La falsa verità da un editoriale di Davide Giacalone giornalista di RTL

Ogni anno, in occasione dell’anniversario di Capaci si torna a parlare di mafia e di stragi. Finita l’eco su Falcone , si comincia a parlare dell’omicidio Borsellino, della trattativa. Se ne sentiva il bisogno. Quest’anno, una novità: ci sono i politici che rappresentano le istituzioni che fanno “comu i picciriddi”. “Se c’è Salvini, non vado”. Non entrando nel merito politico, è giusto ricordare che la cerimonia del 23 maggio ,non è dei politici ma di chi ha dato la vita per la verità e per la libertà. Poi, protocollo vuole che, un presidente del consiglio e dei ministri rappresentino lo Stato e non un partito e meritano gli onori ufficiali. Lo diciamo in in modo serio, sebbene temiamo che questo messaggio possa essere letto in chiave amaramente ironica. Giacalone, penna molto raffinata,  punta il dito sull’attività della Procura di Palermo ai tempi delle stragi. Parla in modo chiaro dell’affossamento delle indagini su Appalti e mafia condotte da Falcone e Borsellino prima delle bombe. Indagini che dopo le stragi furono  frettolosamente archiviate. Giacalone , nel corso degli anni, ha evidenziato il pericolo corso  da  chi, ha cercato di aprire i cassetti segreti di quel periodo alla Procura di Palermo .

Il procuratore Di Matteo parla alla 7 a 27 anni dalla strage di Capaci. Proponiamo uno stralcio delle sue dichiarazioni


La strage di Capaci rimarrà un momento indelebile della memoria degli italiani per bene, di quelli che hanno a cuore l’affermazione della legalità nel paese. E’ stata la prima di sette stragi realizzate tra il ’92 e ’93. E’ stata plateale. E’ stato fatto per far saltare in aria Giovanni Falcone con un pezzo di autostrada. E’ stato un attentato unico in Italia nella fase di esecuzione. Un attentato portato avanti con una precisione e violenza che veramente gettarono subito il paese nel panico. E’ stato un attentato, lo dicono le sentenze, nei confronti dell’unico uomo e giudice che in quel momento aveva impersonato più di ogni altro il concetto e l’intelligenza di lotta alla mafia a 360°. Falcone un uomo che purtroppo qui in Italia è stato osteggiato violentemente da molti mentre il mondo ce lo invidiava. Quello di Capaci è stato un attentato, dopo la celebrazione dei processi e 27 anni di inchieste che, non è stato fatto solo per motivi di vendetta, visto che il giudice aveva istruito il maxiprocesso

La finalità della vendetta ci è stata, ma non è stato l’unico aspetto del movente. C’è stata una motivazione preventiva, perché Falcone ispirando il governo sulla politica della lotta alla mafia, con il ministro Martelli, stava provocando dei danni a Cosa nostra ed altri ne avrebbe provocati

Riina disse ai suoi capi mafia nel frangente della commissione: Falcone sta facendo più danni a Roma che a Palermo. Un giudice intelligente e un uomo dello Stato, coraggioso, in grado di ispirare la politica sulla giustizia

Dobbiamo immaginare che alla indubbia convergenza di interessi che portarono alla decisione di eliminare Falcone possa essere stata affiancata una compartecipazione di uomini che non erano mafiosi.

Anche quest’anno le giornate dedicate a Falcone e Borsellino saranno monche della verità che tutti attendono.

La storia d’Italia delle stragi che hanno raccontato per molti anni e “certificata” in ben undici processi e sentenze passate in giudicato, definitive, è evidente che sa poco di verità. Dai processi agli organizzatori ed esecutori delle stragi non si sa tutto. Adesso , arriva anche la conferma del procuratore Di Matteo e di altri pentiti. Capaci e via D’Amelio sono due azioni criminali indissolubilmente connessi tra loro.

Ora si dice: quel procedimento va avanti. No, quel procedimento muore, assieme al riconoscimento che sia la procura che i tribunali, che le Corti d’assise, che la Corte di cassazione, hanno sbagliato tutto. E ripetutamente. Noi lo avvertimmo, ma c’è mancato poco ci accusassero d’essere complici dei mafiosi. Ora avverto: non ci sarà alcuna verità se non si avrà il coraggio di entrare dentro il mondo della procura di Palermo. Lì si trova il nodo. La gran parte dei politici sono solo pupi. Questo scrive  e racconta in un servizio e  in un suo editoriale Davide Giacalone , famoso giornalista di RTL che non è siciliano ma che conosce mole cose delle stragi

La “verità” scritta fino al pochi anni fa, era tutta basata sulle dichiarazioni di Vincenzo Scarantino, che si accreditava come mafioso, partecipante ai summit della (dis)onorata società, nonché esecutore di atti materiali, destinati alla strage. Giacalone scrisse nel suo blog : ma come fate a credergli? E’ uno spiantato, un mezzo demente, un drogato, un appassionato di transessuali (la sua preferita aveva un significativo nome di battaglia: la “sdillabbrata”).

