L’intervento del magistrato antimafia Luca Tescaroli in occasione dei 30 anni dalle stragi Falcone e Borsellino: “Spunti investigativi e interrogativi che impongono di continuare a indagare”.

Luca Tescaroli è magistrato memoria storica della Procura di Palermo, istruttore di processi antimafia altrettanto storici. E in occasione dei 30 anni dalle stragi di Capaci e Via D’Amelio, Tescaroli, attualmente procuratore aggiunto a Firenze, rilancia la necessità di proseguire nelle indagini, e afferma: “In quel lasso temporale del 1992, tra la strage di Capaci e via D’Amelio, i vertici di Cosa Nostra ricevettero un segnale istituzionale, consistito nell’avvio di una trattativa da parte di esponenti delle istituzioni, gli ufficiali del Ros. Nella prospettiva dei mafiosi ciò suonava come una conferma che la loro attività stragista, proiettata a colpire lo Stato minacciandolo per ottenere benefici, fosse idonea ad aprire nuovi canali relazionali, capace di individuare nuovi referenti politico-istituzionali. Se fosse stato informato dei negoziati in corso, Borsellino si sarebbe certamente opposto. Non a caso la strage inghiottì l’agenda rossa dell’arma dei Carabinieri che il magistrato portava con sé, dove annotava i dati rilevanti, che fu fatta scomparire dopo l’attentato, ma non da Cosa Nostra”. E poi Tescaroli aggiunge: “La strage di via D’Amelio era stata un attacco terroristico ed eversivo diretto al cuore delle istituzioni, capace di generare panico e sgomento tra i cittadini, idoneo a intervenire sui poteri giudiziario e legislativo e di compromettere la sicurezza dello Stato, attuato con un’autobomba imbottita da circa 90 chilogrammi di esplosivo di tipo militare che Cosa Nostra aveva già impiegato”. E poi il magistrato ricorda: “La strage a livello istituzionale aveva portato anche delle conseguenze a livello politico: la conversione in legge il 7 agosto del decreto dell’8 giugno 1992, cioè quel decreto che aveva varato misure repressive di contrasto alla criminalità mafiosa, fra le quali l’estensione del regime del carcere duro ai mafiosi di cui all’articolo 41 bis, e un inasprimento della regolamentazione dell’ergastolo ostativo per i mafiosi che gli impediva l’ottenimento dei benefici penitenziari, fra i quali la liberazione condizionale e i permessi premio”. E poi Tescaroli conclude: “A distanza di 30 anni si è provato il coinvolgimento di Cosa Nostra nell’ideazione ed esecuzione della strage. Sono state individuate le ragioni dell’eccidio: la vendetta di un acerrimo nemico, protagonista del maxiprocesso, e poi l’esigenza di natura preventiva dell’uccisione, derivante dal pericolo per quanto Borsellino stava facendo e avrebbe potuto fare. Rimangono spunti investigativi e interrogativi che impongono di continuare a indagare. Borsellino aveva manifestato il proposito di individuare i responsabili della strage di Capaci e, nel corso di un’intervista a due giornalisti francesi, aveva fatto riferimento a Vittorio Mangano, e sostenuto di essere a conoscenza di rapporti tra mafiosi ed esponenti del mondo imprenditoriale, citando l’esistenza di una indagine nei confronti di Marcello Dell’Utri, condannato poi con sentenza definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa”.

fonte teleacras angelo ruoppolo

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