Il 27 febbraio del 1963, secondo il “C. S. Dolci” , dopo decine di denunce e mobilitazioni da parte di Danilo Dolci e dei suoi collaboratori, avevano inizio i lavori di costruzione della Diga. Già completata in gran parte dopo appena cinque anni, diventerà – insieme al Consorzio democratico che ne gestiva l’acqua – uno dei simboli della battaglia per il miglioramento delle condizioni di vita della popolazione della Sicilia occidentale e dell’impegno contro l’influenza mafiosa  e clientelare  sul territorio. Il terremoto del 1968 rallenta le opere di completamento. I mafiosi , i politici del tempo e le famiglie potenti della zona , colsero la palla al balzo per far soldi. Miliardi a fiumi arrivarono nel Belice

La diga Garcia ed abolizione dell’enfiteusi nell’articolo di un grande giornalista, saggista e uomo politico: Alberto Ronchey

(L’enfitèusi (dal latino tardo emphyteusis, a sua volta dal greco ἐμφύτευσις che è da έμφυτεύω, «piantare, innestare»; e perciò «locazione per piantagione e frutto») è un diritto reale di godimento su un fondo di proprietà altrui, generalmente agricolo)

lI lago Garcia, localmente noto come diga Garcia è un lago artificiale che ricade nel comune di Contessa Entellina , lambendo i comuni di Roccamena ,Poggioreale e Monreale .L’invaso è stato completato dal Consorzio per l’Alto e Medio Belice nella prima metà degli anni ottanta a seguito dello sbarramento del Belice Sinistro ed è nato per risolvere l’annoso problema dell’irrigazione delle colture. 

 

La ricostruzione storica recente  che proveremo a fare  su questo Blog, su come è cambiata la mafia nel Belice e nella Sicilia Occidentale,  negli anni del boom economico, parte proprio dalla Diga Garcia.

Un’opera,  pensata durante il fascismo , progettata  e avviata negli anni 60 e che fu  completata negli anni 80, dopo una serie impressionante di omicidi e di denunce. Un invaso  da 80 milioni di metri cubi d’acqua che doveva servire lo sviluppo dell’agricoltura e che invece, per molti anni, favorì la crescita della mafia e della corruzione dentro i palazzi dello Stato. Costata centinaia di miliardi delle vecchie lire , oggi serve per irrigare anche i campi del Belice.  Mentre la costruzione dell’aeroporto di Punta Raisi fu esclusiva dei mafiosi di Capaci , Cinisi e Terrasini e del contesto politico palermitano, su questo mega progetto,mafia, politica , burocrazia e imprenditori  trapanesi e agrigentini si trovano a gestire nuovi appetiti economici. La diga Garcia è stato teatro di molti omicidi. Mario Francese, a cui è stata dedicata di recente l’opera, scrisse molto sulle vergogne della  Diga. Fu ucciso dalla mafia a Palermo

