È una lettera pubblicata ieri dal quotidiano La Repubblica…

Caro Direttore, forse non si sa quanta fatica costi chiedere giustizia. Consumare suole, giunture, energie. Passare notti insonni. Svegliarsi all’alba, rincorrere aerei o treni, dribblare scioperi, immergersi nella folla, sorreggere cartelli o striscioni, stringere mani, sperare. Caricarsi fascicoli sulle spalle, trascinare trolley. Nomadi di Giustizia percorrere chilometri, bussare a porte di palazzi, pietire ascolto. Non crederci. Leggere avidamente ogni notizia, studiare sempre, accumulare carte, scrivere atti, firmare petizioni, preparare comunicati in frazioni di secondo. Arrabbiarsi, guardarsi
le spalle, sopportare espropri, sciacallaggi, tentativi di manipolazione e tradimenti. Convivere con l’ansia di sbagliare, consapevoli che nessun errore verrà perdonato. Tenere botta. Non perdere la pazienza, non
darsi per vinti, mai. Non avere fiducia, ma non perderla completamente. Avere coraggio. Fingere. Avere paura. Si gonfiano occhi, piedi e ginocchia, si perde la voce, si trattengono lacrime e imprecazioni, si domano fitte
nelle parti sensibili del corpo, nelle viscere dell’anima, così vicine alla bocca dello stomaco. Si trattiene la nausea, si mastica e sputa amarezza, si sciolgono nodi e
crampi. Si serrano i denti, si frena la lingua e si
accumulano rughe. Si impara a dissimulare. A volte ci si abbraccia e la muscolatura improvvisamente cede e si rilassa. Poi si rientra svelti nell’armatura divenuta di colpo pesante e insopportabilmente claustrofobica. E
comunque non basta a proteggerci. Ci sono a volte pause, battute di arresto, inutili tuttavia
per riprendere fiato, perché va tenuta alta l’attenzione e viva l’adrenalina. Poi si ricomincia a correre e a sudare. E ogni delusione, ogni ferita di ingiustizia si somma alle altre, scava più in profondità e corrode.
Ci si trasforma, cambiano visioni e lineamenti. I pensieri si avvelenano e inquinano l’anima. Si perde in gentilezza, si acquista in rabbia. Ad ogni sconfitta provare vergogna, voler sparire,
nascondersi. Ricordarsi e ripetersi che non siamo noi i colpevoli. Noi siamo gli offesi. Non potersi comunque fermare, se no vincono loro, quelli che questa fatica non la sanno neppure vedere né immaginare. E che ignorano cosa la sostiene. Perché, se sapessero, ne avrebbero
giusto rispetto e doveroso timore. Perché la forza di queste famiglie, partigiane di giustizia, è corale e inarrestabile, come i diritti. Combattono in apparente solitudine battaglie a beneficio di tutti, contro nemici comuni. Preservano dignità e garanzie che dovrebbero essere patrimonio di ogni cittadino, anche di
quelli che ripetono che tanto non cambierà mai nulla e con questa aspettativa cercano di trarre personali, miserevoli benefici o, peggio, conservare indecenti poteri. Quando penso a tutta questa fatica mi incanta sapere che la giustizia, seppure a brandelli, che queste famiglie e chi li accompagna riusciranno a conquistare, contribuirà a proteggere anche le famiglie di chi ha investito e confidato nell’oblio, nell’indifferenza e nell’impunità. È il bello dei diritti, generosi per definizione, la loro magia: valgono per tutti, anche se a difenderli sono solo alcuni. Alessandra Ballerini, avvocata, difende tra gli altri le famiglie Regeni, Paciolla e Rocchelli. La forza di queste famiglie, partigiane di giustizia, è corale e inarrestabile. Combattono battaglie a beneficio di tutti.

di Alessandra Ballerini: ‘La sfida per i diritti’

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