“Messina Denaro” tra i verbali degli interrogatori

I rapporti con i Geraci, gli affari, la latitanza, l’estero: altri dettagli inediti affiorano dai verbali degli interrogatori di Matteo Messina Denaro.

Altri inediti emergono dai verbali degli unici quattro interrogatori di Matteo Messina Denaro. Ancora innanzi al giudice per le indagini preliminari, Alfredo Montalto, e ai pubblici ministeri Giovanni Antoci e Gianluca De Leo, il boss così risponde quando è sollecitato sui suoi rapporti con Francesco Geraci, il gioielliere che custodì i gioielli di Totò Riina, amico d’infanzia e complice di Matteo Messina Denaro, poi collaboratore della giustizia e anche lui appena morto perché affetto dallo stesso tumore al colon che ha ucciso Matteo. I magistrati sospettano che il nome in codice di “Malato”, usato da Messina Denaro nella sua corrispondenza, sia riferito ad Andrea Geraci, fratello di Francesco. E Messina Denaro risponde così: “Ad un tratto lui mi disse che volevano ingrandirsi, se io volevo partecipare anche perché avevano bisogno di liquidità… non era una gioielleria, era un deposito all’ingrosso di oreficeria, cioè da noi non veniva, da loro non veniva il privato al dettaglio e si comprava la collanina, da noi compravano le gioiellerie, le oreficerie, che poi vendevano al pubblico. L’oro a quei tempi si comprava a Vicenza, ad Arezzo e a Valenza… si compra 20 chili, 30 chili, 15 chili, non è che compravamo noi la collana di 100 grammi. Di soldi ne giravano parecchi. Era un periodo che si giocava forte a tutti i giochi e in questo circolo di Mazara… eravamo un centinaio di persone sempre le stesse facce che giocavamo, parlo di poker, di baccarà”. E poi Messina Denaro sulla sua latitanza ricorda: “Negli ultimi 15 anni dal 2005 non mi posso muovere più nella maniera più totale. Sono circondato dappertutto… se io ho la mentalità di continuare o di fare soldi vado a sbattere nel giro di una settimana perché per fare queste cose devo stare a contatto con persone. Io invece in questi anni mi sono soltanto dedicato a non farmi prendere, a proteggere la mia libertà, perché era un mio diritto restare libero, secondo il mio punto di vista, come essere umano. Quindi si figuri se andavo a pensare di fare affari con qualcuno, anche perché io di mio vivevo già abbastanza bene. Quando vidi tutta questa pressione su di me, me ne andai perché in questi 30 anni che cosa ho fatto io? Capisco che io ho fatto un ordine nella mia mente, nel senso le cose più importanti e le cose meno importanti. La cosa più importante dal mio punto di vista mi risulta essere la mia libertà, in quel momento ho deciso di andarmene perché capivo che non potevo durare se cercavo di fare soldi, non potevo durare per un altro motivo: perché non c’era più la qualità delle persone in giro, mi spiego. Ero all’estero, ma tornavo per i miei familiari, perché io i contatti con la mia famiglia non li ho mai persi, perché quella è la mia famiglia, giusto. Però me ne sono andato e ogni tanto venivo, stavo una settimana, 15 giorni, un mese, e me ne riandavo, e ho fatto 15 anni così. Ero all’estero signor presidente, me ne sono andato all’estero per circa 15 anni, ho fatto questa vita, tornavo. Cioè la mia vita me la svolgevo là, qua non mi interessai più di niente, io no in Sicilia e nemmeno in Italia perché sappiamo che andavo a sbattere, che senso ha per me che voglio restare libero”. I magistrati incalzano: “All’estero dove?”. E Messina Denaro risponde: “No, no, non lo dico questo perché ci sono persone che mi hanno aiutato, ci sono persone che hanno cose mie, ma più che altro che mi hanno aiutato, e io non ho mai infamato nessuno, e morirò senza infamare nessuno, questo è Messina Denaro”.

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