L’articolo di Ronchey del 1965

Da ieri sera, in Roccamena listata di nero, Danilo Dolci e trenta compagni fanno lo sciopero della fame – Della diga si discute invano dal 1928; intanto i paesi si sono svuotati degli uomini validi, la riforma agraria è fallita, i magri campi sono coltivati come duemila anni fa – La diga progettata costa 20 miliardi, può irrigare 15 mila ettari; il reddito della zona dovrebbe crescere di 5 miliardi – Ma basta la diga, senza una profonda trasformazione tecnica e psicologica degli agricoltori? – Esiste la convenienza economica? (Dal nostro inviato speciale) Roccamena, marzo.
Striscioni neri all’ingresso dei paesi, manifesti listati a lutto sui muri e sulle corriere: «Roccamena muore, «Bisacquino muore», «Camporeale muore », « Tutta la valle del Belice muore ». I consigli comunali di sedici paesi chiedono una diga. Da stasera trenta persone digiunano sulla piazza di Roccamena. Le popolazioni di Questa valle, una fra le più. arretrate della Sicilia, non sanno nemmeno come si usa l’acqua per coltivare la terra, poiché non l’hanno mai visto fare. Ma il fiume Belice continua a perdersi nel mare presso Selinunte, sciupando sessanta milioni di metri cubi d’acqua, ogni anno.
E’ una valle di gente anziana, donne e bamhini. Gli uomini giovani se ne sono andati in Svizzera o in Germania da anni.’ Roccamena ha tremila abitanti registrati, ma mille e trecento sono all’estero. Se gli emigrati ritornano (qualcuno è stato già respinto dalla Svizzera) trovano terre anche peggiori di quelle che avevano lasciate. Il paesaggio è nudo, senz’alberi dall’età romana. Le colline argillose franano e si trascinano dietro le poche strade di questi comuni. Tra l’argilla e le pietre, senza acqua se non quella piovana d’inverno, non vedi che stente colture a grano di duemila anni e fave, avena, veccia, orzo, qualche vigneto.
La riforma agraria è fallita, gli emigrati hanno volto le spalle all’illusione di vivere su poderi di due salme di terra (quattro ettari) con queste colture. Nei paesi, fatti di tufo; giallo e pietra-spugna senza intonaco, si costruisce qualche casa solo con i soldi che arrivano da fuori. Gli analfabeti sono il cinquanta per cento a Roccamena e in media il trenta per cento negli altri emiri. Fra Corleone e Partanna c’è ancora mafia, o uno spirito di mafia. Solo un progresso c’è: Quindici anni fa si credeva nell’occupazione delle terre, nella spartizione giacobina, che era un mito; oggi nessuno ci crede più e almeno alcuni sanno che il problema è produrre di più, per questo chiedono la diga e il comprensorio irriguo. Ma basta la diga? Bastano i canali e le canalette ? Questi sono paesi in cui ci s’è messi d’accordo a memoria d’uomo solo per qualche protesta. Se dobbiamo prestare fede a chi conosce la gente del luogo, nessuno va d’accordo col prossimo quando si tratta di fare una cosa e durare a lungo. Si dice che ognuno ha la sua testa «cotta al sole», incline all’obbiezione e alla diffidenza. Vale il principio dell’egoismo allo stato biologico: « chi afferra un pane è suo. Cu fotti futti, Dio pirduna a tutti ». In Roccamena, dopo quindici anni di controversie, non sono riusciti a costruire una concimaia pubblica. Buttano via il letame, almeno in Asia, nella valle del Gange, gli indù lo bruciano d’inverno. Pare che in questi paesi non credano nella possibilità di migliorare la loro vita. E allora, a che serve la diga. Rispondono i consiglieri comunali: serve proprio a scuoterli. Quando vedranno l’acqua con i loro occhi, avranno per la prima volta l’impressione che qualche cosa può cambiare. Qui bisogna cominciare da zero, suscitando stupore e bisogni: proprio come in India. L’argomento è suggestivo, forse è vero che una diga può rimettere in moto la vita fra i centomila siciliani del Belice. Ma resta difficile immaginare «uomini abituati all’eterno grano dinnanzi alla rivoluzione delle colture intensive irrigue. Dovrebbero esportare in consorzio i prodotti d’alto reddito. Sta di fatto che qui è sempre fallita ogni cooperativa. Boicottavano lo Stato quando appariva sotto forma di carabiniere contro la mafia; e adesso s’invoca lo Stato come costruttore di dighe e finanziatore di un comprensorio di bonifica. Tratteranno gli ingegneri e i periti agrari come i carabinieri e i pretori? I consiglieri comunali rispondono: il fatto è che il carabiniere o lo sbirro borbonico c’è stato sempre, il perito agrario non c’è stato mai. Anche Danilo Dolci è qui a Roccamena, dove un anno fa digiunò per dieci giorni, già a causa della diga. E’ con lui, fra i capi della ribellione «non violenta», Lorenzo Barbera da Partinico, che alla diga ha dedicato un libro pubblicato da Laterza. Dinanzi a queste forme di agitazione si è sempre combattuti fra riflessioni di opposta natura. Da un lato la miseria prende di petto e suscita indignazione, mentre in Italia c’è persino chi vorrebbe spendere miliardi pubblici e privati per la televisione a colori. D’altra parte sappiamo che centinaia di paesi della Calabria, della Lucania o del Molise vivono in simili condizioni: e non c’è nessuno che organizzi per loro proteste pubblicitarie. Siamo sicuri che il denaro dello Stato non sarebbe speso meglio altrove. La denuncia della miseria ormai non è difficile; l’amministrazione dello Stato è complicata. La politica seria è quotidiana scelta, spesso anche tragica, fra necessità concorrenti. Danilo Dolci ha detto a Roccamena che in