Per carità, libere scelte. Diciamo- scrive Giacalone che la privacy di Scarantino fu protetta assai meglio di quella di altri. Ma non mi pare il profilo del perfetto mafioso. C’è di più: la moglie di questo galantuomo lo smentì, perché nelle ore in cui sosteneva di star lì a macellare il giudice era, invece, a letto. E si smentì anche lui stesso, affermando in udienza di avere mentito e di essere stato indotto a dire quelle cose, anche mediante apposite “pillole della memoria”, che gli avevano somministrato. Ma quando mai! dissero procuratori e giudici, la verità è quella detta prima, ora mente, quando dice di avere mentito. Bravi.

Poi venne Salvatore Spatuzza, ‘u tignusu. Arrestato nel 1997 se ne è stato zitto per nove anni. Poi ha avuto una crisi mistica (che il cielo lo perdoni, ma spero non lo faccia) e ha cominciato a parlare. Nello smentire la procura e i tribunali si è dimostrato formidabile: quel che diceva era riscontrabile, ma il contrario di quel che era stato sentenziato. Puntuale arriva la santificazione a “pentito”, quindi il riconoscimento d’intrinseca credibilità, quindi l’autorizzazione a dire qualsiasi cosa gli passasse per la mente, o che altri mettevano nella sua testa di assassino. Ed ecco la trattativa, che i suoi padroni, i Graviano, avrebbero intessuto con il potere politico, nella persona di Dell’Utri, quale tramite con Berlusconi. A quel punto la decisione: sacrifichiamo i processi già fatti e allestiamone uno sui mandanti.

Che si scoprano e processino i mandanti è cosa buona e giusta, ma Spatuzza ha detto spropositi. Fu prontamente smentito dai suoi padroni, che sul resto lo lasciano dire. Graviano avrebbe trattato per evitare di scontare una pena durissima, salvo il fatto che Graviano era condannato a soli tre mesi. Graviano gli avrebbe detto che “quello di canale 5” (sottilissima allusione mafiosa, in un codice segretissimo) gli aveva “messo l’Italia in mano”. Ma dovevano fare le stragi. Solo che poi si sostiene che le stragi furono fatte per alleggerire il carcere duro, cosa che fu effettivamente decisa, e proprio dopo le stragi, che effettivamente cessarono, e che neanche erano stragi, dal governo di Carlo Azelio Ciampi, ad opera del ministro della giustizia, Giovanni Conso, cui lo aveva suggerito il capo del dipartimento carceri, Alberto Capriotti, voluto in quel posto da Oscar Luigi Scalfaro. Berlusconi, a quel tempo, si divideva fra la tv e il kit del candidato, che ci fece sorridere non poco.

Arriviamo – afferma Giacalone-alla prima conclusione: la teoria per cui un pentito che dice cose vere deve essere creduto per qualsiasi altra cosa dica è una baggianata. Con Giovanni Falcone vivo una cosa simile non sarebbe mai passata. E qui siamo al dunque: perché Falcone e Borsellino sono stati eliminati? Certo, non erano simpatici alla mafia e la loro condanna a morte era già scritta. Falcone lo sapeva, e lo diceva. Ma il fatto notevole è che i due muoiono quando non contano più nulla, quando sono degli sconfitti. Falcone mandato in esilio e Borsellino impedito d’indagare, per ordine del capo della procura. E quando Borsellino muore e il suo braccio destro, il carabiniere Carmelo Canale, che lui chiamava “fratello”, non si rassegna a stare zitto, anche perché gli hanno suicidato in diretta televisiva il cognato, il Carabiniere Antonino Lombardo, accusato da Leoluca Orlando Cascio ospite di Michele Santoro, finisce anche lui inquisito per mafia. Sicché dovremmo credere che Borsellino si affidava a un mafioso, essendo criminale o cretino. Canale è stato poi assolto, con formula piena, ma meriteremmo noi d’essere condannati se non lo ricordassimo ogni volta che sorge il sole.

Sempre Giacalone :

Nel processo di revisione si sosterrà che ad ordire il depistaggio fu l’allora capo del pool investigativo, Arnaldo La Barbera, e tre suoi collaboratori ( uno è stato questore di Bergamo, uno capo della squadra mobile a Trieste e uno poliziotto a Milano). Ecco la seconda conclusione: può darsi, non lo so, ovviamente, ma so che nessun depistaggio sarebbe stato possibile, con quei mostruosi e multipli effetti processuali, se i depistati non fossero stati attivamente partecipi, quindi, se si vuol ragionare seriamente, si deve indagare sulla procura che emarginò Falcone e Borsellino. E la politica? Anche, naturalmente. A cominciare dagli avversari di Falcone, da quelli che non gli vollero dare il potere per fare quel che sapeva fare, a cominciare da Luciano Violante. Da quel voto del Csm in cui le correnti di sinistra ritennero Falcone indegno di assumere la direzione delle investigazioni antimafia. Anche altri? Tutti, se volete, ma se si continua a falsificare la storia, pendendo dalle labbra di pentiti e procuratori, il solo punto d’arrivo possibile sarà il più totale falso, la più totale menzogna. Come fin qui è stato. Come non ci siamo stancati di ripetere.

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