Il giornalista palermitano Vincenzo Morgante, amico del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ‘ha cambiato canale’: ha  lasciato la Tgr, la testata giornalistica regionale della RAI. Adesso con la benedizione di Papa Francesco, è stato accolto tra le braccia del Vaticano. E’ approdato infatti a Cda Rete Blu Spa, di cui fanno parte l’emittente cattolica Tv2000 e InBlu Radio, diventandone direttore di rete al posto di Paolo Ruffini, altro ex Rai, nominato recentemente, sempre da Papa Francesco, prefetto del Dicastero per la Comunicazione vaticana. Ubi maior minor cessat si potrebbe dire a proposito di questo ben ammanicato giornalista siciliano che adesso potrà operare sotto l’ala protettrice del Papa, dopo aver goduto a lungo dei favori del Presidente della Repubblica! Non c’è che dire!

La storia del giornalista Vincenzo Morgante, a prescindere dalle protezioni di Papi e Presidenti di Repubblica, è comunque strettamente intrecciata con un galeotto, Antonello Montante, l’ex presidente di Confindustria e di tanto altro ancora che, il 19 ottobre  prossimo, con le manette ai polsi, si recherà presso il Tribunale di Caltanissetta. Si tratta della prima udienza di uno dei processi che probabilmente lo terranno a lungo lontano dal suo intimo amico, adesso benedetto anche dal Papa, che raccomandò nel 2012 per farlo diventare il direttore di tutti quanti i TG regionali della RAI.  Praticamente il Morgante, grazie al presunto capo di alcune associazioni a delinquere, Antonello Montante, è diventato il direttore della più grande testata giornalistica europea.  Adesso facendo tesoro dell’emittente televisiva La Prima tv di Comiso ci piace riportare quanto segue…

