Carlo Pulici e quelle delicate indagini su massoneria e Messina Denaro

Carlo Pulici oggi è in pensione. Si arruolò nel 1987 e fino al 1990 fu di stanza a Milano. Nel 1990 chiese il trasferimento per Palermo al fine di ricoprire un ruolo nella Polizia Giudiziaria della In un’intervista per QdS, Pulici ha parlato del suo rapporto con i magistrati antimafia Falcone e Borsellino, del suo lavoro sul delicato caso di Messina Denaro e della sua carriera.

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La storia di Carlo Pulici e l’intervista

L’ex investigatore è noto principalmente per aver indagato sui rapporti tra massoneria e Matteo Messina Denaro, il boss superlatitante arrestato lo scorso 16 gennaio a Palermo. 

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“In Procura avevano bisogno di un tecnico informatico che si occupasse dell’informatizzazione – racconta Carlo Pulici – e, tre mesi dopo il mio arrivo, mi fu assegnato questo ruolo che è rimasto invariato sino al 2015”. 

Nel tempo, Pulici ha realizzato il primo software gestionale a uso dell’ufficio intercettazioni con un software gestionale “QeA”. Ma poi ha iniziato a occuparsi, oltre che dell’aspetto informatico, anche del coordinamento investigativo delle indagini di cui si occupava il magistrato cui di volta in volta veniva assegnato.

Pulici, decreto di allontanamento

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“Sono arrivato in quella Procura in piena epoca Giammanco, che poi lasciò la Procura – racconta Pulici – e in quegli anni ho conosciuto tutti e ho lavorato con diversi procuratori”.

Pulici e le stragi del ’92

Ha conosciuto, quindi, Falcone e Borsellino…
“Sì. Ho conosciuto Giovanni Falcone invece ho collaborato direttamente con Paolo Borsellino, occupandomi di un progetto d’informatizzazione dell’Ufficio Esecuzione”.

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Cosa succede in quella Procura dopo le stragi del ’92?
“Subito dopo le stragi del ’92 chiesi di rientrare nella Guardia di Finanza ma mi fu invece proposto di rimanere assegnato a un gruppo di Sostituti – De Luca, Imbergamo e Principato – e inizio a occuparmi di collaboratori di giustizia, dei relativi verbali e attività simili. Dopo una fase inziale, la Principato fu trasferita e io ritornai nel limbo della gestione informatica, senza mai annullare il rapporto di collaborazione con la stessa Principato sia quando era a Trapani che, successivamente, alla Direzione Nazionale Antimafia con delega su Palermo”.

Principato tornò a Palermo, qualche tempo dopo…
“Sì. Al suo rientro come Aggiunto, siamo primi anni 2000, mi chiamò e mi chiese di lavorare con lei, collaborazione che è continuata sino alla fine del 2015. La Principato che aveva già avuto la delega delle indagini sulla cattura di Bernardo Provenzano ebbe in seguito la delega sulla ricerca del latitante Matteo Messina Denaro”.

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Le indagini su Messina Denaro

Indagine delicata, quindi…
“La collaborazione con Principato era basata sulla reciproca fiducia, proprio per la delicatezza delle indagini, tanto che mi ritrovo ad avere l’ufficio all’interno di quello della Principato, a ricevere l’ordine di non uscire per nessun motivo dalla stanza durante le riunioni, tant’è che, sentita nell’ambito dei processi a mio carico a Caltanissetta, la stessa Principato dichiarò di non avere nulla di riservato da non poter condividere con la mia persona”.

Lei, signor Pulici, ha quindi realizzato il coordinamento delle indagini di Matteo Messina Denaro e anche quelle sulla Massoneria trapanese legate alla sua latitanza?
“Ovviamente. Nel 2014 interrogammo, come dichiarante perché non era ancora un collaboratore, Giuseppe Tuzzolino. Di fatto, diventai il referente principale di Tuzzolino e, di questo rapporto, erano a conoscenza Ros, Squadra Mobile e Guardia di Finanza. Capitava spesso che arrivasse la richiesta, da parte delle forze di Polizia, di chiedere direttamente al Tuzzolino informazioni che, urgenti, venivano da me richieste allo stesso tramite telefono”.

