«Il depuratore funziona perché il laboratorio scrive numeri a minchia!…se si viene a sapere fuori, che noi non abbiamo controllato mai un cazzo!». È l’ottobre del 2019 e due dirigenti dell’impianto di depurazione del più grande polo petrolchimico d’Italia, e tra i più grandi d’Europa, vengono intercettati dalla procura di Siracusa. Inizia così una indagine che ha portato il mese scorso al sequestro di una struttura che per quarant’anni non ha mai funzionato nonostante lì le più grandi aziende chimiche e petrolifere d’Europa – e non solo –  abbiano scaricato, e scarichino ancora, fanghi e agenti inquinanti: per intenderci, Eni, i russi della Lukoil, i sudafricani della Sasol, gli indiani della Sonatrach. 

L’indagine della procura aretusea per disastro ambientale guidata da Sabrina Gambino, arrivata a normalizzare uffici infestati dal sistema del corruttore di giudici Piero Amara, alza il velo sull’inquinamento di un pezzo del Paese avvenuto in maniera incredibile con una serie di azioni superficiali di chi doveva controllare e della politica concentrata solo a spartire qualche posto di sottogoverno. L’Espresso ha potuto leggere nella sua completezza tutta la documentazione alla base di un’inchiesta che lascia davvero senza parole. Sembra incredibile che questo sia avvenuto negli anni Duemila, eppure le intercettazioni e le analisi dei periti incaricati dalla procura lasciano poco spazio ai dubbi: per decenni, e ancora oggi come vedremo, si è «compromessa la qualità dell’aria e del mare» dove insistono diversi agglomerati urbani, da Siracusa a Priolo, Melilli e anche alcuni paesi interni.

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