E’ vero che un personaggio come Antonio Calogero Montante, ex meccanico semianalfabeta (l’ex vale solo per la qualifica professionale che da tempo non esercita), negli anni del suo fulgore ha avuto tanti illustri sodali. 
Per almeno un decennio ha esercitato un potere smisurato. Via via, dal 2006, quando Ivan Lo Bello è eletto a capo di Sicindustria e apre il nuovo corso antimafia, Montante avvia una scalata irresistibile che lo porta a disporre totalmente della Camera di commercio di Caltanissetta, poi di tutte le camere di commercio siciliane, quindi di pezzi importanti del governo regionale con Lombardo e Crocetta (in pratica l’intero settore delle attività produttive e il loro giro di molte centinaia di milioni di appalti, business rifiuti, contributi incontrollati, aree industriali), poi della stessa Confindustria siciliana e di posizioni di vertice in quella nazionale, quindi dell’Agenzia per i beni confiscati alla mafia e il suo patrimonio da 30 miliardi.
Montante riesce a prendere in mano tutto ciò grazie ad una doppia impostura, tanto ardita quanto geniale: una storia familiare e imprenditoriale inesistente nata dal fantomatico nonno industriale delle famose biciclette Montante (mai esistite); la propria immagine “antimafia” che in effetti tutti avrebbero fin dall’inizio potuto riscontrare come autentico imbroglio visto che con i mafiosi il giovane Montante è cresciuto, ha coltivato amicizie e fedeltà e vi ha fatto anche i primi affari.
Come è stato possibile tutto ciò? 
Con l’arma sistematica della corruzione (in senso lato, non sempre e non solo giuridico) resa affilata da doti non comuni di seduttore e di abilissimo mentitore seriale. 
L’una e le altre gli sono state preziose per reclutare una folta schiera di persone potenti e influenti: vertici delle forze dell’ordine, politici, pubblici dirigenti e funzionari, magistrati, imprenditori e, soprattutto, giornalisti.
Grazie a questi ultimi – acquistati con soldi, incarichi, assunzioni di parenti, frequentazioni altolocate – ha potuto costruire quel gigantesco imbroglio della sua immagine antimafia, mettendo in campo le truffe più fantasiose: basti pensare agli investimenti in pubblicità – soldi pubblici – sulla promozione di prodotti inesistenti, che fossero le sue biciclette, o i torroncini o il vino degli scrittori.
E mentre i giornalisti al suo soldo, sprezzanti di ogni elementare dovere etico e del senso stesso del ridicolo, ne cantavano le gesta, tanti lavoravano con lui e per lui: organizzando truffe, mettendo le mani su centinaia di milioni di soldi pubblici, inquinando mezza Sicilia con enormi discariche fuorilegge pagate a peso d’oro dalla Regione (e guai a quei sindaci chi si impegnavano sulla differenziata e sulla qualità dei servizi); e ancora scagliando uffici giudiziari, prefetti, altissimi burocrati e ufficiali delle forze dell’ordine – tutti a sua disposizione – contro chiunque ne ostacolasse gli affari o semplicemente si permettesse di muovergli qualche critica. 
L’elenco dei giornalisti che hanno costruito questa impostura e favorito quindi una colossale depredazione criminosa di miliardi pubblici (si pensi solo al giro delle discariche di Giuseppe Catanzaro e al danno incalcolabile alla Sicilia e ai siciliani) è lungo e vario: non tutti ovviamente nello stesso ruolo e con lo stesso livello di responsabilità.
Tra i casi più gravi ed eclatanti c’è quello di Vincenzo Morgante che sul sistema-Montante ha costruito un’impensabile carriera dorata in Rai, altro servizio pubblico piegato ai peggiori affari privati.
E’ Montante, con la sua potente macchina da guerra, a spingere Morgante addirittura al vertice della Tgr. E’ tutto agli atti, come agli atti sono le sue continue frequentazioni con Montante: pranzi e cene in alberghi e ristoranti di lusso insieme a tanti altri “potenti”.
Di Morgante si sconoscono le qualità professionali, al punto che nel suo c.v. egli trova utile citarsi come l’unico autore di un’intervista a Don Pino Puglisi: vero, ma perché? Forse Don Pino Puglisi in vita era solito negarsi a microfoni e telecamere e volle fare questa sola eccezione nei riguardi di un grande giornalista? 
No. Semplicemente Don Pino Puglisi prima della morte non fu purtroppo conosciuto come avrebbe meritato e quell’intervista, al parroco di Brancaccio, non fu iniziativa di Morgante, a quel tempo semplice collaboratore precario della redazione, ed anzi per caso fu affidata a lui. Del resto Morgante, quando dieci anni dopo sarebbe diventato caporedattore avrebbe chiarito benissimo in quale direzione battesse il suo “cuore” professionale: verso vescovi e cardinali di potere, spesso da lui protetti nell’informazione Rai imponendo il silenzio sui casi di cronaca e sugli scandali che avrebbero potuto infastidirli e non certo verso la fatica e il lavoro di preti di strada e parroci di periferia come Pino Puglisi.
Ma il punto più importante è un altro. 
Chi non avesse saputo, o voluto sapere prima, chi fosse Morgante potrebbe avere ignorato le sue frequentazioni, il sodalizio di interessi e la subalternità – proprio nella sua qualità di dirigente Rai, che è un Servizio pubblico, degradato ad affare, anzi malaffare, privato – ad un personaggio come Montante, in carcere perché accusato di essere a capo di due associazioni per delinquere e indagato anche per associazione mafiosa (già questo basterebbe a capire quanto Morgante c’entri poco, anzi nulla, con il nome di Pino Puglisi).
Ma da mesi è pubblico il materiale investigativo che descrive minuziosamente le sue frequentazioni con Montante e la sua subalternità ad un indagato per mafia. Tant’è che si deve a questo fatto la sua fuga dalla Rai e il suo fallito tentativo di approdo al Quirinale dove però Mattarella, che pure lo ha accolto e sostenuto per una vita, gli ha sbarrato la strada: la trascrizione di quei rapporti con Montante avvenuti quando ne era nota a tutti la condizione di indagato per mafia ha indotto persino Mattarella a negare a “Vincenzino” (così lo ha chiamato per una vita) quel rifugio dorato.
Chi invece non si è fatto scrupolo alcuno è stata la conferenza episcopale italiana la cui emittente, Tv2000, lo ha accolto in trionfo, addirittura nominandolo direttore di rete.
Ma è questa la moralità dei vescovi italiani nella Chiesa di Papa Francesco?

https://www.laprimatv.it/news/in-prima-pagina/633-la-moralit%C3%A0-dei-vescovi-italiani-nella-chiesa-di-papa-francesco-%C3%A8-quella-di-morgante-e-montante.html

 

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