Gaetano Armao ha già cominciato a parlare di programmi: un piano per il lavoro, uno per le infrastrutture, uno per la defiscalizzazione a favore dei non residenti (senza contare che l’applicazione del ‘modello Portogallo’, una norma scritta da lui, è stata affossata dall’Ars qualche Finanziaria fa). Ha pensato a tutto il candidato governatore del Terzo polo, ma non a dimettersi da una giunta ancora nel pieno delle sue funzioni. Una giunta di centrodestra, schieramento al quale Armao ha deciso di non appartenere più. A tal punto da lasciare Forza Italia senza comunicarlo a nessuno. E senza dimettersi da una carica, quella di vice-Musumeci, che è stato il suo ex partito, con Berlusconi, a consegnargli inopinatamente nel 2017.

Il capogruppo azzurro di FI all’Ars, Tommaso Calderone, è stato netto: “Negli ultimi cinque anni, con totale ingratitudine, Armao ha ricoperto il doppio incarico grazie alla generosità del presidente Berlusconi, senza mai essersi misurato con il giudizio insindacabile degli elettori. Di fatto non è mai stato eletto, neanche come consigliere di quartiere. Un vero camaleonte della politica”. Ma peggio di Armao, forse, è Musumeci. Che continua a tenersi in giunta l’assessore-amico, quello degli esercizi provvisori e delle Finanziarie di cartone, pur essendo un avversario della coalizione a cui lo stesso Nello – lo testimoniano le parole di stima nei confronti di Renato Schifani – dice di voler aderire. Anche da semplice “militante”.

Il governatore uscente ha trascorso la seconda metà della legislatura lanciando ultimatum ai partiti della coalizione: o con me o contro di me. Una volta, dopo che Salvini indicò Minardo quale possibile successore, lanciò un avvertimento alla Lega: se lavora a un’alternativa, farebbe meglio a uscire dal governo. Anche nei confronti di Toni Scilla, ultimo assessore rimasto fedele a Forza Italia e Micciché, usò termini poco simpatici durante la presentazione dell’accademia del tonno rosso, dissimulando un certo fastidio per la sua presenza (poco amica). Musumeci – rimasto da sempre fedele ai suoi principi – non ha mai tollerato granché chi osasse mettersi di traverso. Ma questo permissivismo nei confronti di Armao, che da un pezzo flirta con Calenda, rischia di annientare in un solo colpo la sua coerenza, il suo rigore, i suoi principi. La sua credibilità.

Se Musumeci fosse leale nei confronti della compagine che l’ha sostenuto fino in fondo – “in questi cinque anni neppure un giorno di crisi”, è il mantra del cerchio magico – avrebbe già dovuto provvedere a estromettere la ‘spia renziana’. Invece se la tiene. Giusto il tempo di confezionare gli ultimi provvedimenti utili. Di salutarsi a dovere. Di darsi appuntamento a chissà quando. A proposito: come farà Armao a fare campagna elettorale senza pronunciare una sola parolina fuori posto rispetto al governo sconquassato di centrodestra che l’ha tenuto al caldo per così tanto tempo? Come farà a convincere i siciliani che il Terzo polo di Azione e Italia Viva è meglio del centrodestra, visto che lui medesimo appartiene – tuttora – all’uno e all’altro? Musumeci lo tolga dall’imbarazzo. O la fine sarà davvero ingloriosa. Per entrambi.

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