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Il caso Marcello Viola

Questo, se ricordo bene, diventò un’arma nei suoi confronti…
“Esatto. Mi fu fatto un addebito per un attentato nei confronti di Marcello Viola, al tempo procuratore a Trapani. In queste telefonate io avrei ‘imbeccato’ Tuzzolino per i successivi interrogatori dell’autorità giudiziaria. Ci vuole davvero una fervida fantasia… o si trattò di una ricostruzione realizzata di proposito”.

“Tuzzolino, in realtà, scatena una ‘guerra’ tra la Procura di Agrigento – al tempo c’erano Scalia, Ferrara e Fulantelli – e quella di Palermo, Principato, Guido e Sabella. La Principato aveva iniziato a coordinare questa indagine in stretta collaborazione con la Procura di Trapani, retta da Marcello Viola”.

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Come nasce questa collaborazione?
“Quasi in maniera casuale a seguito di un interrogatorio cui parteciparono sia Principato sia Viola. In quel momento Tuzzolino aveva una bassa attendibilità ma l’obiettivo era raccogliere dichiarazioni su cui fare riscontri per poi formalizzarle, secondo la lezione di Giovanni Falcone”.

Pulici, Matteo Messina Denaro e la testimonianza di Tuzzolino

A un certo punto Tuzzolino comincia a parlare di massoneria e della latitanza di Matteo Messina Denaro…
“Esatto. Tuzzolino aveva un appartamento a New York. Mi consegnò le chiavi della cassaforte e mi disse che all’interno avrei trovato un hard disk con alcune fotografie sue con Matteo Messina Denaro. Era l’occasione per capire il livello di attendibilità di Tuzzolino”.

Quindi Lei, Carlo Pulici, andò a New York…
“Feci richiesta ma mi scontrai contro un muro di gomma e la rogatoria arrivò solo diversi mesi dopo. L’appartamento fu trovato completamente svuotato”.

Tuzzolino aveva fornito informazioni attendibili?
“Su diverse dichiarazioni facemmo riscontri che confermarono quanto aveva detto. Nell’Agrigentino fu arrestato, proprio sulla base delle sue dichiarazioni, un importante trafficante di droga spagnolo che riusciva a entrare con facilità in Italia. Altre sue informazioni, purtroppo, non erano di per sé riscontrabili, come i suoi viaggi con Messina Denaro in Spagna, Croazia e Svizzera perché, pur avendo le ricevute, avrebbe potuto esserci andato con qualcun altro. Proprio per questo le fotografie di cui ci aveva parlato sarebbero state fondamentali”.

Poi, all’improvviso…
“Nel luglio del 2015 vado in ferie e, poco prima del mio rientro, venni convocato dal colonnello Mazzotta, allora comandante del Centro di Polizia Tributaria, che con fare ‘amichevole’ visti i rapporti personali, mi ordinò verbalmente di non recarmi più in Procura poiché il procuratore Lo Voi aveva dato queste disposizioni”.Pulici, decreto di allontanamento

Perché?
“Mi venne comunicato che un collega mi aveva denunciato per molestie alla moglie, denuncia che viene consegnata direttamente al procuratore Lo Voi. In quel momento venni allontanato dalla Procura perché ‘era venuto meno il rapporto di fiducia tra la Procura e la mia persona’, nonostante la denuncia per molestie nulla avesse a che vedere con il mio lavoro. Nonostante questo, finite le ferie, io presi un periodo di malattia e questo mi permise di continuare a lavorare, seppur informalmente, con Principato e Viola. In quel periodo Principato chiese chiarimenti a Lo Voi ma non ottenne nessun riscontro. Fui, in seguito, indagato per rivelazione di segreto d’ufficio, accesso abusivo al terminale, per aver ‘imbeccato’ il collaboratore Tuzzolino e infine per aver favorito la latitanza di Matteo Messina Denaro unitamente al dottor Marcello Viola”.

