTALDO: ..si..
MONTANTE: ..eh, controoo, contro Petrotto, Deni, Ventu..
CASTALDO: ..si..
Nota 604 R. Int. 659/2016 – progr. nr. 1537 delle ore 15.55 del giorno 06.08.2016, registrata nel corso delle operazioni di intercettazioni delle conversazioni telefoniche, eseguite sull’utenza cellulare nr. 327/2821537 in uso a MONTANTE Antonio Calogero nato a San Cataldo il 05.06.1963, in uscita dall’utenza cellulare in oggetto indicata e diretta all’utenza cellulare nr. 339/2104474,in uso a CASTALDO Francesco nato ad Agrigento il 24.01.1959
MONTANTE: ..Venturi, Cicero.. cose va, na cosa molto corposa!..
CASTALDO: ..si, si, si, si!..
MONTANTE: ..vabbeni?.. però già sappi.. (si accavallano le voci)..
CASTALDO: ..anch’io mi occupo per adesso di questa vicenda di, di Mariella di cui abbiamo.. (inc).. (si accavallano le voci)..
MONTANTE: ..(inc).. tu sai che non la seguo questa, no sooo, vabbè!..
CASTALDO: ..no!.. io, io, io sono.. io sono il ..(inc).. ho le cose.. ah, ah, appena siamo pronti di, di quest’altra vicenda ora me, me ne occupo pure io..
MONTANTE: ..nooo, ti voglio dire poi ti do, poi ti do le car.. però cunveni ..(balbetta).. ci sono varie puntate no!.. in generali!..
CASTALDO: ..certu, certu!.. (inc).. (si accavallano le voci)..
MONTANTE: ..ti, ti, ti volevo dire chee, ieri è stata consegnata alla Procura di Agrigento..
CASTALDO: ..si, si..
MONTANTE: ..e alla Polizia Postale un corposo, una corposa denuncia, diciamo.. proprio no!.. propria denuncia..
CASTALDO: ..si, si, si..
MONTANTE: ..diii, contro un’organizzazione, va bene?..
CASTALDO: ..si, si, si..
MONTANTE: ..e pirchì l’abbiamo..
CASTALDO: ..organizzazione!..
MONTANTE: ..l’abbiamo chiamata organizzazione, va beni?..
CASTALDO: ..vedi effettivamente, effettivamente parteru ca eranu Lanzichenecchi, maaa ora ehh, c’è troppa cointeressi di tutti.. de, denoto pure io che vico, come si dice, dall’esterno!.. (inc)..
MONTANTE: ..si, si, si!.. no ma poi, appena la leggi ti rendi conto perché mhm, fra gli avvocati eccetera eccetera, eh, hanno capito che c’era pro.. è proprio una, una vera organizzazione eeeh, e una delle scelte di quello che è successo.. (si accavallano le voci)..
CASTALDO: ..si, si.. (si accavallano le voci)..
MONTANTE: ..(inc).. fuorusciti dal sistema Confindustria..
CASTALDO: ..si, si..
MONTANTE: ..eh, è rimasto nelle tele della mafia loca, eeh, agrigentina!..
CASTALDO: ..si, si, si..
MONTANTE: ..perchè, pur di ottenere i suoi risultati si è ve.. si è, ha ceduto a questa guerra praticamente no!..
CASTALDO: ..ah, si, si, si.. eh, eh, a queste pressioni.. ho capito, ho capito!..
MONTANTE: ..questa, no questa.. questa è la denuncia no?.. perché alla fine ora solo per.. vabbè molto, molto forte, capito?..
CASTALDO: ..si, si!.. ho capito alla perfezione.. tu, tutto a posto tu?.. ..Dopo di ciò la conversazione assume un carattere amichevole e non inerente alle indagini.
Ma che il Montante non ci poteva sonno e che doveva a tutti i costi spazzare via, in un modo o nell’altro, il blog di Deni dove scrivevo, emerge da altri passaggi dell’Ordinanza di custodia cautelare che lo riguarda, la N. 1699/2014 R.G. notizie di reato N. 1160/2015 R.G.l.P.
“Il 18 luglio 2016, infatti, (conversazione progr. nr. 612 delle ore 10.41) il MONTANTE raggiungeva telefonicamente il DI SIMONE(ndr. Il capo della sua security sotto processo assieme a lui e ad altri 21 soggetti che facevano parte della sua rete di spionaggio) e inizialmente lo redarguiva per l’incuria che aveva percepito nella trattazione di una denuncia da sporgere nei confronti di giornalisti del quotidiano on line “Sicilia Cronaca” (che nei giorni precedenti aveva pubblicato pesanti articoli contro il MONTANTE)”.
