Altro che immigrazione. È deportazione dall’Africa di nuovi schiavi

Ormai è, o dovrebbe essere, chiaro. Società aperta, mente aperta, porti aperti: tutto aperto, perché tutto sia svuotato. È il sogno del turbomondialismo capitalistico: la riduzione del mondo a mercato planetarizzato con libera circolazione onnidirezionale delle merci e delle persone mercificate.

L’ennesimo naufragio terribile e inaccettabile è avvenuto pochi giorni addietro. A 6 km dalle coste libiche, a 340 km dalle coste di Malta e a 445 km (sic!) dalle coste dell’Italia. E i soloni del progressismo, i cultori della terzomondizzazione dell’Europa e gli aedi del cosmopolitismo capitalistico vanno ripetendo senza sosta che l’accaduto è colpa dell’Italia. La logica è stravolta, la sottocultura irrazionale delle emozioni prevale, con immancabili immagini strappalacrime usate ad hoc. Sui rotocalchi nazionali è un susseguirsi di titoli lacrimevoli sul tema migranti. Eppure, quando vennero massacrati nel sangue i lavoratori a colpi di jobs act e riforma Fornero, non una parola. Del resto, l’immigrazione di massa serve essa stessa a massacrare meglio i lavoratori: togliendo loro i pochi diritti sociali rimasti, abbassando mostruosamente i loro salari e inducendoli a pensare che i nemici siano i migranti e non coloro che li deportano per massacrare al meglio la classe lavoratrice.

E poi v’è l’immancabile Boeri, che così pontifica, con lo ieratico timbro del sacerdote della globalizzazione dei mercati: “calo immigrati è un problema serissimo per le pensioni da pagare” (“Il sole 24 ore”).
Insomma, vi sono ottimi motivi per deportare nuovi schiavi dall’Africa su barche private: 1) lavorano a costi bassissimi (abbassando i salari degli autoctoni) , 2) ci pagano le pensioni.
Il re è nudo.

D. Fusaro

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