“Lei faccia il magistrato e io il carcerato”

“E’ escluso che Matteo Messina Denaro inizi a collaborare con la giustizia, e vi spiego il perché”: gli interventi di Luigi Li Gotti e Antonio Ingroia.

In quel tempo un giorno il procuratore di Palermo, Giancarlo Caselli, si recò in visita a Totò Riina. Perché? Per convincere il capo dei capi a collaborare con la giustizia anziché morire in carcere. Dopo pochi minuti di discussione Totò Riina comprese subito le intenzioni di Caselli, e gli rispose: “Dottore Caselli lei faccia il magistrato che io faccio il carcerato”. Matteo Messina Denaro prima di essere trasferito nel carcere de L’Aquila è stato trattenuto nella caserma dei Carabinieri del Ros a Palermo e poi all’aeroporto militare di Boccadifalco. Probabilmente lo avranno posto innanzi a un bivio: “Lei ha due destinazioni: una è il carcere a vita e il 41 bis, l’altra è un’altra”. Ecco forse perché è trapelato che lui abbia dichiarato: “Non mi pentirò mai”. E che lui, Messina Denaro, non collaborerà mai con la Giustizia lo ritiene con pochi dubbi uno che di pentiti di Cosa Nostra se ne intende, già difensore, tra gli altri, di Tommaso Buscetta, Gaspare Mutolo e Giovanni Brusca. Dopo la trasferta nel carcere de L’Aquila del procuratore di Palermo, Maurizio De Lucia, e del suo aggiunto Paolo Guido, per interrogare il boss, l’avvocato Li Gotti all’agenzia Adnkronos commenta: “La mia opinione è che ci siano zero possibilità che Matteo Messina Denaro stia collaborando o inizi a collaborare con la giustizia, perché non ha convenienza. Lui deve difendere il suo patrimonio e pensare alla sua salute, che è il suo problema principale. Che interesse ha, dunque, ad avviare una collaborazione, che significa anche disvelare tutti i beni posseduti? Perché la prima cosa che viene chiesta è questa. Messina Denaro è già stato condannato definitivamente a più ergastoli. Dunque, qualora collaborasse, per poter accedere a chiedere dei benefici alternativi ci vogliono dieci anni dal momento in cui viene arrestato. Prima di dieci anni, anche se collabora, non può nemmeno chiedere i benefici. Un collaboratore di giustizia, infatti, prima di poter accedere ai benefici deve superare una certa soglia di espiazione di condanna, non è che inizia a collaborare e il giorno dopo accede ai benefici: no, la legge impone dei tetti. Ciò significa che la malattia è uno stimolo a non collaborare, perché se è vero, com’è vero, che per ottenere benefici devono trascorrere dieci anni, uno che ha una malattia grave, almeno così hanno detto, non ci arriva a vivere altri dieci anni. Dunque, che benefici avrebbe Messina Denaro? Zero, e zero, a mio parere, sono le possibilità che collabori. Poi tutto può essere, però francamente…” – conclude Li Gotti. E anche l’ex pubblico ministero Antonio Ingroia esclude che Matteo Messina Denaro collabori con i magistrati. E spiega: “Ho letto che ha risposto alle domande in carcere, e questo è un dato positivo. Non c’è stata una chiusura totale, ma bisognerebbe sapere cosa ha detto rispondendo alle domande. Però ritengo improbabile che Messina Denaro, uno della sua caratura, possa iniziare a collaborare a un mese dall’arresto. Ahimè, siccome i collaboratori di giustizia decidono, in linea di massima e tranne improbabili ‘pentimenti morali’, di collaborare per recuperare una speranza di vita diversa anche fuori dal carcere, e se è vero che l’aspettativa di vita di Messina Denaro è limitata, mi pare che tutto ciò sia contro qualsiasi possibilità di una sua effettiva collaborazione”.

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