In questo caso si riferiva proprio al sottoscritto, Salvatore Petrotto, autore degli articoli che per il Montante dovevano sparire a tutti i costi. Ed a pag. 2338, sempre dell’ordinanza che ha dato il là al processo tuttora in corso a Caltanissetta, la qualcosa viene rimarcata, assieme ad un altro assillo che aveva l’ex presidente di Confindustria. In quest’ultimo caso si tratta di una serie di miei articoli e post pubblicati su Facebook che gli investigatori hanno rinvenuto, assieme ad altro materiale raccolto per confezionare dossier calunniosi e denunce contro di me:
Gli articoli a cui si fa riferimento sono con tutta probabilità quelli pubblicati sul giornale on-line “Sicilia Cronaca” in data 8.7.2016 ed in data 14.7.2016 intitolati rispettivamente “Il presunto mafioso Antonello Montante chiama, l’assessore regionale Mariella Lo Bello risponde ed il5 luglio si precipita a Caltanissetta” e “Cavalier Montante, mafioso o no, ma mizzica, la Vancheri, sua ex donna tuttofare, mentre era assessore regionale, quante vacanza “intelligenti”si è fatta, a spese di noi cretini?” (v. all. 19 annotazione di indagine della S.Mobile di Palermo n. 1092/2017).
La contrarietà mostrata dal MONTANTE nell’occasione consentiva di cogliere anche un particolare estremamente significativo ai fini d’indagine e che vieppiù rafforza la tesi secondo cui il DI SIMONE costituisca la figura chiave a disposizione dell`imprenditore di Serradifalco per la raccolta di informazioni che gli necessitano. Nel lamentarsi, infatti, del poco tempo che il DI SIMONE sembrava dedicare in quel periodo alle incombenze che gli aveva affidato (le quali, immancabilmente, a dire del MONTANTE servivano per “stanare i delinquenti vicino alla mafia”)_, quest’ultimo rammentava allo stesso DI SIMONE che vi erano anche “quelle cose del profilo di Facebook di quella persona da approfondire…..di capire un pò di cose…”
“In data 20.10.2016, progr. 2880605 delle ore 12.25, il MONTANTE diceva alla VACCARO Santa, segretario generale di Unioncamere Sicilia, in ordine a delle assunzioni o a delle consulenze da affidare, di considerare il figlio di CASTALDO e gli chiedeva se aveva un curriculum del figlio.”
“Sempre nel documento consegnato dal CICERO ( uno dei principali accusatori del Montante, assieme a Marco Venturi), in sede di escussione del 20.10.2016, si leggeva anche del giornalista CASTALDO Franco, editore del giornale on-line “Grandangolo”. Il CICERO incontrava quest’ultimo in occasione di un appuntamento con il FIUMEFREDDO e aveva avuto modo di constatare i buoni rapporti di amicizia intercorrenti tra i due. Inoltre, il FIUMEFREDDO stesso gli confidava, dopo che il giornalista si era allontanato, che quest’ultimo era molto legato al CATANZARO Giuseppe, che aveva in cantiere il progetto di finanziare la creazione di una nuova testata giornalistica che sostenesse mediaticamente l’azione di Confindustria Sicilia, di cui CATANZARO – si rammenta – è stato da poco eletto Presidente. Si riporta stralcio del documento consegnato dal CICERO in data 8.10.2016 – pag. 37 …omissis…
FIUMEFREDDO – CASTALDO – CATANZARO (2014) 
Se mal non ricordo, nel 2014, un giorno festivo, in orario pomeridiano, nello studio del FIUMEFREDDO, incontrai CASTALDO FRANCO, di Agrigento, editore del giornale on line GRANDANGOLO, che aveva già concluso il suo incontro con il FIUMEFREDDO e con il quale, per qualche minuto, scambiammo dei convenevoli prima che lo stesso andasse via. Notai che tra il FIUMEFREDDO ed il CASTALDO vi era una stretta amicizia e che il CASTALDO tenesse in evidente considerazione il FIUMEFREDDO. Il FIUMEFREDDO, prima di iniziare la nostra discussione, mi confidò che il CASTALDO da diverso tempo era legato al CATANZARO e che, proprio su input e sostegno economico del CATANZARO, stavano elaborando un’iniziativa comune con SUDPRESS.IT per lanciare una nuova testata giornalistica di diffusione regionale al fine precipuo di sostenere mediaticamente l’azione di Confindustria Sicilia. …omissis… “
