Quando scrissi “Sbirromafia, la mafia delle mafie – la fine di Emmanuello e il sistema Montante” ancora non conoscevo il contenuto delle agende elettroniche di Antonello Montante, “il paladino dell’antimafia”, il regista dell’omonimo “sistema” corruttivo che si era insidiato all’interno dei servizi segreti nazionali, elevato a “cavaliere” dal presidente Napolitano.

Non nascondo una certa soddisfazione nell’apprendere che in esse era riportato l’appunto dell’omicidio di Emmanuello a seguito di uno sfortunato blitz eseguito dalla polizia. Ero certo che da parte del Montante vi fosse un forte interesse al fatto. In più, una ventina di giorni prima, lo stesso riportava di un appuntamento con entrambi i superpoliziotti artefici dell’operazione presso la questura di Caltanissetta. Nessuno aveva mai messo in relazione Montante con il latitante Daniele Emmanuello. Ancora più inquietante il fatto che si tratta, negli anni, dell’unico fatto di sangue registrato in queste agende. Certo è che uno dei due poliziotti mi querelò, invano, dal momento che, sia la procura di Ragusa che il Gip, decisero di archiviare il procedimento, cosa che da un lato mi alleviava, ma che chiudeva la vicenda senza arrivare a dissipare il dubbio della probabile relazione tra l’interesse del Montante al fatto e l’azione dei poliziotti. Già nella stessa giornata del blitz, il cronista televisivo Angelo Ruoppolo, in un servizio per Teleacras, sollevava perplessità sulla versione ufficiale della polizia, paragonando l’evento, addirittura, alla messinscena rappresentata per il conflitto a fuoco che cagionò, ufficialmente, la morte del famoso bandito di Montelepre, Salvatore Giuliano. Non solo. A seguito di una ricerca sui fatti dell’epoca, viene fuori una testimonianza fornita dal collaboratore di giustizia Crocifisso Smorta, che affermava: “la notte del blitz a Emmanuello, nella stessa località (Villarosa EN) si doveva tenere un summit di “cosa nostra” per stabilire la successione a Emmanuello in favore dei Trubia”. Mettendo insieme questi elementi, l’esigenza di un’inchiesta appare evidente. E, invece, il silenzio. Lo stesso che si tenne i giorni successivi al blitz, malgrado gli impegni solenni di Piero Grasso e Francesco Forgione, riportati da giornali e televisioni. Coincidenza vuole anche che l’obbligatorio fascicolo sulla morte del latitante fosse promosso dal procuratore della Repubblica Renato Di Natale e condotto da Nicolò Marino, uomini vicinissimi al Montante. Un circolo chiuso. Dall’autopsia del cadavere, per quanto riportato dalla stampa, con sorpresa, appare uno scenario stupefacente: nell’esofago e nello stomaco di Daniele Emmanuello venivano rinvenuti sei “pizzini”, fogliettini simili per dimensioni ai grossi scontrini da supermercato, piegati e protetti da un film plastico atti, quindi, ad essere ingeriti per poi poterli recuperare in fase di eiezione corporale. Nella strabiliante ricostruzione, quindi, il fuggiasco, vistosi circondato dalla polizia, sarebbe saltato fuori da un finestra della villetta dov’era rifugiato, in pigiama, percorrendo una trentina di metri, ingerendo forzatamente tutti e sei le capsule coi pizzini, certamente trattenendo in buona parte il fiato, arrivando sul ciglio di un burrone e cadendoci giusto lo stesso istante in cui un proiettile lo raggiungeva alla nuca, uccidendolo. Pizzini importanti, dal momento che grazie ad essi, il clan di Emmanuello veniva, successivamente, rastrellato ed arrestato in una grande operazione di polizia. Oggi, con ciò che è emerso dalle agende di Montante si dovrebbe, quantomeno, riesaminare il fascicolo e tutti i documenti relativi a quel 3 dicembre 2007, a Villarosa. Dissipare, cioè, ogni dubbio sulla verità ufficiale. La morte di Emmanuello venne festeggiata come una liberazione per Gela e determinò l’affermazione dell’allora sindaco Crocetta come battistrada della rivincita civile che, di lì a poco, venne premiato con l’elezione a parlamentare europeo e, successivamente, governatore della Sicilia, sempre sotto l’egida del cav. Montante. Una storia che in molti vogliono dimenticare, che i giornali ignorano, che la politica, forse, teme.

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