di Filippo Moreschi, avvocato e Responsabile Osservatorio AIDR
“Digital Agrifood”

Uno dei caratteri maggiormente significativi della c.d. “Data driven
agriculture” è il suo doppio profilo “interno” ed “esterno”. Interno,
per ciò che riguarda i dati inerenti la produzione, la sicurezza e la
tracciabilità dei processi e dei prodotti agroalimentari. Nella
prospettiva originaria della “Data driven agriculture”, infatti, i
dati raccolti su scala aziendale servono per migliorare le performance
dell’impresa, fornire un prodotto qualitativamente e quantitativamente
migliore e sicuro e ridurre le due principali minacce per il settore
agricolo: l’esposizione ai rischi legati alle condizioni atmosferiche
e gli sprechi di prodotto.
Purtuttavia, l’azienda dialoga con il mondo esterno, incontra e incide
sulle matrici ambientali, adopera risorse consumabili e, in una cera
misura, inquina. Ecco dunque che ancora nel 2018 la FAO, facendo
riferimento ai dati strettamente “di campo” come i valori e la
composizione di sostanza nutritiva del suolo, l’uso dei fertilizzanti,
delle sementi e dell’acqua, parlava di dati aziendali “localized” da
condividere con altri soggetti (“shared with others”) esterni
all’azienda. Si sottolineava il carattere quasi pubblicistico di
questi valori, che devono contribuire, insieme a quelli di tutti gli
altri operatori, alla difesa dell’ambiente ed alla lotta ai
cambiamenti climatici. Si tratta di quei dati, nati in azienda, che
confluiscono nelle indagini statistiche, nelle determinazioni
governative, nelle politiche, nelle decisioni delle associazioni di
produttori.
Già da alcuni anni, inoltre, il World Economic Forum esplora l’utilità
della blockchain e degli smart contracts nella lotta al cambiamento
climatico. Lo studio “Building Blockchains for a better planet” (2018)
declinava l’utilità di queste tecnologie nel sostegno ad economia
circolare, controllo dell’inquinamento, prevenzione dei disastri,
verifica della sostenibilità di nuova generazione, aiuto alle aziende
a migliorare le proprie performance ambientali. Si riteneva che un
sistema decentralizzato interoperabile avrebbe potuto consentire la
condivisione di informazioni e transazioni automatizzate rapide
tramite smart contracts.
Lo stesso World Economic Forum sembra dare seguito, oggi, a queste previsioni.
In un articolo apparso lo scorso 30 giugno a firma di Adelyn Zhou
vengono illustrate alcune applicazioni sperimentali degli smart
contracts e della tecnologia blockchain nella lotta al cambiamento
climatico e nell’aiuto all’agricoltura sostenibile.
Il presupposto tecnologico è l’operatività concreta su blockchain
degli “oracoli”, ossia dei c.d. “elementi esterni fidati” che,
comunicando un certo dato reale, confermano l’avverarsi di un certo
evento e fanno scattare la sequenza prevista dallo smart contract. Ciò
permette agli sviluppatori di smart contracts di creare applicazioni
su raccolti, qualità del suolo, bollettini metereologici e molto
altro, utilizzando sempre più dati provenienti dall’Internet of Things
La prima applicazione riguarda la possibilità di sostenere in modo
automatico gli agricoltori e tutti coloro che si impegnano per la
rigenerazione del suolo, aumentando la forestazione. Gli smart
contracts, in questo caso, utilizzano i dati satellitari per erogare
automaticamente ricompense e sostegni agli agricoltori, alle aziende
(ma anche ai governi) che svolgono o che promuovono attiva
rigenerazione del suolo.
Il pagamento viene erogato quando gli “oracoli” estraggono dati dalle
immagini satellitari ed attivano i contratti intelligenti. La sequenza
su blockchain garantisce trasparenza ed equità al sistema.
Ma l’agricoltura viene tutelata anche attraverso soluzioni
assicurative che garantiscano tutela soprattutto ai piccoli
proprietari – in larga parte scoperti su scala mondiale – di fronte ai
disastri e ai cambiamenti climatici che mettono sempre più a
repentaglio i loro raccolti.
Ecco dunque che grazie agli smart contracts gli agricoltori possono
impostare la loro strategia di campo in base ai dati ed ai modelli
metereologici, predefinire le condizioni per l’esecuzione del
contratto (come una certa quantità di pioggia) e, una volta che gli
“oracoli” segnalano l’avveramento della condizione, conseguire il
ristoro o il pagamento.
Più in generale, lo sviluppo degli smart contracts può incidere
virtuosamente sulla minore produzione di gas serra e sull’educazione
ambientale. Un agricoltore, un soggetto o un’azienda che ha investito
nella riforestazione potrebbe essere pagato con un credito di carbonio
“tokenizzato” che a sua volta può essere rivenduto a terzi. Il credito
di carbonio viene creato solo se i satelliti o gli altri dispositivi
segnalano la riforestazione ad uno smart contract, cosicchè anche
l’acquirente del carbon credit possa verificare che a tale titolo
corrisponde un processo reale ed effettivo che ha coinvolto l’ambiente
e l’ecosistema.
Vedremo, in concreto, quanto queste prime applicazioni potranno
diffondersi. Certamente, un utilizzo generalizzato di questi
strumenti, unito ad una sempre più capillare cultura dei dati
ambientali, può davvero rivoluzionare tutto il sistema produttivo
dell’agroalimentare, dando al contempo un contributo importante alla
sostenibilità.

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