Come già accennato, nello stesso periodo, esattamente tra il 20 e 21 luglio 2016, sono stati accertai degli accessi abusivi riguardanti il Petrotto, all’interno del sistema operativo che raccoglie  informazioni riservate del Ministero dell’Interno, denominato SDI. Le informazioni attinte attraverso tali accessi, venivano poi utilizzate per confezionare dei dossier calunniosi che venivano anche presentati presso gli uffici giudiziari. Queste sono alcune delle conclusioni contenute nelle motivazioni della sentenza di condanna del 10 maggio 2019 di  Montante, ma anche del capo della Security di Confindustria Diego Di Simone Perricone, e del sostituto commissario di Polizia di Stato, Marco De Angelis che materialmente, che di concerto col vice Sovrintendente Salvatore Graceffa, imputato nel troncone ordinario dello stesso processo, carpivano tutti quanti notizie coperte da segreti d’ufficio e segreto istruttorio, per garantire al ‘sistema Montante’ di accrescere sempre di più il proprio potere che si fondava sul ricorso sistematico all’intimidazione ed alla calunnia. Ma è interessante un ulteriore approfondimento, riguardante qualche soggetto che, presso la Questura di Agrigento, all’epoca di quei fatti, ha seguito alcuni fondamentali passaggi, relativi alla presentazione delle querele contro di me ed altri, di cui ha parlato Montante e che a suo dire sono state presentate da Catanzaro e Castaldo.
A quei tempi nella Questura agrigentina c’era in servizio un dirigente di polizia che si chiama Giovanni Giudice, al quale si sono rivolte le presentatrici di quelle famose querele.
Soltanto per capire di chi stiamo parlando ve ne tracciamo un breve profilo, relativo ad alcune sue gesta, poco commendevoli, di cui, qualche anno dopo la presentazione di quelle querele, si sono dovuti occupare alcune autorità giudiziarie…
Questo è quanto abbiamo scritto sul suo conto il 21 novembre del 2020:
L’avviso di conclusione indagini è stato notificato anche al funzionario di polizia, dott. Giovanni Giudice, indagato a piede libero nell’inchiesta “Camaleonte” per l’ipotesi di reato di corruzione e di accesso abusivo alla banca dati del sistema informatico del Ministero dell’Interno, per “spiare” – secondo quanto emerso dall’inchiesta – eventuali indagini a carico dei Luca.
Inoltre, arbitrariamente, presso il sevizio informatico del Viminale, sempre per conto dei Luca, avrebbero fatto accesso uno 007 dei servizi segreti civili ed un sovrintendente della Squadra Mobile di Caltanissetta, oggi in pensione. Anche agli ultimi due è stato notificato il decreto di chiusura delle indagini.
Ad un anno e mezzo dallo “tsunami” giudiziario che ha messo in ginocchio l’impero economico degli imprenditori Luca nell’ambito dell’inchiesta “Camaleonte”, i magistrati della Direzione distrettuale antimafia di Caltanissetta mettono un punto fermo sulle indagini che già, nell’estate dello scorso anno, avevano fatto emergere rapporti di cointeressenza tra i Luca e gli uomini di Cosa Nostra dei Rinzivillo, oltre che il ruolo deviato di tre rappresentanti dell’apparato dello Stato.
Ai dieci indagati – oggi tutti a piede libero – è stato già notificato il decreto di conclusione delle indagini. Destinatari del provvedimento, oltre ai tre poliziotti, ci sono i fratelli imprenditori Francesco e Salvatore Luca, il figlio di questi Rocco, ai quali si contesta il concorso esterno in associazione mafiosa; quattro loro congiunti, ovvero Francesco Gallo, genero di Salvatore Luca; Maria Assunta Luca, Concetta Lo Nigro ed Emanuela Lo Nigro (rispettivamente figlia, moglie e cognata di Totò Luca), tutti rimasti implicati nell’inchiesta per l’ipotesi di reato di riciclaggio.
