All’indomani dell’appello del processo che ha sancito l’esistenza del ‘sistema Montante’, adesso il cerchio si stringe.

Gli otto anni di reclusione inflitti ieri all’ex numero due di Confindustria Nazionale, Antonello Montante, dalla Corte d’Appello di Caltanissetta, presieduta da Andreina Occhipinti, fuga ogni dubbio riguardo al fatto che esisteva un’associazione a delinquere di cui il Montante era una sorta di ‘capo dei capi’.

Quello di ieri, per la verità, sembra solo una sorta di antipasto.

Ancora deve arrivare il primo ed il secondo.

Chi sa leggere tra le righe si è reso conto che, grazie allo sconto di pena, garantito dall’abbreviato, quegli otto anni equivalgono ai 12 anni del rito ordinario.

Qualche altro si è reso conto pure che questa condanna  riguarda solo alcuni reati associativi, commessi dal Montante, assieme al capo della security di Confindustria Nazionale, l’ex poliziotto Diego Di Simone Perricone ed al vice commissario Marco De Angelis.

Reati per lo più commessi a partire dagli inizi del 2015, da quando cioè era stata pubblicata dal giornale Centonove, diretto da Enzo Basso, la notizia che l’ex ‘apostolo dell’antimafia’ era indagato per mafia.

Notizia ripresa e rilanciata, a caratteri cubitali, da Attilio Bolzoni sul quotidiano La Repubblica, esattamente il 9 febbraio del 2015.

Nessuno fino a quel momento sapeva che quel nome e cognome, Mauro Cavaleri, iscritto nel registro degli indagati per mafia, era soltanto uno pseudonimo.

In realtà si trattava di Montante.

Infatti, a partire dal giugno del 2014, i magistrati che stavano conducendo quella delicata inchiesta sul suo conto, usarono questo escamotage, per evitare di essere spiati; cosa che puntualmente è avvenuta, in maniera continuativa, proprio subito dopo che Centonove e La Repubblica diedero la notizia che alcuni pentiti stavano rivelando qual era la vera identità, il vero volto di questo personaggio ‘sciasciano’, di questo falso professionista dell’antimafia.

E fu così che abbiamo appreso che Calogero Montante aveva preso in giro tutti quanti.

Compresi tanti uomini di Stato, imprenditori e giornalisti.

Sia quelli che amavano chiamarlo più dolcemente Antonello, sia i suoi compari mafiosi che, invece, preferivano chiamarlo in maniera più secca e decisa: Calò! Così come uno dei suoi tanti amici scrittori e giornalisti, Gaetano Savatteri, che gli dedicò addirittura un’ormai proverbiale libro-panegirico dal titolo, non a caso, ‘La volata di Calò’.

Libro celebrativo da cui, con i fondi di EXPO 2015, lo Stabile di Catania mise in scena un ‘memorabile’, si fa per dire, spettacolo teatrale.

Tra gli attori protagonisti di quella commedia, o farsa che dir si voglia, c’era pure Giorgio Musumeci, il figlio dell’attuale Presidente della Regione, Nello Musumeci.

Tutti quanti recitavano la parte loro assegnata.

Allora, siamo nel 2008, per diventare più sciccosi e pregni di leggendarie storie industriali, era necessario inventarsi di sana pianta l’esistenza, già agli inizi del Novecento, di una inesistente, ma mitica, fabbrica di biciclette-Montante, impiantata in uno sperduto paese dell’entroterra siciliano, Serradifalco, patria della ‘famiglia’ Montante.

Artefice di questo miracolo industriale, manco a dirlo, chi poteva essere? Ma naturalmente  Calò Montante, l’omonimo nonno del nostro falso paladino dell’antimafia.

Ovviamente non era vero niente.

Ma tutti, tranquillamente, facevano finta di crederci, affrettandosi ad ossequiare ogni sua volontà che diventava un ordine.

Bisognava solo obbedire e dire: ‘si padrone’, ed il gioco era fatto!

Tanto qualche osso da spolpare c’era sempre.

Bastava solo assicurare al Montante dei servili ed umilianti servigi.

Ma questa è solo una delle tante innumerevoli storie, fatte di tentacolari intrecci politico-istituzionali e pseudo culturali, utili ad acchiappare soldi e ad accalappiare chiunque era funzionale a fare affari di qualsiasi genere.

Adesso al Montante è stato presentato un salatissimo conto da pagare.

A partire dal 12 settembre prossimo, nell’ambito del processo Montante bis che, su proposta del giudice Francesco D’Arrigo, potrebbe essere riunificato con l’altro processo al ‘sistema Montante’, iniziato nel 2018, inizieranno a sfilare un’ottantina di testimoni, chiamati dai pubblici ministeri Claudia Pasciuti e Davide Spina. E tra questi alcuni collaboratori di giustizia del calibro di Nino Giuffrè, Ciro Vara, Salvatore Dario Di Francesco, Pietro Riggio, Aldo Riggi, Salvatore Ferraro, Carmelo Barbieri, Massimo Carmelo Billizzi.

Non so se riusciamo a spiegarci, ma se non abbiamo capito male, forse stiamo entrando nel vivo dell’inchiesta madre, dell’inchiesta per mafia,  da cui tutto ebbe origine.

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