Perché queste accuse?
“Palermo era sede della DDA mentre Trapani no. Io consegnai al dottor Marcello Viola la trascrizione di un interrogatorio cui aveva partecipato egli stesso. Questo, secondo le accuse, fu inteso come un favoreggiamento. In realtà, durante l’udienza preliminare, questo elemento fu stralciato, tant’è che il procedimento fu archiviato. ‘Sono a casa di Teresa (Principato, ndr), preferisci una pendrive o un dischetto?’: questo era il contenuto del messaggio che inviai al dottor Viola che divenne il focus delle indagini e delle denunce nei miei confronti, di quelli di Viola e di Principato, messaggio estratto e segnalato dal Colonnello Mazzotta che era ben a conoscenza dei rapporti che intercorrevano tra me, Viola, la Principato e lo stesso Mazzotta”.

Carlo Pulici, dopo Palermo

Torniamo al Suo allontanamento dalla Procura di Palermo, signor Carlo Pulici…
“Al momento del mio allontanamento avevo lasciato a una collega, capito la gravità di ciò che stava accadendo, le chiavi dell’ufficio e non ritirai mai i miei oggetti personali. Sulla mia postazione di lavoro c’era, oltre al computer della Procura, un mio computer portatile, che utilizzavo principalmente nelle trasferte, non avendone avuto uno in dotazione, e due pendrive che utilizzavo per lo scambio dei dati con il computer della Principato. Come dicevo continuai a collaborare con Principato, ma non andai più in Procura e fui trasferito all’Ufficio Automezzi. Chiesi, nel dicembre 2015, di essere autorizzato ad accedere all’ufficio per rientrare in possesso dei miei oggetti personali. Dopo qualche giorno mi fu data l’autorizzazione e mi recai in Procura. Quando mi aprirono l’ufficio, perché Principato non era in sede, scoprii che mancava il computer della procura oltre al mio portatile e le due pendrive. Ovviamente feci una denuncia perché in realtà quello era l’ufficio della Principato. Il fatto narrato avvenne alla presenza di due persone indicate nella denuncia”.

Furono fatte indagini?
“Non credo perché nel 2018 il mio avvocato, il dottor Ingroia, ebbe contezza che fu archiviato con mod.45, perché ‘non si configurano ipotesi di reato’. Nel 2019 presentammo una denuncia alla Procura di Caltanissetta con la richiesta di svolgere indagini per l’individuazione del responsabile della sparizione”.

Cosa c’era in quel computer?
“Praticamente tutto. C’erano in verbali dei collaboratori, le intercettazioni sia attive sia cessate, i rapporti di Polizia Giudiziaria. Era, in pratica, la nostra banca dati. Nelle trasferte fu uno strumento indispensabile per effettuare i riscontri anche quando non eravamo in ufficio. Fui sentito a ‘sommarie informazioni’ dai carabinieri di Termini Imerese, su mandato della Procura di Caltanissetta, che mi chiesero se potevo indicare chi avesse sottratto il computer, cosa che io non fui in grado di fare e per questo motivo il procedimento aperto dalla Procura di Caltanissetta fu archiviato, mettendo anche in dubbio che la denuncia da me sporta fosse reale. Partirono, però, indagini sulla mia persona seguite da una perquisizione della mia abitazione. Fu sequestrato tutto il mio materiale informatico: un computer desktop, un portatile, pendrive, hard disk di backup, dischetti, tre cellulari e quant’altro. Il materiale mi fu restituito dopo un decreto di dissequestro che prevedeva la formattazione di tutti i supporti magnetici, prassi questa mai avvenuta in passato”.

