Gli interrogativi irrisolti, e le possibili risposte, sulle stragi di mafia del ’93. L’intervento dell’ex procuratore generale di Palermo, Roberto Scarpinato.

L’ex procuratore generale di Palermo, Roberto Scarpinato, intervenendo ad uno dei tanti dibattiti che si susseguono in occasione dei 30 anni dalle stragi Falcone e Borsellino, ha sollevato il velo su alcune circostanze finora meno conosciute rilanciando degli interrogativi. Tra l’altro, in riferimento alle stragi di Roma, Firenze e Milano del 1993, ha affermato: “Chi forniva ai mafiosi le indicazioni degli obiettivi da colpire nelle stragi al nord del ’93? Agli esecutori materiali e persino a Giovanni Brusca fu detto che erano scelti consultando i dépliant turistici. Ma è una grande balla. I collaboratori Tullio Cannella e Antonio Calvaruso, che curarono la latitanza di Leoluca Bagarella, e per questo motivo raccolsero direttamente da lui alcune confidenze, hanno dichiarato che Bagarella riceveva input e indicazioni dall’esterno. E questa circostanza ha avuto una precisa conferma dal collaboratore di giustizia Giuseppe Ferro, che è stato condannato all’ergastolo per avere fornito la base logistica di cui si servirono gli autori della strage di via dei Georgofili a Firenze nella notte tra il 26 e il 27 maggio ’93. Ferro ha dichiarato in pubblico dibattimento che, dopo la strage di Firenze, Bagarella gli avrebbe chiesto un’altra base logistica a Bologna per una strage da eseguirsi in quella città. E ai dubbi sollevati da Ferro, circa l’opportunità e la convenienza di Cosa nostra di eseguire un’altra strage che avrebbe causato morti tra la gente comune, Bagarella aveva risposto che ‘lassù volevano che si facesse rumore’. Chi erano quelli di lassù che volevano finalizzare le stragi ad una finalità di eversione che trascendeva gli interessi immediati di Cosa nostra? Chi furono coloro che il 2 giugno 1993 collocarono a Roma un’autobomba in via dei Sabini, lungo la strada che quel giorno doveva percorrere il presidente del consiglio Ciampi? A Milano chi portò l’automobile in via Palestro sul luogo dove esplose? Finora le indagini non sono state in grado di dare risposta a questa domanda. Chi era la donna bionda, indicata da alcuni testimoni come persona vista all’interno di quell’automobile in via Palestro, mentre parlava gesticolando con un uomo poco prima che la stessa auto esplodesse. Potrei continuare con queste domande, e ad ognuna di queste potrebbero dare una risposta risolutiva coloro che conoscono tutte le risposte: i capimafia stragisti condannati all’ergastolo e facenti parte del secondo livello informativo, ovvero il comitato ristretto dei capimafia messi al corrente da Riina delle complicità esterne. Loro sanno. E perché, nonostante sappiano tutte le risposte che consentirebbero di svelare i segreti dietro le stragi, hanno continuato a tacere?”. E lo stesso Scarpinato risponde: “Perché non vogliono fare la fine di Antonino Gioè e Luigi Ilardo. Anche loro hanno dei familiari che possono essere travolti da un pirata della strada. Il suicidio/omicidio di Antonino Gioè nel carcere di Rebibbia è stata una ‘lectio magistralis’ che ha fatto capire ai mafiosi detenuti che nulla li può salvare rispetto alla capacità di una parte dello Stato di penetrare anche all’interno dei luoghi più protetti come il carcere, ed eliminare chirurgicamente coloro che non sanno tenere per sé i segreti che coinvolgono mandanti e complici esterni: i segreti irraggiungibili per ‘ragione di sistema’. E ricordo le dichiarazioni del collaboratore di giustizia, Antonino Giuffrè, che mise a verbale come, nel periodo in cui aveva iniziato a parlare con i magistrati, gli furono fatti trovare in cella sacchetti non bucati. Un invito chiaro ad uccidersi”.

Teleacras Ruoppolo

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