Italia «non si fanno le cose secondo la necessità e secondo un ordine di priorità, ma si fanno le cose secondo chi spinge di più ». Questo può essere vero anche oggi, fra tanti discorsi sulla pianificazione; ma il principio del “chi spinge di più ” è rischioso, e condotto alle ultime conseguenze ci allontana proprio da un ordine oggettivo di priorità. E poi c’è dell’altro. Quando Danilo Dolci chiese che si costruisse presto la diga sullo Jato contro l’opposizione della mafia, mobilitando le moltitudini d’un altro gruppo di comuni, qualche ministro intervenne per affrettare le procedure d’esproprio dei terreni dell’invaso. Ma il risultato fu che lo Stato pagò tre milioni l’ettaro, e anche più, come indennizzo per terreni già valutati un milione l’ettaro. E li pagò con soddisfazione di personaggi che prima osteggiavano la diga. Certo, Danilo Dolci non aveva chiesto simili cose, ma che tutto venisse fatto presto e anche bene; eppure non è questo un compito facile dove l’ambiente sociale vi si oppone, e dove lo Stato si trova fra la disperazione dei nullatenenti e l’assalto dei notabili proprietari. Tutto questo vale a dire che oggi occorre spingersi al di là della semplice comprensione d’ogni protesta. Le «spinte dal basso» devono conciliarsi con il calcolo economico, lo Stato non può rischiare di spendere male i suoi denari nemmeno a favore di alcuni poveri (dietro i quali magari spunta qualche ricco) a danno di altri poveri. Tutti sanno che l’acqua è la vita del Sud. Gli stessi agricoltori dell’ Arizona e della California, forse i migliori del mondo, non avrebbero trasformato il gran deserto se lo Stato non avesse costruito le dighe. I russi, nell’Asia centrale, hanno trasformato in giardino la valle di Ferganà. L’irrigazione capovolge la natura; ma chiede immensi capitali e questo comporta una serie di scelte che vanno meditate a lungo. Le «spinte dal basso», legittime e pur necessarie, non possono moltiplicarsi ogni giorno senza ostacolare una democrazia, che comincia appena ora a pianificare. D’altra parte non avrebbe vita facile chi volesse andarsene in giro per l’Unione Sovietica a chiedere dighe mobilitando le province rurali e depresse, che pure sono molte anche laggiù. Detto questo, anzitutto per gli sviluppi che potrà avere nel futuro un certo modo di porre le questioni, occorre aggiungere tuttavia che il caso di Roccamena è particolare.
Dal 1928 si parla d’una diga nella valle del Belice, ma non s’è fatto mai nulla. Ci fu un progetto durante il fascismo, che risultò inservibile. Poi, dal 1955 l’Ente per la riforma agraria siciliana elaborò cinque studi successivi, tutti respinti dal Consiglio superiore dei lavori pubblici. Il progetto di base prevedeva la costruzione della diga a Bruca, sul Belice sinistro; fu respinto in via definitiva dopo il disastro del Vajont, perché non offriva assicurazioni sull’impermeabilità dei terreni e la stabilità delle sponde. Da un anno la Cassa del Mezzogiorno s’è impegnata a tentare un progetto d’invaso otto chilometri più a valle, in contrada Garcia, ma finora non s’è vista una trivella. Di qui la protesta, i digiuni pubblici e il lutto collettivo. I Consigli comunali hanno ragione quando dicono che lo Stato è intervenuto in questa zona della Sicilia solo per reprimere la mafia. Ma l’Ente per la riforma agraria siciliana, che a norma di legge è un « braccio » economico dello Stato quaggiù, s’è fatto respingere cinque studi dal Consiglio superiore dei lavori pubblici, e tali studi sono costati duecento milioni in sette anni.
I promotori della protesta hanno ragione quando dicono che la Cassa del Mezzogiorno non ha fatto quasi nulla in un anno. Ma la spirale dei costi delle opere pubbliche, in ascesa vertiginosa ha. dissolto i capitali disponibili.
La Cassa ha dovuto aspettare la nuova legge sul suo finanziamento. Chi si metteva a progettare un’opera che sarebbe costata quasi venti miliardi mentre non si sapeva niente sull’avvenire della Cassa (C’è stata l’inflazione, con la crisi del boom; le promesse di qualche ministro sono cadute nel vuoto, ma non solo in questo caso. Ora la diga si farà. La gran parte dell’irrigazione, per quasi dodicimila ettari, è prevista a valle, sotto Castelvetrano. 
L’utilità economica permette di irrigare a monte solo tremila ettari. In questo modo i costi potranno essere contenuti su un milione o un milione e mezzo per ettaro. La zona interna e più povera della valle ne avrà almeno una scossa. E’ stato calcolato che nel comprensorio irriguo, in tutto quindicimila ettari, il reddito annuo aumenterà di cinque miliardi di lire. Per finanziare e trasformare i poderi (trapianto di alberi d’alto reddito, zootecnia, erbai) molti sperano nell’abolizione dell’enfiteusi costituita prima del 1865, e nella riduzione dei canoni e livelli a tre volte il reddito dominicale per l’enfiteusi costituita dopo il 1865 e d’origine certa. Quello dell’enfiteusi è un problema di tutta la Sicilia, già in discussione all’Assemblea regionale. Insieme con la diga, tale riforma segnerebbe « la fine dell’emigrazione cronica» e l’inizio dello sviluppo nel cuore della Sicilia occidentale. Cosi almeno sperano i leaders di queste contrade; ma dopo aver convinto i ministri dovranno persuadere le teste «cotte al sole», i contadini che lì stanno a guardare e forse sperano anch’essi, ma non parlano.
La Stampa del 07.03.1965

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