Sulla controversa figura del super poliziotto Giovanni Giudice, che è stato tra l’altro anche capo della Divisione Anticrimine della Questura di Agrigento, ci sarebbe molto da aggiungere. Per lui parlano le cronache relative ad alcune sue opache azioni investigative. Si tratta di una figura borderline. In passato è stato assai utile a sbrogliare determinate matasse per conto di non ancora ben individuate lobby. E qui ci fermiamo, considerato che proprio tale personaggio, nell’estate di 4 anni fa, ha avuto modo, tra le tante sue incombenze, di interessarsi di una sospetta inchiesta relativa ad una serie di articoli di giornale che riguardavano dei personaggi pubblici, a lui ben noti. Come per tutti gli altri casi di cui si è occupato il Giudice, anche riguardo a questa vicenda è stato molto sbrigativo. Si è infatti lasciato andare, attraverso delle affrettate conclusioni. Si è fatto prendere la mano, incolpando e facendo incolpare, per quegli articoli, ritenuti diffamatori, delle persone che poco o nulla c’entravano o c’entrano riguardo alla loro pubblicazione. Senza ovviamente entrare nel merito delle delicate questioni sollevate, proprio in quegli articoli, che riguardano alcuni politici e funzionari pubblici coinvolti nel cosiddetto ’sistema Montante’ e che adesso risultano sotto inchiesta e/o rinviati a giudizio per una caterva di reati. Ci riferiamo, in modo particolare, all’ex vice presidente della Regione, Mariella Lo Bello ed all’attuale sindaco di Naro, Maria Grazia Brandara, entrambe sotto inchiesta presso la Procura di Caltanissetta. La Brandara è inoltre sotto processo a Messina e sotto inchiesta anche a Siracusa. Del resto, sempre l’ex capo dell’Anticrimine di Agrigento, si è reso pure protagonista di un’aggressione e di una violazione di domicilio, ai danni di un noto avvocato agrigentino, che voleva addirittura fare ricoverare con la forza, senza alcun presupposto, presso un reparto di psichiatria. E potremmo pure continuare a sciorinare le sue prodigiose gesta, le sue sceriffate che, in un caso gravissimo ed eclatante, lo hanno visto protagonista dell’uccisione, alle spalle, di un boss disarmato. Anziché arrestare quel capomafia, la squadra di poliziotti capitanata dal Giudice, in quella circostanza, preferì ucciderlo a bruciapelo, mentre stava scappando. Non tentarono cioè di catturarlo, ma preferirono sbarazzarsene con un colpo di pistola alla nuca.
A proposito di quest’ultimo inquietante episodio ecco cosa riportava il giornale La Repubblica il 7 dicembre del 2007:
“Latitante da 11 anni, nascosto in un casolare nelle campagne di Enna. Ha cercato di fuggire
Colpito da due proiettili. Era nella lista dei dieci ricercati più pericolosi
Sparatoria durante la cattura
Muore il boss mafioso Emmanuello
Fu il carceriere di Giuseppe Di Matteo, 12 anni, gettato nell’acido
La vedova: “Giusto che lo prendessero non che lo uccidessero”
ENNA – Ucciso dalla polizia il boss latitante di Gela, Daniele Emmanuello. L’uomo, 43 anni, ricercato dal 1996 per associazione mafiosa, traffico di droga e omicidi, è morto stamane, colpito da due proiettili sparati da uno degli agenti che stavano cercando di catturarlo in un casolare nelle campagne dell’ennese, nel quale si era rifugiato.
Gli inquirenti dicono che i colpi d’arma da fuoco, sette in tutto, sono stati sparati “in aria”, e solo dopo avere intimato più volte all’uomo ‘fermo, polizia’. Emmanuello, però, con il pigiama addosso, ha scavalcato la finestra tentando di fuggire. “A questo punto – dicono gli investigatori – i poliziotti hanno sparato”. Un paio di proiettili hanno raggiunto il boss, uno alla nuca.
“Era giusto che lo prendessero – ammette la vedova del boss, Virginia Di Fede – ma non che lo uccidessero. Mio marito non era armato, ma qualcuno lo ha dipinto come un lupo feroce, invece, non l’ho mai visto trattare male qualcuno. Non credo nella giustizia e non ne so nulla della mafia”. “Mio marito scappava perché lo perseguitavano. Tutta la sua famiglia è perseguitata”, afferma la donna. Quarantadue anni, nullatenente, nel 2006 Virginia Di Fede venne licenziata dal comune di Gela dove lavorava come precaria. Era stata assegnata al servizio di assistenza domiciliare agli anziani, ma era stata trasferita a lavori d’ufficio presso l’assessorato all’ecologia, grazie a un certificato medico che attestava l’inabilità a quel tipo di lavoro a causa di dolori articolari a un braccio.
