Nei giorni scorsi è stato dissequestrato il patrimonio dei Niceta, gli imprenditori palermitani dell’abbigliamento accusati di essere collusi con la mafia. La sezione Misure di Prevenzione ha restituito dopo cinque anni quello che nel 2013 l’allora presidente della Sezione Silvana Saguto, poi finita sotto inchiesta, aveva sequestrato agli imprenditori.

La decisione del collegio presieduto da Raffaele Malizia boccia la richiesta di misura personale per i fratelli Massimo e Piero Niceta. Oggi però dei quindici negozi della catena di abbigliamento non resta più nulla. Sono tutti chiusi. Quello dei Niceta è un caso emblematico, purtroppo, dell’uso distorto e a volte ai limiti dell’illegalità che si fa delle misure di prevenzione, sono, infatti, tanti i casi analoghi.

Oggi la Saguto, ormai ex magistrato, è sotto processo a Caltanissetta con tutta la rete di amministratori a cui regolarmente affidava le aziende che sequestrava. Su di loro ci sono un’ottantina di capi d’imputazione. Non sarà da addebitare solo al “sistema Saguto”, ma i danni causati nella vicenda dei Niceta sono enormi se non irreparabili. Di quel patrimonio fondato addirittura dal bisnonno dei fratelli Niceta restano solo i debiti fatti dall’assai allegra gestione degli amministratori giudiziari. Quello dei Niceta, come di altri casi, dovrebbe suggerire una profonda analisi delle norme che regolano il codice antimafia, specie nelle gestione dei patrimoni sequestrati.

Forse è arrivato il tempo di intervenire e migliorare, senza dimenticare i risultati positivi ottenuti grazie alla legge Rognoni-La Torre del 1982 che con il sequestro e la confisca dei beni sicuramente ha tolto forza economica ai clan mafiosi. Una legge che ha fatto ottenere dei risultati positivi innegabili, ma ancora oggi resta una norma emergenziale.

Oggi i temi al centro del dibattito sono i temi della giustizia e la gestione dei beni. Dal sequestro alla confisca di primo grado al massimo può trascorrere un anno e sei mesi. Nel caso di indagini complesse o compendi patrimoniali rilevanti il termine può essere prorogato per ulteriori sei mesi. Due anni, dunque. Il sequestro Niceta invece è del 2013. Sono passati cinque anni: troppi e alla fine la gestione affidata agli amministratori giudiziari ha influito negativamente.

I problemi da affrontare nella gestione giudiziaria sono innumerevoli. Dalle banche che non concedono più credito, agli operai da mettere in regola. A questi spesso si aggiunge la mancanza di competenze specifiche da parte degli amministratori.

I guai giudiziari dei Niceta sono iniziati alcuni anni fa nell’ambito delle indagini per la ricerca del boss Matteo Messina Denaro con il ritrovamento di un pizzino in cui il boss di Castelvetrano scriveva al boss di San Lorenzo, Salvatore Lo Piccolo, per ringraziarlo di una vicenda che riguardava il “mio amico Massimo N.”. Secondo gli inquirenti quel “Massimo N.” era Massimo Niceta anche se successivamente dissero che non c’era certezza alcuna sull’identificazione e neppure sull’autore.

Non a caso questa inchiesta è stata archiviata, Massimo N non sono io”, disse poi Massimo Niceta. Altra causa d’indagine sui Niceta è stato il loro rapporto con Francesco Guttadauro – Figlio di Filippo (uomo di fiducia di Bernardo Provenzano), nipote di Messina Denaro e oggi detenuto per mafia come il padre. Nelle intercettazioni sarebbero emersi interessi commerciali comuni nel centro Belicittà: “Francesco Guttadauro era un semplice impiegato, messo in regola e di certo la sua presenza non ci ha fatto avere dei favori – spiegano i Niceta -. Ci dovevano dare 1500 metri quadrati di esposizione che alla fine sono diventati 290 e al prezzo di mercato. Ah, dimenticavamo, il punto vendita era al primo piano, lontano dal supermercato, nel posto peggiore del centro commerciale”.

Così, Massimo Niceta, alcuni mesi fa, descriveva tutto quello che ha vissuto, lui e i suoi familiari: “Nel 2009 io e mio fratello Pietro eravamo stati raggiunti da un avviso di garanzia per il reato di intestazione fittizia di beni in concorso con la famiglia Guttadauro. Il procedimento si basava su una serie di intercettazioni e su alcune audizioni di collaboratori di giustizia e, all’esito della naturale scadenza dei 18 mesi di indagini, era stato archiviato in quanto non sussistevano i presupposti per un rinvio a giudizio”.

Nel 2013 sulle stesse identiche basi, utilizzando le stesse identiche intercettazioni, – scriveva ancora Niceta -, siamo stati raggiunti da due diversi provvedimenti di prevenzione patrimoniale e personale. Uno, del Tribunale di Trapani, si è concluso con sentenza passata in giudicato, che ci ha dato ragione su ogni punto. L’altro, a firma della dottoressa Saguto, aveva come oggetto il sequestro del nostro intero patrimonio…”.

Oggi Massimo Niceta si toglie qualche sassolino dalle scarpe. Da anni, insieme ad un altro imprenditore, Pietro Cavallotti, si battono per dire che c’è qualcosa che non va, che sono necessari delle modifiche alla legge sulle misure di prevenzione. “Io e i miei fratelli abbiamo cominciato a lavorare nel 1994 – afferma Massimo Niceta – per tanti anni siamo stati al centro del commercio di Palermo e, alla fine, siamo stati accusati di essere mafiosi”.

Quindici negozi chiusi e centinaia di persone a casa – Nel frattempo, quindici  negozi hanno chiuso i battenti, sono state distrutte otto società, venti milioni di euro di fatturato sono stati azzerati. “Tutto questo è avvenuto quando le attività erano gestite dagli amministratori giudiziari che hanno portato a dipendenti finiti in strada, fornitori e padroni di casa e non pagati e con la chiusura dei quindici punti vendita, cento persone hanno perso il lavoro e duecento fornitori in tutta Italia non hanno più ricevuto i pagamenti. Fatto che ha avuto delle conseguenze estreme e in alcuni casi per quelli più piccoli, sono addirittura falliti.

Fonte tp24

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