Ha mai percepito di essere finito in gioco più grande di lei?
“Sì. Cominciai a rendermene conto dopo l’interrogatorio che mi fece il dottor Pacifico a Caltanissetta. Le lotte di potere interne alla magistratura, che si scatenarono in quel periodo, mirarono alla delegittimazione mia, di Tuzzolino, che sarà arrestato e ritenuto non affidabile, del dottor Viola e della dottoressa Principato. Per tutte le ipotesi di reato che ci sono contestate nei diversi filoni processuali veniamo assolti per non aver commesso il fatto, un grande successo per la magistratura, però sono certo che questo ‘gioco’ a qualcuno abbia comunque giovato”.

Parte l’operazione di delegittimazione e s’innesca anche qualcosa che ferma le indagini…
“Si fermano in quel momento le indagini riguardanti la massoneria a Trapani e la rete dei fiancheggiatori di Matteo Messina Denaro, molti dei quali massoni, e l’utilizzo delle dichiarazioni di Tuzzolino che aveva scoperto il ‘velo’. La Procura di Trapani continuò le indagini sulla Massoneria e furono rinviate a giudizio alcune persone e s’ipotizzò, sulla base di alcune dichiarazioni dello stesso Tuzzolino, che lo stesso Messina Denaro avesse partecipato a riunioni massoniche alla loggia di Castelvetrano”.

Un’indagine che non andava fatta?
“C’erano in ballo interessi troppo grossi. Tra tutto quanto mi è stato contestato nulla ha portato a una qualsiasi condanna. L’obiettivo era forse quello di delegittimarmi definitivamente, magari facendomi passare per bugiardo o non solo quello”.

In tutto questo, Carlo Pulici è quel ragazzo che scelse di indossare la divisa della Guardia di Finanza…
“Al di là di una mia curiosità iniziale e del suo fascino teorico, quando arrivai a Palermo mi innamorai del mio lavoro, mi piaceva, mi appassionava e capivo che stavo facendo qualcosa di utile per la società. Nel 2015 mi è crollato il mondo addosso. Tutti mi voltarono le spalle e aumentarono i miei detrattori, compresi quelli con cui c’era stato un rapporto amicale fino al giorno prima. Ero veramente, come dicevamo prima, entrato in un gioco più grosso di me e che ero stato preso di mira, utilizzato come uno strumento”.

La vita di Pulici oggi

Oggi lei è in pensione…
“Sono in pensione da due anni. Sono andato in pensione all’età di 51 anni. Ho riconsegnato pistola e distintivo. Un medico psicologo della GdF certificò che ero depresso, quindi inabile al servizio, e dopo un anno fui congedato ma non mi fu riconosciuta la causa di servizio tantomeno riconosciuto il pagamento delle spese legali. Ho capito che contro i ‘poteri forti’ non si ha nessuna possibilità di vittoria, anzi si finisce con l’essere schiacciato”.

Una conclusione, anche amara…
“Ho tre figli. Ho subìto sette anni di processi, sempre assolto. Sono stato intercettato per due anni e subìto una perquisizione nella mia abitazione. Quando ho cominciato a capire, devo confessare, mi balenò in mente anche l’idea di suicidarmi, ma di farlo in maniera eclatante per far scoperchiare quanto era successo o, comunque, per colpire chi aveva tradito la mia fiducia, parlo di colui che coordinava le indagini. Ma ho anche capito che non potevo dare soddisfazione a nessuno. Io la mattina, quando mi guardo allo specchio, so di avere la coscienza a posto. Forse molti degli attori della mia storia non possono dire la stessa cosa, visto anche tutti i vantaggi personali che hanno ricevuto. Abbattere un appuntato della Guardia di Finanza è la cosa più semplice del mondo. Puoi distruggere la vita di una persona e non pagare nulla. Ho una grande soddisfazione, però, quella di essere uscito da tutto questo a testa alta. Come dice un vecchio proverbio siciliano ‘Chiddu c’un tinge mascarìa’. Io mi sento assolutamente pulito e mi piacerebbe rivolgere la stessa domanda a coloro che sono stati gli artefici delle indagini nei miei confronti. Ma so che queste risposte non arriveranno mai”

Fonte qds