La magistratura ha aperto un’indagine sulla sparatoria di stamane. “Gli agenti della squadra mobile di Caltanissetta sono riusciti nel loro compito di individuare il covo del latitante nel tentativo di arrestarlo. Per il resto – ha commentato il procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso – si dovranno accertare i fatti per fare piena luce sulla vicenda”.
Rispetto ai rapporti pluriennali con i titolari della concessionaria di Gela che avrebbero gratificato il Giudice, in cambio di una sua probabile attività di favoreggiamento, il giornale Ragusa news, lo scorso anno, riportava quanto segue:
“Gianni Giudice e u Zù Totò
Salvatore “Totò” Luca, fondatore della Lucauto, già nel 2006 fu colpito da un sequestro di circa 60 milioni di euro e accusato dalla Dia di Caltanissetta di essere un prestanome del clan Rinzivillo. Ma pochi mesi dopo il provvedimento, l’imprenditore denunciò di essere vittima di estorsione da parte del clan rivale, gli Emmanuello. Una testimonianza raccolta non dalla stessa Dia, ma dalla polizia guidata proprio da Giudice e che portò a diversi arresti. Oggi la Procura nissena la definisce «una pseudo collaborazione, al solo e dichiarato scopo di ottenere la revoca del sequestro preventivo della sua concessionaria». Cosa che avvenne sei mesi dopo la denuncia”.
Riguardo all’altro episodio, quello dell’aggressione da parte sempre del Giudice, nei confronti dell’avvocato agrigentino Giuseppe Arnone, sapete come è andata a finire? La notizia dei risvolti giudiziari, relativi a quest’altro inqualificabile episodio, è di questi giorni ed è stata riportata anche da italyflash 5 giorni fa…
IMPORTANTISSIMA SENTENZA EMESSA IERI DAL TRIBUNALE DI AGRIGENTO RELATIVA ALLO SCONTRO TRA IL VICEQUESTORE GIOVANNI GIUDICE E L’AVV. GIUSEPPE ARNONE.
Assolto Arnone: non oltraggiò il vicequestore Giovanni Giudice. 
E’ destinata ad avere conseguenze dirompenti la sentenza di assoluzione emessa ieri pomeriggio dal Giudice del Tribunale di Agrigento, Antonio Genna, nel procedimento per oltraggio a pubblico ufficiale a carico di dell’avv. Giuseppe Arnone, difeso dagli avvocati Francesco Menallo e Daniela Principato. L’emissione della sentenza di assoluzione è stata preceduta da durissime dichiarazioni spontanee dell’avv. Arnone, che ha ribadito in modo esplicito le vicende per le quali il Procuratore Luigi Patronaggio e il Presidente della I Sezione del Tribunale di Agrigento Alfonso Malato, nonché l’ex Procuratore Capo Renato Di Natale sono indagati avanti al Tribunale al Gip di Caltanissetta per avere garantito l’impunità a Giovanni Giudice e all’ispettrice Maria Volpe.
La sentenza di ieri smentisce radicalmente la denunzia formulata contro Arnone da parte di Giovanni Giudice e Maria Volpe, vicequestore ed ispettrice di Polizia, secondo i quali Arnone avrebbe oltraggiato Giovanni Giudice, insultandolo a freddo con la frase “Lei cu minchia è?“.
I due, Giovanni Giudice e Maria Volpe, avevano scritto che Arnone aveva pronunziato la frase insultante non appena Giovanni Giudice il 30 settembre 2015 si era presentato all’avv. Arnone per impedire la conferenza stampa.
Invece il video di quella mattina del 30 settembre 2015, prodotto in udienza dall’avv. Daniela Principato, ha smentito clamorosamente i due poliziotti poiché Arnone pronunzia la frase “Lei cu minchia è?” dopo essere stato aggredito ed insultato da Giovanni Giudice e soprattutto immediatamente dopo le minacce profferite da Giovanni Giudice di sottoporre Arnone a trattamento sanitario obbligatorio. Ieri la sentenza che ancora una volta dà pienamente ragione a Giuseppe Arnone e sancisce i comportamenti contrari alle leggi per i quali i magistrati di Agrigento dovranno comparire il prossimo 20 novembre, cioè venerdì prossimo, avanti al Gip di Caltanissetta. Com’è noto i video dell’aggressione di Arnone, acquisiti dal Giudice Genna, sono consultabili e visionabili da chiunque cliccando su YouTube il seguente titolo “La Polizia aggredisce l’avvocato Giuseppe Arnone all’interno del suo studio“. Questo è il link: https://youtu.be/A9V0BErkGUI
Infine già nelle prossime ore l’avv.ssa Daniela Principato, sulla base della sentenza chiederà che immediatamente, prima che i reati si prescrivano, Giovanni Giudice e Maria Volpe vadano a processo per calunnia ed altro ancora.
