Correva l’anno 1996. Era il mese di dicembre. Le feste natalizie ancora non erano terminate e Castelvetrano si sveglia con un omicidio di quelli pesanti. Muore il figlio di Vito Panicola ex democristiano e politico influente della prima repubblica. Un personaggio pubblico molto conosciuto per il suo ruolo nella politica locale. Le indagini indicarono Vito Panicola come colui che doveva uccidere un pregiudicato che aveva truffato una persona che stava a cuore ai boss mafiosi Messina Denaro, ma per un tragico errore assassinò suo figlio. Questo pregiudicato era Giovanni Ingrasciotta, oggi in galera per una condanna definitiva 7 anni.

La chiave di lettura della sentenza di condanna all’ ergastolo, emessa dalla Corte di assise di Trapani, nei confronti di Vito Panicola, si basa su un regolamento di conti andato male per la famiglia Panicola e bene per Ingrasciotta.

Giovanni Ingrasciotta, all’epoca dei fatti aveva 38 anni. Era già conosciuto alle forze di polizia per detenzione di armi, spaccio, favoreggiamento personale e false informazioni al pm nel corso delle indagini sull’omicidio. Ex carabiniere ed ex sorvegliato speciale (già condannato per traffico di droga), Ingrasciotta qualche giorno dopo il delitto Panicola disse agli inquirenti che la vittima dell’agguato doveva essere lui, perchè aveva truffato una persona, implicata in un giro di usura, vicina ai capimafia di Castelvetrano Matteo e Francesco Messina Denaro. Mai si è capito chi fosse questa persona truffata. Nel corso dell’inchiesta cambia versione.

Ingrasciotta all’epoca si dichiarò ” collaborante” e raccontò di essere stato convocato dai Panicola, poichè “Matteo”, gli voleva fare gli auguri di Natale. Ci pensate? Matteo il super boss, che per uccidere un nemico, usa questa strategia da film di Totò. La “vicinanza” di Panicola con i Messina Denaro, a Castelvetrano, non è mai stato un mistero per nessuno. Ma questa stretta vicinanza e anche parentela poteva dare garanzie al boss per un omicidio? Panicola, allora difeso dagli avvocati Celestino Cardinale e Ferruccio Marino, ha sempre negato di aver ucciso suo figlio, così come di essere stato sul luogo del delitto la sera del 27 dicembre del 1996.

L’’omicidio, quel mese di dicembre a Castelvetrano, ci fu . Questo è innegabile. Giuseppe Panicola, 25 anni ,fu colpito da un proiettile che lo uccise senza scampo. Era il fratello del cognato di Matteo Messina Denaro. Suo fratello maggiore, sposa Patrizia Messina Denaro e lavorerà per anni ,presso le aziende di Giuseppe Grigoli, l’imprenditore dei supermercati. Il giovane, secondo la sentenza, sarebbe stato ucciso per errore dal padre Vito che ha mancato la vittima designata, Giovanni Ingrasciotta.

Dopo l’omicidio, sempre secondo le indagini, l’assassino e la vittima mancata, si sarebbero messi d’accordo per tacere sulla vicenda. Sulla mano di Vito Panicola la polizia ha trovato tracce di polvere da sparo. In questa strana storia manca il cosiddetto terzo elemento. Che ruolo ha avuto Matteo Messina Denaro in tutta questa tragedia? Secondo le indagini Ingrasciotta doveva essere ucciso perchè “si futtiu i picciuli. Alcune piste indicano, come già detto, un “furto” ad un usuraio

Nell’intervista a Presa Diretta, Ingrasciotta parla di appuntamento con la morte, senza una ragione. Lui era stato sempre fedele agli ordini. Matteo Messina Denaro doveva eliminarlo e crea una situazione da film poliziesco americano, con appuntamento nel bosco e coinvolgendo due sicari amici del bersaglio per ucciderlo? Per uno che ha gestito stragi e omicidi eccellenti è un lavoro da dilettanti. Una situazione del genere comporta tanti rischi. Lo capisce pure un ragazzo che legge “piccoli” brividi”.

E poi, un omicidio così sceneggiato , in quel periodo , così caldo dal punto di vista giudiziario, e dove lo stesso Messina Denaro era già ricercato e sotto processo per stragi di Firenze, a cosa gli poteva servire? Non aveva fatto ammazzare i parenti dei primi pentiti che hanno confessato cose inenarrabili contro di Lui e si espone così per eliminare Ingrasciotta?

In ogni caso, per uccidere l’amico traditore, scomodare un politico navigato non più giovanissimo e un principiante , sembra un pò puerile. A Matteo ,non mancavano certo sicari di livello per far fuori Ingrasciotta. Il boss era di buona scuola. E poi, Vito Panicola , impiegato comunale conosciutissimo in città , proprio in quel momento storico, dove i politici Dc (ne arrestavano uno al giorno) erano bersagli preferiti delle Procure, poteva esporsi così tanto? E Messina Denaro, fu così stupido da muovere una pedina così visibile, per fottere Ingrasciotta?. Qualcosa non torna

L’episodio del 1996, è uno dei tanti misteri che circondano la latitanza del boss. Qualche investigatore molto attento, già allora, non credette all’ipotesi del regolamento di conti. Alcuni scaltri poliziotti, lavorarono sull’ipotesi che Ingrasciotta, doveva morire, perchè sospettato dalla cosca dei Messina Denaro, di essere confidente della polizia. Questa pista, stranamente, non fu sostenuta dai magistrati del tempo.

Anche in questo caso , molti dettagli investigativi non tornano. Ad esempio, la possibile presenza di Matteo Messina Denaro sul luogo del delitto. Probabile che, il boss , avesse intuito che Ingrasciotta lo stava portando in una trappola e che quell’incontro doveva avere altri fini. Probabile che, Messina Denaro, informato da qualche “mente raffinatissima”, del doppio gioco di Ingrasciotta ,ha dovuto agire in modo non rituale e disordinato, per evitare ancora una volta l’arresto. Sono tutte ipotesi . La vicenda per come è stata descritta dalla sentenza, rimane roba da dilettanti. Messina Denaro poteva rischiare così tanto? Ancora una volta, la verità , solo Lui la potrebbe raccontare. O forse Ingrasciotta.

Fonte: Rai

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