Il processo in corso contro la mafia dei Nebrodi non riguarda l’attentato a Giuseppe Antoci.

Eppure, leggendo le dichiarazioni dell’ex presidente del Parco dei Nebrodi, riportate da diversi organi di informazione, sembrerebbe che si stia celebrando il processo relativo all’attentato di cui lui è stato vittima nel 2016. Purtroppo quel processo non si è finora celebrato. A tal riguardo la Procura ed il Tribunale di Messina hanno disposto due archiviazioni. Non si è infatti riusciti a risalire ai mandanti ed agli esecutori materiali.

Anche il GIP del Tribunale di Messina che ha firmato l’ordinanza con cui sono stati mandati a giudizio gli allevatori dei Nebrodi, per le truffe ai danni dell’Unione Europea, ha escluso che sia stato qualcuno di loro a compiere, nel 2016, l’attentato ai danni di Giuseppe Antoci. L’attentato in questione non è dunque opera di nessuno degli imputati del processo in corso. Gli uffici giudiziari messinesi hanno solo ipotizzato che ci sia una qualche relazione tra l’attentato e l’opera di contrasto contro la mafia, da parte di Antoci. Azione esercitata attraverso il ‘suo’ protocollo antimafia. Protocollo che riguarda il propedeutico rilascio di certificazioni antimafia più stringenti per l’erogazione di contributi pubblici.

Nel processo in corso che, lo ribadiamo, non riguarda l’attentato, i magistrati si stanno occupando di acquisizioni illecite per uso capione di terreni privati; acquisizioni finalizzate ad ottenere fondi pubblici. Tra l’altro, il cosiddetto protocollo-Antoci, secondo quanto ricostruito dagli investigatori, veniva tranquillamente bypassato facendo ricorso a dei prestanome. Ci sarebbe inoltre da aggiungere che esso non è stato peraltro applicato per la prima volta da Antoci. In precedenza, secondo quanto emerge da un’attenta analisi degli atti amministrativi, era stato sperimentato, senza successo, proprio perché facilmente aggirabile, da altre pubbliche amministrazioni.

Finora, purtroppo, sono state diffuse, anche in maniera roboante, una serie di notizie, basate su delle palesi imprecisioni ed inesattezze che, erroneamente, qualcuno continua a propalare, attraverso gli organi di informazione. L’obiettivo sembrerebbe quello di far credere che quell’attentato sia stato opera degli imputati attualmente sotto processo a Messina.

In realtà gli odierni imputati non c’entrano assolutamente nulla.

Ma la cosa ancor più grave è che, sempre nel processo in corso, al fine di chiarire definitivamente questa questione, si sarebbe potuto convocare, ma non lo ha fatto nessuno, i tre capimafia che avevano, all’epoca dei fatti, il pieno controllo del territorio dei Nebrodi e che, dopo quell’attentato, sono diventati dei collaboratori di giustizia. Collaboratori finora ritenuti del tutto credibili ed assolutamente attendibili. I tre boss pentiti, infatti, davanti ai magistrati della Procura di Messina, hanno dichiarato che la mafia con l’attentato a Giuseppe Antoci, non c’entra niente.

Per tali ragioni sarebbe il caso di riaprire l’inchiesta su quel controverso attentato di cui si era occupata, tra mille polemiche, la Commissione Parlamentare Antimafia della Regione Siciliana, presieduta da Claudio Fava. La Commissione Antimafia aveva licenziato, in proposito, una relazione, trasmessa alla Procura della Repubblica di Messina, votata all’unanimità, dall’intera Assemblea Regionale Siciliana. In quella preziosa relazione venivano evidenziate delle rilevanti opacità, riguardo alle modalità con cui è stato messo a segno quell’attentato. Ma sia la Procura che il Tribunale delle Stretto, non hanno ritenuto opportuno convocare le persone sentite dall’Antimafia Regionale, ed hanno archiviato il caso. Sempre in quella relazione venivano espresse delle perplessità, anche riguardo alla matrice mafiosa. Purtroppo due dei poliziotti che si sono occupati di tale attentato non potranno più parlare perché, nel 2018, pur godendo di ottima salute, sono morti improvvisamente, a distanza di 24 ore l’uno dall’altro, uno di leucemia fulminante ed un altro di infarto cardiaco.

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