Non sappiamo cosa dobbiamo fare per essere più chiari di così!
Ritorniamo adesso all’interrogatorio di Antonello Montante, del 14 luglio scorso.
Seppure tirate con le pinze, l’avvocato di Salvatore Petrotto è riuscito a scippargli di bocca alcune parole, a conferma di un fatto consolidato e pubblicamente accertato. Subito dopo lo scioglimento per mafia del Comune di Racalmuto, il Montante ha proposto pubblicamente la candidatura a sindaco  di Felice Cavallaro,  giornalista del Corriere della Sera, originario di Racalmuto ma soprattutto persona fortemente legata al Montante. Assieme avevano gestito una serie di eventi, quali la partecipazione della Sicilia all’EXPO 2015. I fondi per tali iniziative venivano allora sistematicamente stanziati dagli  assessori regionali espressione di Montante. Non è un caso che il Cavallaro è stato il suo cerimoniere in molte occasioni, compresa ovviamente quella relativa al più volte citato scioglimento per mafia del Comune di Racalmuto. Il Cavallaro, a quei tempi, assolveva tali  piacevoli incombenze, in coppia fissa con Gaetano Savatteri, vera e propria musa ispiratrice al servizio del Montante e che come detto, dopo avergli tributato un grandioso omaggio con la pubblicazione nel 2008 del panegirico ‘La volata di Calò’,  nel 2012 gli ha scritto una lettera per invitarlo ad un evento a Racalmuto, di cui lui, lo ribadiamo, ha detto, da quell’ abile, ma finto stralunato che è, di non ricordare che si trattava della cerimonia in pompa magna, riguardante il tanto strombazzato scioglimento per mafia del paese dello scrittore Leonardo Sciascia. Per fortuna che si è ricordato del suo amico Cavallaro, da lui ‘opportunamente’ sponsorizzato, assieme ad un altro suo collega, ed anch’egli illustre paladino dell’antimafia, Ivan Lo Bello. Entrambi hanno  proposto il Cavallaro quale candidato a sindaco di Racalmuto, dopo  che è stato fato fuori l’allora primo cittadino, Salvatore  Petrotto, reo di avere denunciato i loro amici imprenditori, fortemente impegnati a gestire, per così dire in malo modo, acqua e rifiuti.
Almeno questa circostanza il Montante, a denti stretti, ha dovuto ammetterla, non foss’altro che anch’essa è  stata veicolata da diversi organi di informazione ed è cristallizzata in un paio di email, rinvenute nei suoi archivi elettronici.
“Tra il materiale sequestrato al MONTANTE veniva rinvenuta altra documentazione che cristallizza i favori resi dall’imprenditore nisseno ad altri giornalisti, ossia CAVALLARO Felice, inviato del Corriere della Sera, e MORGANTE Vincenzo, giornalista RAI. Il CAVALLARO veniva sostenuto dal MONTANTE per la sua candidatura a sindaco di Racalmuto dopo lo scioglimento del consiglio comunale di quel centro per infiltrazione mafiosa con l’allora sindaco PETROTTO (soggetto che si ricorda essere stato tra quelli oggetto di interrogazione SDI da parte del GRACEFFA Salvatore). Scatolone contrassegnato “1BB – 1B – 2B – 3B ”, 
  • “e-mail del 7 Dicembre 2013 inviata da CAVALLARO Felice ad Antonello MONTANTE avente per oggetto “Carissimo Antonello, al di là della lettera di risposta “ufficiale”, indirizzata anche a Ivan, grazie di cuore per quanto fai, un forte abbraccio felice” riguardante l’interessamento da parte dello stesso MONTANTE e Ivan LO BELLO a proporre la candidatura del CAVALLARO Felice a Sindaco di Racalmuto, con consiglio comunale sciolto per infiltrazioni mafiose”.
