Processo a Montante: dalla falsa laurea alle minacce, le accuse dei testimoni

Montante pretendeva anche la Laurea ad Honorem

Se l’antimafia che ha governato in Sicilia, con la presunzione di combattere la mafia e la sua arrogante subcultura, era quella che sta uscendo fuori dalle carte processuali, davvero non rimane che piangere. Dovrebbero finire sotto inchiesta e processati tutti i politici, uomini delle forze dell’ordine e giornalisti che hanno “protettto” questo personaggio. Stranamente, non si parla delle ramificazioni trapanesi di questo genere di antimafia. Un sistema che serviva a far soldi ed annientare chi si permetteva di opporsi. Del resto, se la mafia in Sicilia ha continuato a gestire mililardi di Euro nel settore dell’eolico e dei rifiuti dopo centnaia di arresti un motivo ci sarà. Cosi come, il boss più ricercato, Matteo Messina Denaro , nonostante decenni di indagini e migliaia di articoli e convegni rimane latitante. Qualcosa non torna. Probabilmente è necessario creare un associazione tra tutte le vittime del’antimafia di sistema e che hanno intenzione di combattere veramente la mafia non servendosi dei giochi vergognosi di certa antimafia. Un associazione che vuole stare vicino ai magistrati e ai poliziotti che cercano la verità e di sdraricare il fenomeno mafioso, senza cercare poltrone o interviste in  TV.

Per Montante e tutti i suoi amici la vita di una persona valeva meno di quella di un topo. Se era un “rompi” scattava la gogna e  forse qualche avviso di garanzia

Sfilata di testi in aula al processo che vede 17 persone sul banco degli imputati

Da “La Sicilia”

CALTANISSETTA – Sfilata di testimoni in aula nel corso dell’udienza del processo sul cosiddetto Sistema Montante che si celebra, a Caltanissetta, con il rito ordinario a carico di 17 imputati. L’ex presidente di Confindustria, ritenuto al centro di un sistema di corruzione finalizzato ad avere informazioni su inchieste in corso, è già stato processato e condannato a 14 anni in abbreviato in un altro processo per associazione a delinquere finalizzata alla corruzione. Secondo l’accusa, avrebbe svolto inoltre un’attività di dossieraggio contro chi riteneva a lui ostile. Nell’udienza di oggi le minacce, le ritorsioni e le presunte falsità dell’ex presidente di Confindustria Sicilia sono state passate in rassegna dai testi chiamati a deporre dal pm Stefano Luciani.

«L’atteggiamento di Montante fu che chi non era con lui era contro di lui» ha detto detto Maria Lucia Di Buono, per 42 anni responsabile dell’amministrazione di Assindustria. «La mia sensazione era che l’ingegnere Di Vincenzo ritenesse Antonello Montante come una persona non all’altezza per quella carica. Infatti non lo sostenne, nonostante avesse da lui ricevuto appoggio». Maria Lucia Di Buono si riferisce al 2005, quando Antonello Montante divenne presidente di Confindustria Sicilia sostituendo proprio Pietro Di Vincenzo, l’imprenditore nisseno successivamente accusato di essere vicino alla mafia e poi assolto. Tra gli accusatori dell’ingegnere c’era pure Montante.  A Di Vincenzo che in questo processo è parte civile- condannato per estorsione a tre dei suoi dipendenti – venne confiscato il patrimonio valutato in 280 milioni di euro.

L’avvocato Tullio Giarratana, allora direttore di Assindustria nella sua deposizione ha invece parlato della falsa laurea di Montante: «Avevamo scoperto che pur di andare sui giornali il signor Montante fece scrivere che lui aveva avuto assegnata una laurea honoris causa, dalla Sapienza, e consegnata a Roma dal presidente Ciampi. E la mattina che abbiamo letto questo articolo siamo rimasti tutti meravigliati».

«Ricordo che chiamai al telefono il giornalista che aveva scritto l’articolo che mi disse che gli avevano fatto sapere questa notizia. Dopodiché chiamai l’ufficio stampa e chiese se avevano contezza di questa laurea. Per farla breve vollero un fax dell’articolo. – afferma il testimone – Il presidente della Repubblica, con il prefetto e La Sapienza fecero poi una lettera di smentita».

Un altro teste, Giuseppe Tornatore, oggi ristoratore, all’epoca dipendente dell’Htm, società del gruppo Montante, ha raccontato invece di quando si rifiutò di «firmare una liberatoria per fare un nuovo contratto di lavoro. A quel punto Montante non accettò il mio rifiuto e mi disse fino a quando io vivrò tu non lavorerai più da nessuna parte. Farò delle lettere circolari a tutte le aziende con cui ho contatti con cattive referenze su di te. Non andai avanti con azioni legali perché mi dissero che al 50% in tribunale mi si poteva anche non dare ragione. E quindi siccome non me lo potevo permettere ho preferito così». Lo ha detto Michele Tornatore, oggi ristoratore, all’epoca dipendente dell’Htm, società del gruppo Montante deponendo al processo in ordinario sul Sistema Montante, rispondendo alle domande del Pm Stefano Luciani. In dibattimento ci sono 17 imputati, mentre Antonello Montante, accusato di associazione a delinquere finalizzata alla corruzione, è già stato condannato in abbreviato a 14 anni.

Tornatore ha ricordato anche un altro episodio: «Arrivammo con la macchina davanti l’ingresso dell’albergo Jolly Hotel di Milano e lui mi chiese di dargli una mano per portare su i bagagli. Dissi di chiamare il fattorino visto che la macchina era messa male e lui mi rispose: “No visto quello che è contenuto nei bagagli preferisco che lo faccia tu”. Una volta arrivati in stanza, mentre io posavo gli altri bagagli, lui infilò la sua valigetta sotto il letto. La borsa si aprì ed era piena di mazzette da 100 e 200 euro».

«Notò il mio imbarazzo – spiega il teste – e mi disse che quelli erano soldi che doveva dare a una persona». Tornatore parla anche di favori promessi da Montante. «Una volta – racconta – eravamo in macchina e Montante disse al suo interlocutore al telefono: diamogli un incarico perché comunque è il marito di un magistrato. Non so chi sia la persona e chi fosse il magistrato».

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