Dopo la scazzottata dentro l’ufficio del sindaco, per decidere chi deve fare l’assessore o il dirigente al Comune di Racalmuto, continuano i botta e risposta a colpi di poesie, post al vetriolo e lettere di risposta.
All’interno di quel che resta della coalizione che ancora sostiene il sindaco di Racalmuto, pare che chi mena più forte ha diritto ad amministrare il paese.
Non si usa più discutere, parlare: si preferisce passare alle vie di fatto. Un consigliere ed un fedele supporter del primo cittadino, qualche giorno fa, dopo una furibondo screzio verbale, si sono menati di brutto.
Non sappiamo chi ha vinto.
Di sicuro, ancora una volta, ha perso Racalmuto.
Tale comportamento, ovviamente del tutto disdicevole ha suscitato, nel paese di Sciascia, una grande indignazione accompagnata da parecchie risentite reazioni.
Una su tutte è stata quella dell’apprezzatissimo poeta Giovanni Salvo, una delle sue cosiddette ‘rime irriverenti’, che lui ama pubblicare in un apposito profilo Facebook, ha dato molto fastidio al sindaco tanto da apostrofarla, con un  collerico commento: ‘offensiva, falsa e denigratoria’; è stato una sorta di fallo di frustrazione con cui ha tentato di negare l’evidenza dei fatti, e cioè che è assolutamente vero che c’è stata una scazzottata, dentro il Palazzo municipale, tra un suo stretto sodale di vecchia data ed un consigliere comunale, per accaparrarsi le poltrone di assessore e dirigente al Comune di Racalmuto.
A poco più di un anno dalla fine del suo desolante mandato, ormai quasi del tutto ripudiato da coloro che nel 2019 ne hanno favorirto la sua elezione, il primo cittadino del paese di Sciascia non ha perso occasione per rispondere, anche stavolta sempre col suo solito piglio astioso, ad una delle tante ironiche rime in dialetto siciliano di Giovanni Salvo che di seguito riportiamo, dal titolo:

LI DELIBERI GARGIATI

“E arriva’ lu timpuluni
a la fini a lu Comuni
Lu politicu cafuddra
e ti spacca la miduddra

E ci fu un parapiglia
cu lu Sinnacu Maniglia
L’assessura si sciarriaru
e sta vota s’aggramparu

Prima si chiamava crisi
ora sulu mani stisi
Ca li patti elettorali
a li voti fannu mali

Li deliberi gargiati
li consigli pugilati
E li seggi poi vularu
e li testi si scjaccaru

E sta crisi dunni vinni
gargiatuna acchiana e scinni
A la fini resta sulu
nna pidata nni lu culu.”

Dopo la scomposta reazione del sindaco non si è fatta attendere la seguente lettera di risposta del poeta Salvo:

“E ADESSO DICO LA MIA

Racalmuto oggi appare sempre piu’ come un presepe, uno di quelli che allestivamo da bambini.
Quando si infilavano le lucette dentro le case di cartone, facendole passare attraverso le porte e le finestre, per renderlo piu’ reale possibile.
Ricordo che ogni volta a quel filo di luci mancava una lampadina, che si era fulminata nel corso del Natale precedente.
Cosi’ il presepe, via via, si andava spegnendo, divenendo sempre piu’ fioco, anno dopo anno.
Cio’ durava fino all’acquisto di un nuovo filo di luci.
Il filo! si e’ quasi sempre colpa di un filo, che se i poli non si toccano, manca semplicemente di lampadine.
Certo peggio e’ quando si perde completamente il filo.
E qui ogni giorno sembra perdersi una luce.
Si e’ spenta la lampadina dei giornali, dei Blog che animavano il dibattito.
Vantavamo l’alto giornalismo, della cosi’ detta stampa minore, fiore all’occhiello di una societa’ viva, illuminata.
Malgrado tutto, ad orologeria, anche questo aspetto appare ormai oscurato.
Il corto circuito in paese riguarda anche quanti vorrebbero la cultura miseramente divisa fra Fondazione/Casa Sciascia.
Lampadine spente sono gli oppositori della maggioranza politica, mai disposti alle dimissioni.
Un tempo incollati al potere fino alla morte, oggi fino ai ceffoni.
Dunque il filo e’ sempre lo stesso.
Non parliamo poi del filo del buonsenso, della passione politica, della logica, non ultimo dell’educazione, e perche’ no, dell’ironia o della sua mancanza.
E’ inutile ricordare che l’ironia, come da vocabolario, e’ la piu’ alta forma d’intelligenza.
“la facoltà, la capacità e il fatto stesso di percepire, esprimere e rappresentare gli aspetti più curiosi, incongruenti e comunque divertenti della realtà che possono suscitare il riso e il sorriso, con umana partecipazione, comprensione e simpatia”.
C’e’ chi addirittura azzarda a sotenere, nel testo di una bella canzone, che sara’ l’ironia a salvarci la vita.
E di personaggi ironici Racalmuto era un tempo pregno.
Tra le ultime lampadine, di un presepe ben illuminato, si annoverano due, non tanto anonimi poeti degli anni settanta/novanta, ossia il professore Alfonso Scime’ e l’avvocato Giuseppe Garlisi.
E’ vero il problema e’ stato sempre lo stesso, ossia che la rima irriverente ha avuto la caratteristica di essere apprezzata quando i protagonisti delle poesie, i soggetti colpiti, sono gli altri.
Impensabile pero’ immaginare che qualcuno dei politici, anche fra i piu’ arroganti, una volta presi di mira, dalle caustiche rime dei due sacri vati racalmutesi, avessero provato ad “avvicinarli” per dar loro del falso.
Cio’ non accadeva, non tanto per rispetto o timore, bensi’ perche’ i protagonisti, bersagli delle loro graffianti rime, conoscevano bene la storia della Sicilia e principalmente di Racalmuto.
Erano spesso arroganti, ma non sempre ignoranti.
Sapevano il senso di quella fastidiosa ma simpatica attivita’.
Era anche un ricordo dell’unica arma che aveva avuto in possesso il popolo contadino nelle lotte di classe.
Un modo come tanti per aiutare a non perdere la memoria?
Altra lampadina qui fulminata.
Sapevano bene che in paese sin dagli inizi del novecento veniva stampato un giornale, tutto in versi, dal titolo “Cronaca rimata di Racalmuto”.
Conoscevano dunque la storia e non solo il territorio elettorale.
Oltre le trame e gli accordi matematici, non erano avulsi, ora come allora, al ricorso a scazzottate o sedie per aria, quando non si finiva nelle segreterie politiche col mostrare pistole o fucili.
Erano spesso arroganti, ma avevano l’intelligenza di non scollegare il filo della memoria.
Quest’anno, per la prima volta, nella storia della Festa del Monte, non abbiamo potuto assistere alla presa del Cero, ce la siamo persa.
Vogliamo spegnere dunque anche la nostra ironia?
In tal caso cosa resta?
“Dove non c’e’ umorismo non c’e’ umanita’; dove non c’e’ umorismo… c’e’ il campo di concentramento”.
Oggi pur io risiedendo a dieci minuti di macchina dal paese, la cosa non mi obbliga a dimenticare.
Cosi’ come diceva la mafia a Falcone, amo essere, essendo anche io Giovanni, uno “scassaminchia”.
Un rompiscatole che non ha inventato nulla di tutto questo.
Ho solo vissuto da sempre Racalmuto, respirandolo a pieni polmoni”.

Giovanni Salvo

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