L’avvocato Catuara ha anche chiesto al Montante se conosceva un altro soggetto legato sia a lui che ai suddetti giornalisti Savatteri e Cavallaro, ossia l’ex sindaco di Racalmuto, l’avvocato Luigi Restivo Pantalone, al quale gli odierni suoi accusatori, Alfonso Cicero e Marco Venturi, tra il 2010 ed il 2012, gli hanno conferito dei delicati incarichi rispettivamente,  all’ASI di Enna e presso l’Assessorato Regionale per le Attività Produttive. Il Montante ha confermato ciò che anche il suo ex factotum, Alfonso Cicero, aveva già rivelato a proposito del Restivo nel corso del suo interrogatorio nel troncone dello stesso processo che si sta celebrando col rito ordinario. In quegli anni, mentre il Restivo, assieme al Cavallaro ed al Savatteri gestivano diverse cose assieme a Montante, Venturi e Cicero, il Petrotto è stato bersagliato e massacrato, a colpi di iniziative mediatico-giudiziarie, strumentalizzate a dovere proprio dallo stesso Montante e dalla sua lobby di potere. E’ stata inoltre sviscerata in che cosa consistesse quell’impercettibile ma dannosa azione pseudo legalitaria, sbandierata con ossessiva insistenza dal Montante. Grazie alla puntuale analisi dell’avvocato Catuara, relativa alle varie iniziative politiche ed economiche, burocratico-amministrative, legislative e mediatico-giudiziarie poste in essere dalla Confindustria Sicilia capitanata da Montante, è stato abbondantemente chiarito che il sistema messo in piedi da Montante poco o nulla aveva a che fare con la legalità. Si trattava semplicemente della realizzazione di un disegno egemonico, di un accentramento di quasi tutti i poteri, compresi i poteri dello Stato, che sono stati tutti quanti da lui assoggettati e fortemente condizionati.
E’ stato pure sgomberato il campo relativo alla sue specifiche competenze legali e professionali visto che, alla domanda riguardante il suo titolo di studio, postagli dall’avvocato Stefano Catuara, ha risposto che è in possesso di un diploma di maturità tecnica e di un altro diploma di maturità pedagogica. Sinceramente non abbiamo capito bene cosa intendesse dire, ma sicuramente Montante non ci azzeccava niente in materia di diritto e di legalità, non possedeva alcun titolo, requisito o competenza specifica. Certo è che, se l’ex presidente di Confindustria e dell’ENI, Emma Marcegaglia, madrina di Montante, gli ha affidato la delega nazionale per la legalità ed il controllo del territorio, avrà sicuramente visto in Montante delle qualità e delle competenze professionali nascoste che noi, sinceramente, non siamo riusciti a scoprire. Infatti quando l’avvocato Catuara gli ha formulato alcune specifiche domande sul funzionamento delle vecchie ASI, sull’istituzione e sul funzionamento dell’IRSAP od ancora sui contenuti delle banche dati delle camere di commercio, o più genericamente sul concetto stesso di che cosa significa legalità,
dopo avergli dimostrato, carte alla mano, che lui e la sua lobby hanno commesso un caterva infinita di illegittimità, finalizzate a fare incriminare ingiustamente tutti coloro i quali ostacolavano i suoi molteplici affari ed i suoi innumerevoli interessi, spesso illeciti, Montante ha balbettato, non ha saputo rispondere. Addirittura per sapere in che cosa consistesse il sistema operativo revolving delle camere di commercio, ha dovuto chiamare in suo soccorso chi di queste cose se ne intende e che dal 2009 al 2016  gli passava tutte quante le notizie riservate e coperte da segreto istruttorio. Per delucidare la Corte d’Appello di Caltanissetta ha dovuto rendere nuovamente delle dichiarazioni spontanee l’ex poliziotto ed ex capo della Security di Confindustria, Diego Di Simone Perricone.
