“Il centro di accoglienza e la Misericordia erano il bancomat della Mafia”.

Sembra passato un secolo da quando, a maggio del 2017, il comandante dei ROS, il Generale dei Carabinieri, Giuseppe Governale, proferiva queste durissime parole, a proposito di  un’inchiesta che svelava come il clan Arena, a Capo Rizzuto, in Calabria, si occupava della gestione dei migranti. Nel corso di quell’intervista il Generale Governale elencava inoltre quali sono stati i proventi degli illeciti arricchimenti della Ndrangheta calabrese:

129 immobili, 46 abitazioni, un residence, 4 ville, 9 garage, 6 depositi, 6 negozi, terreni, 81 autovetture, 27 autoambulanze, 5 imbarcazioni, 15 società nel settore agricolo, nella ristorazione, turismo, edilizia, prestazione di servizi.

Il valore stimato di questi beni è di oltre 100 milioni di euro.

(Video della conferenza stampa del capo dei ROS: https://youtu.be/SVJvPTOXAI4)

Per quelle vicende sono in 39 ad essere stati rinviati a giudizio dal Giudice per le udienze preliminari di Catanzaro, Carmela Tedesco, mentre altre 81 persone hanno scelto il rito abbreviato.

Il fulcro dell’intreccio tra la  Ndrangheta e la chiesa, con il parroco del posto, Edoardo Scordia, anche lui rinviato a giudizio, era Leonardo Sacco, ex governatore della Misericordia di Isola di Capo Rizzuto e gestore del centro di accoglienza calabrese. Uomo riverito come una sorta di messia dell’accoglienza e  che aveva accesso a tutti i palazzi del potere, compreso il Vaticano.

Ci riferiamo allo stesso Sacco al quale si è rivolto l’ex  prefetto di Agrigento, Nicola Diomede, quando nel 2014 ha affidato, senza alcuna procedura ad evidenza pubblica, la gestione del centro di accoglienza di Lampedusa alla società La Misericordia di Firenze. Si tratta, ad oggi, di ben oltre 20 milioni di euro, affidati senza gara. Ma a suscitare allora  parecchio scandalo, non furono tanto gli svariati milioni di euro che ci si accingeva a spendere, ma il fatto che la direzione di quel centro venne affidata ad un certo Montana, suocero del fratello dell’allora ministro dell’Interno, l’agrigentino Angelino Alfano. Alfano junior, tra l’altro, sempre nel 2014, con una semplice laurea triennale, era riuscito ad acchiappare un incarico di 200 mila euro l’anno alle Poste. Un colpaccio che gli era riuscito praticamente a sua insaputa, visto che ai vertici della società collegata con Poste Italiane che l’ha nominato, Alessandro Alfano non aveva inviato alcun curriculum.

L’ex prefetto di Agrigento Nicola Diomede, invece, nel suo  curriculum qualche nota di merito ce l’aveva: era stato capo della segreteria politica di Alfano, ossia del ministro che lo aveva promosso prefetto.  Purtroppo qualche mese fa è stato rimosso perché sotto inchiesta per associazione a delinquere e per altri reati; compreso quello di avere omesso di procedere alla confisca dei beni, per delle infiltrazioni mafiose, all’imprenditore Marco Campione, dominus di Girgenti Acque, la società di gestione dei servizi idrici agrigentini.

Si dice in giro che, quando al Campione dovevano applicare delle misure interdittive antimafia,  un funzionario della Prefettura di Agrigento, un certo Di Donato, che doveva occuparsi del caso, fu costretto a chiedere il trasferimento perché ricattato attraverso delle indebite pressioni.

E la cosa morì lì!

Tanto è vero che adesso l’ex segretario del ministro Alfano, nonché ex prefetto di Agrigento, deve rendere conto e ragione anche di questi fatti, di cui si stanno occupando le Autorità Giudiziarie agrigentine.

Un viaggio della memoria per schiarirci un po’ le idee riguardo a certi traffici di questi tempi riteniamo che non ci farebbe male.

Che ne dite se, una volta che siamo partiti da Isola di Capo Rizzuto, facciamo una capatina anche al centro di accoglienza, sempre per immigrati , di Mineo, dove l’ex luogotenente di Alfano, Giuseppe Castiglione, anch’egli sotto inchiesta, gestiva un altro centinaio di milioni di euro?

Ovviamente oltre  il nostro lembo estremo dell’Italia, ossia Lampedusa, non possiamo andare, altrimenti  gli equipaggi delle  motovedette  libiche, che ne sanno molto di quanto si guadagna con i clandestini, ci sparano!

Ma l’ultima tappa io la farei dentro la prefettura agrigentina che, fino a qualche anno fa, era  controllata da distanza molto ravvicinata dall’ex ministro Alfano. Lì dentro ce ne sarebbero tantissime cose da capire e, soprattutto, da scoprire, tra gestione di migranti, di acqua, ma anche di rifiuti o di beni confiscati,  se vogliamo…

Salvatore Petrotto

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