Dopo la sentenza definitiva in Cassazione, arrestati per sconto di pena residua tre fiancheggiatori del boss di Sambuca di Sicilia, Leo Sutera, presunto capo provincia di Cosa Nostra agrigentina. I dettagli.

Maria Salvato e Leo Sutera

Lo scorso 21 dicembre la Cassazione ha confermato e reso definitiva la condanna a 14 anni e 6 mesi di reclusione a carico del boss Leo Sutera, 71 anni, di Sambuca di Sicilia, presunto capo provincia di Cosa Nostra agrigentina, arrestato per associazione a delinquere di stampo mafioso il 29 ottobre del 2018. E poi 3 anni di reclusione ciascuno sono stati inflitti a tre presunti fiancheggiatori dello stesso Leo Sutera, anche loro di Sambuca di Sicilia, Giuseppe Tabone, imprenditore di 56 anni, Maria Salvato, fioraia di 48 anni, e Vito Vaccaro, 60 anni, già autista di Sutera. Adesso i tre fiancheggiatori del boss sambucese sono stati arrestati dai Carabinieri e trasferiti in carcere dove sconteranno 10 mesi di reclusione ciascuno come pena residua a fronte del reato di favoreggiamento personale aggravato dall’avere agevolato l’attività di Cosa Nostra agrigentina. I tre sarebbero stati in stretto contatto con Sutera, proteggendolo, informandolo e veicolando i suoi messaggi. Nella gestione delle dinamiche associative mafiose, soprattutto tra appalti e opere pubbliche, Leo Sutera si sarebbe avvalso dell’apporto degli altri tre, particolarmente attivi nel coadiuvare il capomafia, aiutandolo ad eludere le indagini, e salvaguardandone gli spostamenti e la comunicazione. Ancora più nel dettaglio, Giuseppe Tabone e Maria Salvato avrebbero costantemente informato Leo Sutera dell’esistenza di telecamere e di possibili attività investigative nei suoi confronti. E Vito Vaccaro avrebbe reso a disposizione di Sutera mezzi e risorse, tra cui un immobile da destinare ad incontri riservati. Vaccaro avrebbe inoltre bonificato da eventuali microspie l’automobile utilizzata per accompagnare negli spostamenti Leo Sutera. A Sambuca di Sicilia il negozio di fiori gestito da Maria Salvato e l’abitazione dell’anziana madre di Leo Sutera sono uno accanto all’altra, in Viale Gramsci, fuori dal centro cittadino, e gli investigatori lo ritengono un luogo con caratteristiche di riservatezza, teatro spesso di incontri altrettanto riservati. Nel corso di una conversazione intercettata l’11 novembre del 2018, tra Vito Vaccaro, autista di Leo Sutera, e la sua compagna, A G sono le iniziali del nome, a bordo dell’automobile di lui, una Fiat Stilo, lui, Vaccaro, alludendo verosimilmente a Leo Sutera, si rivolge così a lei, e le sue parole sono state: “Perché lui tagliato è. E’ il capo di tutta la provincia di Agrigento… muta non dire niente. Comanda tutta Agrigento. Io ti ho detto questa cosa che non ti dovevo dire. Stai attenta e parli… perché… nemmeno se ci lasciamo. Prendi e svuoti… te lo devi tenere nello stomaco. Io… con me si è comportato bene”. In altre conversazioni intercettate, Maria Salvato e suo marito, senza alcuna esitazione, discutono di Leo Sutera qualificandolo come indiscusso vertice della consorteria mafiosa operante nel territorio di Sambuca di Sicilia. E poi, una conversazione è stata intercettata il 17 marzo del 2017 tra Leo Sutera e Hedi Chaieb, un tunisino ritenuto particolarmente vicino a Sutera. I due viaggiano insieme, andata e ritorno, per una udienza innanzi alla Corte d’Appello di Palermo. Chaieb chiede a Leo Sutera dove potere recuperare una pistola. Sutera risponde di non essere a conoscenza di chi ne avesse disponibilità. La risposta di Sutera è ritenuta elusiva, e testimonia come Leo Sutera abbia adottato le opportune cautele per sfuggire alle microspie. E così rimprovera il tunisino: “No… qua nella radio che c’è”… Qua dentro? Vedi che…vedi che tutte cose… la Sicilia è tutta controllata”. E poi, al ritorno dal processo, Chaieb, scagliandosi contro i pentiti, così si rivolge a Sutera: “E tutti i problemi è per colpa di un infame vero?… E Sutera: “Eh! e sì… E Chaieb, ridendo: “E perché, non possiamo eliminare qualcuno?”. E poi, il primo marzo 2018 Leo Sutera a Palermo ha acquistato un apparecchio per la rilevazione delle microspie, e lo ha collaudato a Sambuca di Sicilia il 7 marzo quando, nei pressi della casa della madre, ha bonificato l’automobile, una Toyota, di un imprenditore ritenuto a lui vicino, Melchiorre Di Maria. Peraltro, già il 27 luglio del 2016 Leo Sutera ha scoperto, e ha subito distrutto, una delle apparecchiature per la captazione delle conversazioni all’interno della sua abitazione, in contrada Batia. Ancora a testimonianza del ruolo di vertice di Leo Sutera, il già capomafia di Menfi, Vito Bucceri, poi collaboratore della Giustizia, ricorda quando ha rischiato di essere ucciso perché intrattenne una relazione sentimentale con la moglie di un altro mafioso. E racconta: “Leo Sutera è venuto da me per constatare se era vero o se non era vero. La regola non scritta dell’organizzazione mafiosa vuole che non si devono avere rapporti sentimentali con le donne di altri mafiosi. Il mio reintegro a capo della famiglia di Menfi poteva essere deciso solo da Leo Sutera e Pietro Campo, specialmente da Sutera. Chi decide sono sempre Campo e Sutera. E Sutera è il capo mandamento ed ha riferimenti in ogni paese. Ho avuto la sensazione che Leo Sutera abbia fatto finta di credere alle mie giustificazioni per evitare il peggio e per salvarmi la vita”.

teleacras angelo ruoppolo

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