Le modalità dell’esercizio del potere liberticida del ‘sistema Montante’ si basavano fondamentalmente sulle denunce calunniose, finalizzate ad estromettere, in maniera capillare,  dagli enti pubblici, dalle società a partecipazione pubblica, dalla organizzazioni di categoria ed osiamo dire anche dalle semplici associazioni di quartiere, chiunque non obbediva ai diktat di Antonello Montante. Venivano così decapitati i vertici delle istituzioni, delle organizzazioni datoriali, della politica, della burocrazia, del mondo delle professioni, del giornalismo e delle rappresentanze sindacali. Poi si procedeva al loro sistematico commissariamento, imposto sempre dal Montante. Tutti quanti i commissari dovevano necessariamente incontrare il suo gradimento, altrimenti erano guai seri. Uno dei tanti fulgidi esempi della logica dei commissariamenti è stata la sua elezione a  presidente di Unioncamere Sicilia, grazie proprio ai commissari da lui fatti nominare e che obbedivano ciecamente ai suoi ordini, anche mentre era sotto inchiesta per mafia. Liberatosi di un inutile orpello che si chiama democrazia partecipata, estendeva la sua occupazione militare  ovunque c’era da gestire potere e soldi. Questa metodologia è stata utilizzata non solo dentro le camere di commercio, ma anche nelle aree industriali, negli Ato rifiuti, negli ATO idrici, nelle ex Province Regionali, dentro gli istituti di credito regionali, dentro le banche ed in tutti i consorzi pubblici che si occupano di gestione di strade, autostrade, ferrovie, porti, aeroporti. Anche nei comuni sciolti per mafia a decidere i nomi dei commissari prefettizi era lui e la sua lobby. Ovviamente sempre grazie a due ministri dell’Interno e della Giustizia, Anna Maria Cancellieri ed Angelino Alfano, che lo assecondando sempre e comunque, lo ossequiavano e che erano totalmente succubi rispetto ai suoi desiderata. Quei due ministri che il Montante teneva al guinzaglio, si sono spinti al punto tale, di procedere contro le aziende, i professionisti ed i comuni, a colpi di misure di prevenzione antimafia, tenendo conto del cosiddetto rating legalità che è diventato, addirittura legge dello Stato. È  chiaro che tale rating, tale graduatoria, per così dire di mafiositá, era stilata in base a dei suoi insindacabili giudizi, avallati, come ha avuto modo dire sempre il Montante nel corso del suo interrogatorio, proprio da quei due ministeri chiave. La Cancellieri ed Alfano, erano praticamente nelle sue mani. Ed assieme a loro stabiliva quali imprese potevano aggiudicarsi gli appalti relativi ai lavori ed ai servizi pubblici; nonché quali imprese dovevano essere sottoposte a delle micidiali misure di prevenzione antimafia, con relativi sequestri e confische di beni. Queste misure, guarda caso, venivano comminate grazie all’invenzione di questo suo, e solo suo, rating di legalità, basato su criteri che poco o nulla hanno a che fare con lo Stato di Diritto e con la legalità, nel vero senso della parola. Ma aveva anche la potestà, a torto od a ragione, di cancellare l’iscrizione di qualsiasi impresa dalle camere di commercio. Bastava infatti fare ricorso sempre a tali misure di prevenzione applicate da questo o quel questore o prefetto compiacente, altrimenti definite interdittive  antimafia. Si sono persino inventate le cosiddette interdittive atipiche, ovvero dei decreti penali inflitti in maniera preventiva, anche quando non viene commesso  alcun reato, con cui si impedisce alle imprese, di fatto, di partecipare alle gare d’appalto. Tali provvedimenti che alteravano le regole della libera concorrenza e del libero mercato, si basavano sul si dice, su uno strano odor di mafia, che avvertiva soltanto Montante e la sua lobby. Come del resto ha avuto modo di sottolineare, sempre nel corso del suo interrogatorio fiume, in cui ci ha spiegato che quando  si trattava di presunti reati di mafia, tutti quanti dovevano mettersi da parte, perché a queste faccende ci pensava solo lui. Era lui, e soltanto lui, a fornire alle autorità giudiziarie le ‘giuste’ imbeccate infarcite di informazioni che, il più delle volte, erano soltanto delle polpette avvelenate.
Non si può a questo punto non chiosare quanto fin qui abbiamo analizzato, rifacendoci alle auliche conclusioni contenute nelle motivazioni della sentenza del giudizio di primo grado che lo riguarda:
  «Montante è stato il motore immobile di un meccanismo perverso di conquista e gestione occulta del potere che, sotto le insegne di un’antimafia iconografica, ha sostanzialmente occupato, mediante la corruzione sistematica e le raffinate operazioni di dossieraggio, molte istituzioni regionali e nazionali». Così  ha scritto la Gup Graziella Luparello, quando il 10 maggio 2019  ha condannato a 14 anni di carcere Montante. L’ex paladino della legalità, scriveva la Luparello, aveva dato vita «a un fenomeno che può definirsi plasticamente non già quale mafia bianca, ma mafia trasparente, apparentemente priva di consistenza tattile e visiva e perciò in grado di infiltrarsi eludendo la resistenza delle misure comuni».

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