Falcone era controllato su ordine del Ministero dell’Interno. Chi temeva veramente Falcone? A questo punto , si può dire, non solo i mafiosi. La precisione degli orari e degli spostamenti per farlo saltare in aria non può essere stata solo opera di quattro sanguinari ignoranti. Qualcuno passava le informazioni. Perchè? Quante fesserie hanno raccontato alcuni paladini dell’antimafia salottiera? Perchè alcuni magistrati non  sono stati mai processati? Basta passerelle televisive e libri inutili. Depistaggi e buffonate per nascondere la verità

Da il settimanale The Post Internazionale (TPI)

A 30 anni dalla Strage di Capaci un documento inedito rivela che apparati dello Stato sorvegliavano il magistrato. Come prova l’ appunto riservato del 1990 pubblicato da TPI, con cui il capo della Criminalpol informava il ministro dell’Interno dei contenuti riguardanti un interrogatorio del giudice al Venerabile della P2 Licio Gelli. Violando il segreto istruttorio. L’inchiesta sul nuovo numero del settimanale The Post Internazionale – TPI, in edicola da venerdì 20 maggio

Servizi e doppio gioco

È il 7 aprile del 1990, sono le ore 16, e Giovanni Falcone, procuratore aggiunto di Palermo, si trova negli uffici romani della Criminalpol. Davanti a lui, a guardarlo dritto negli occhi, c’è Licio Gelli: l’ex venerabile maestro della P2.

Qualche ora più tardi, terminato l’interrogatorio di Falcone a Gelli, dagli uffici di quel dipartimento della pubblica sicurezza parte un “appunto riservato” destinato all’Onorevole Sig. Ministro, che all’epoca dei fatti è il democristiano Antonio Gava. Notizie delicate. Ma soprattutto coperte da segreto istruttorio. L’intento? Uno solo: rivelare, immediatamente, cosa avesse appena riferito Gelli a Falcone. Il mittente di quell’appunto, che firma con nome e cognome, è Luigi Rossi, prefetto ed ex capo della Criminalpol. Che dipendeva direttamente dall’allora capo della Polizia, Vincenzo Parisi.

A 30 anni dalla Strage di Capaci, “The Post Internazionale” pubblica un documento inedito che rivela come apparati dello Stato abbiano sorvegliato, almeno in un’occasione, il magistrato. L’appunto del 1990 inviato dal capo della Criminalpol al ministro Gava per informarlo dei contenuti secretati di quell’interrogatorio di Falcone a Gelli è l’ultimo tassello di una serie di evidenze e supposizioni che si sono ricorse negli anni sulla possibilità che Falcone fosse spiato.

Il documento che sconfessa molti paladini della verità truccata

«Confermo», risponde a TPI l’ex ministro dell’Interno Vincenzo Scotti, che succederà a Gava nell’ottobre del 1990. «Non era e non è normale informare il ministro di un’attività coperta da segreto istruttorio». Scotti, con Falcone e Martelli, getterà le basi per la Direzione Nazionale Antimafia e per la Direzione investigativa antimafia.

IL DOCUMENTO

L’appunto, conservato presso l’Archivio centrale di Stato di Roma e oggi pubblicato in esclusiva da TPI, proviene dalle carte del Ministero dell’Interno, declassificate dalla Direttiva Renzi del 2014. Si tratta di un solo foglio appartenente a una serie di “corrispondenze con le questure”. In alto, allegato all’appunto, appare una nota di saluti. Oltre al già citato capo della Criminalpol Luigi Rossi, che indirizza l’appunto direttamente al ministro Gava, nel documento figura un’altra persona la cui firma è illeggibile. Un appunto che, per la gravità che lo caratterizza – la rivelazione del segreto istruttorio e la questione di sicurezza in sé (Falcone aveva subìto un attentato, poi fallito, all’Addaura il 21 giugno del 1989) – non sarebbe nemmeno dovuto esistere. A chiudere la nota compare anche una raccomandazione che avvisa il ministro del carattere di segretezza delle informazioni. «Non ricordavo di un interrogatorio di Falcone a Gelli. Certamente la comunicazione del contenuto dell’interrogatorio coperto da segreto al ministro non è attività consentita a norma di legge. È lecito supporre che Falcone fosse “tallonato” in questo filone di indagini e che si temesse che potesse scoprire qualcosa che doveva restare segreto». A essere così esplicito è l’ex procuratore generale di Palermo, Roberto Scarpinato che – da poco smessa la toga – commenta con TPI le finalità del documento che non conosceva.

Falcone dunque spiato nel momento più delicato delle sue indagini, quelle sugli omicidi politici siciliani di Michele Reina, Pio La Torre e Piersanti Mattarella, un tempo riuniti in un’unica inchiesta, e quelle su Gladio (vedi l’articolo a pag. 14). Scarpinato, già nel pool antimafia con Falcone e Borsellino, ha dedicato gli ultimi anni a scavare sulle reali ragioni che hanno portato i due giudici alla morte, occupandosi in varie forme delle stragi del 23 maggio e del 19 luglio 1992.

fonte tpi

Rispondi