Sin da bambini si cresce con il mito dell’importanza della storia, disciplina che si occupa dello studio del passato tramite l’uso di fonti e il cui scopo è, o dovrebbe essere, quello di evitare che gli errori e gli orrori pregressi si verifichino nuovamente.

Purtroppo la medesima disciplina insegna altresì che non sempre l’uomo impara dagli errori passati, facendo sì che determinati eventi tingano di nero alcune pagina di storia.

Uno degliavvenimenti che pesa come un macigno nella storia Italiana è stato la morte del giudice Paolo Borsellino e degli agenti della sua scorta  ad opera della mafia.

Sono trascorsi esattamente trent’anni da quel 19 luglio 1992, dalla strage di Via D’Amelio a Palermo.

Tale episodio, così come la precedente strage di Capaci, provocò una forte reazione della società Palermitana, soprattutto giovanile, ed una maggiore determinazione dello Stato a combattere il fenomeno mafioso con l’utilizzo di maggiori risorse. Tali fattori, purtroppo, furono insufficienti ad eliminare la mentalità mafiosa, mentalità che imperversa tuttora negli ambienti a più alta densità mafiosa ed in particolare in molte relazioni di natura commerciale, lavorativa ed interpersonale.

D’altronde, è noto che l’atteggiamento mafioso o pseudo mafioso per essere considerato tale, non per forza deve sfociare nella commissione di un delitto ma, basta che sia caratterizzato da prepotenza, arroganza e superiorità in qualunque contesto o ambito.

Altrettanto insufficienti si rivelarono le varie campagne di sensibilizzazione dell’intera comunità e le dure sentenze di condanne emesse nei confronti di soggetti mafiosi, che dimostrarono l’evoluzione e l’intrufolamento della mafia negli  ambiti  più disparati.

Eppure, sono stati molti gli uomini che hanno fortemente creduto nella lotta contro la mafia, consapevoli che, in un modo o nell’altro, ne sarebbero stati vittime.

Celebre l’ultimo discorso di Paolo Borsellino, pronunciato il 25 giugno 1992 a Casa Professa, durante il quale lesse il testamento moralea cui si ispiravanolui e il suo collega, nonché amico fraterno, Giovani Falcone.

“Giovanni Falcone lavorava con perfetta coscienza che la forza del male, la mafia, lo avrebbe un giorno ucciso…

Perché non è fuggito, perché ha accettato questa tremenda situazione, perché non si è turbato, perché è stato sempre pronto a rispondere a chiunque della speranza che era in lui? Per amore!

La sua vita è stata un atto d’amore verso questa sua città, verso questa terra che lo ha generato.

Per lui la lotta alla mafia non doveva essere soltanto una distaccata opera di repressione, ma un movimento culturale e morale, che coinvolgesse tutti, specialmente le giovani generazioni, le più adatte a sentire la bellezza del fresco profumo della libertà che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità, e quindi della complicità.”

Come emerge da queste parole, i giudici Falcone e Borsellino  credevano fortemente nella giustizia e nell’amore per la propria terra e per le generazioni future, sentimento quest’ultimo che avrebbe estromesso la mentalità mafiosa dalla società civile.

Si tratta di un coinvolgimento emotivo così profondo ed intimo quanto forte e potente da non avere eguali.

Famoso il dialogo tra Merlino e Artù, tratto dal cartone animato “La spada nella roccia” della Walt Disney, dove il mago prova a spiegare cosa sia l’amore.

Merlino:《Vedi giovanotto, questa faccenda dell’amore…è una cosa potentissima!》
Artù:《Più forte della gravità?》

Merlino:《Beh sì figliolo, in un certo senso… io direi che è la forza più grande della terra!》.

 

Forse, nel 2022, in una società altamente frenetica, tecnologicaed arida di sentimenti, è banale ed utopico pensare di poter combattere la mafia attraverso l’amore. Ma una forza così potente ed insidiosa come la forza del male non si può che combattere con una forza contrapposta ed altrettanto forte.

Certamente, il tutto dovrà essere coadiuvato da adeguate riforme socio-culturali, giuridiche e politiche che impattino sull’intera collettività.

Una di queste potrebbe essere l’insegnamento dell’educazione civica ed ambientalesin dal primo anno di scuola primaria, al fine di inculcare ai bambini il rispetto e l’eguaglianza delle persone ed il rispetto e la tutela dell’ambiente.

Inoltre, secondo l’associazione Codici, altrettanto significativo appare il ruolo delle Istituzioni, le quali, attraverso il loro operato quotidiano, devono contribuire all’eliminazione della mentalità mafiosa, una mentalità che avvelena il tessuto sociale e creasottosviluppo.

Solo in tal modo si potrà attivare quel movimento culturale e morale di cui parlavano Borsellino e Falcone, facendo sì che le nuove generazioni conoscano l’atteggiamento mafioso solo nei libri di storia e non nella vita di tutti i giorni.

 

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