Nando dalla chiesa sulla morte del padre

Di Nicola Morra, ex presidente della Commissione Nazionale Antimafia. Poche settimane fa il prof. Nando Dalla Chiesa, figlio del Generale dei Carabinieri e Prefetto Carlo Alberto, ucciso con la moglie Emanuela Setti Carraro a Palermo il 3 settembre 1982 – studioso equilibrato e competente del fenomeno mafioso da decenni ormai, é stato ospite di Diego Bianchi a Propaganda Live.
Riprendendo parole di Sciascia che generarono a suo tempo una famosa polemica in cui fu coinvolto anche Paolo Borsellino, ha spiegato con molta chiarezza la differenza tra i “profittatori” e i “professionisti” dell’antimafia, perché “la mafia bisogna conoscerla, i nemici senza conoscerli non si battono”, altrimenti si creano falsi miti e si favorisce la permanenza di qualcosa che a parole tutti vogliamo sconfiggere.
Dalla Chiesa, commentando i rapporti fra “borghesia mafiosa” ed organizzazione criminale a partire dalla provincia di Trapani, ad altissima densità massonica, ha sottolineato che la latitanza di #MessinaDenaro è stata sicuramente favorita da collusioni fra mafia e uomini della politica, siciliana e nazionale. Dalla Chiesa ha poi ricordato che “quando venne arrestato il cognato di Riina, Calogero Bagarella, sulla sua agendina trovarono i numeri di telefono riservati di sette membri del governo”.
Ricordo poi che il reato di “associazione a delinquere di stampo mafioso”, art.416-bis del Codice Penale, fu introdotto nel nostro ordinamento soltanto pochi giorni dopo la morte del Generale Dalla Chiesa ad opera di Cosa Nostra perché il Parlamento non avrebbe potuto far altro, data la pressione dell’opinione pubblica in tal senso dopo lo sdegno per l’uccisione del Prefetto con moglie ed agente di scorta, e che solo il 30 gennaio 1992 la VI sezione penale della Corte di Cassazione confermava le condanne di 1° grado del maxi-processo di Palermo, sconfessando la sentenza d’Appello che aveva stabilito che la “mafia come organizzazione” non esisteva, e dunque attestava che l’agire di Cosa Nostra non era individuale e spontaneo, bensì organizzato, sistematico ed unitario.

Si poteva combattere un fenomeno criminale di cui alcuni si ostinavano a disconoscere l’esistenza? E se solo pochi mesi prima delle stragi di Capaci e via d’Amelio si è riconosciuta l’emergenza mafiosa, è pensabile che chi ha governato il paese fino ad allora non abbia capito, abbia frainteso?

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