Nicola Morra, presidente della Commissione Nazionale Antimafia.

Domani, 19 luglio, ricorrerà il 30° anniversario della morte di Paolo Borsellino.

Come per il 30° anniversario del 23 maggio per Falcone, assisteremo alla fiera delle ipocrisie.

Pochi giorni fa ho inteso rendere pubblica la mia partecipazione alla presentazione del libro “Lobby & Logge” di Palamara e Sallusti, che si terrà in Sicilia il 30 di luglio, a Barcellona Pozzo di Gotto, e questo ha sollevato qualche polemica perché “andrei oltre”…

Oggi, tuttavia, al TG2 delle 13.00, hanno ricordato Borsellino con il suo ultimo discorso pubblico prima di essere ucciso. Era il 26 giugno 1992, 33 giorni dopo l’attentato di Capaci e 23 giorni prima della sua morte.

Fra i cittadini della “Casa Professa” di Ballarò, Borsellino disse: “Ritengo che mai come in questo momento è necessario che io ricordi a me stesso e ricordi a voi che sono un Magistrato […] Questi elementi (sulla morte di Falcone) che porto dentro di me io debbo per prima cosa rappresentare all’Autorità Giudiziaria che è l’unica in grado di valutarli […] La magistratura, che forse ha più colpe di ogni altro, cominciò proprio a farlo morire il 1° gennaio del 1988 (quando Falcone si candidò alla guida del pool antimafia) […] Qualche Giuda si impegnò subito a prenderlo in giro…”.

Quindi è stato Borsellino ad affermare che, per la morte di Falcone, la magistratura avrebbe avuto, forse, “più colpe di ogni altro”, cominciando “a farlo morire il 1° gennaio 1988”.

Viviamo ore politicamente frenetiche, ma il tema – connesso – delle mafie e del loro contrasto mediante il governo della Giustizia, non può essere ricordato solo in occasione degli anniversari dei nostri martiri, giudici e uomini delle scorte. La loro memoria merita altro tipo di attenzione dallo Stato.

A tal proposito, ecco cosa dicevo il 15 giugno scorso nel mio intervento al Senato sulla riforma della Giustizia:

“Vorrei far capire a chi ci ascolta da casa quanto poco interessi a questo Parlamento la riforma della Giustizia […] Questo dibattito è viziato da una sostanziale ipocrisia. A parole, tantissimi (per non dire tutti) ritengono che il problema fondamentale da risolvere affinché si possa restituire fiducia nei confronti della istituzione Stato sia quello della Giustizia…

Badate…poc’anzi qualcuno, anche ironizzando, commentava ricordando che ai cinque quesiti referendari hanno risposto pochissimi elettori, circa 1/5. Ma io vado oltre! Quanti sono gli italiani che hanno votato per eleggere le loro amministrazioni comunali ed i loro sindaci? Perché questo è il segnale della crisi delle Istituzioni. E se noi abbiamo la percezione, come faceva capire Corrado Alvaro, che sia inutile provare a cambiare…noi veniamo afflitti dalla disperazione di chi ad esempio, leggendo il libro di Luca Palamara […] constata che tanto nulla cambia.

E allora, scusatemi, vi sembra normale che i trojan, per quanto siano programmati per restare accesi sino alla mezzanotte, vengano a spegnersi prima di una importante cena fra il dottor Palamara e l’allora Procuratore Capo della Repubblica di Roma il dottor Pignatone? Vi pare normale?

Vi pare normale che pochi giorni fa, il 23 maggio, abbiamo ricordato con grande ipocrisia Falcone e Borsellino, ma gli stessi Falcone e Borsellino hanno dovuto far la guerra all’interno della magistratura per ribadire che alcune linee di azione contro la criminalità organizzata di stampo mafioso non potevano essere oggetto di mercimonio?

Io sono stanco di assistere ad una gestione politicizzata della giurisdizione.

Se è 1/3 dei membri del Consiglio Superiore della Magistratura ad essere eletto da questo Parlamento…allora, gioco forza, è il peso della politica-partitocrazia che determina le scelte del governo autonomo della magistratura, perché è sul quel 1/3 che poi si modellano le correnti stesse…”.

Se l’azione penale continuerà ad essere decisa in funzione dell’obiettivo politico, le mafie prolifereranno grazie a questa azione arbitraria della giurisdizione, in barba al principio per cui “la legge è uguale per tutti”.

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