MENTRE LO STATO ITALIANO IMPONE L’ENNESIMA UMILIAZIONE AL GOVERNO-FANTOCCIO DI MUSUMECI, IN SICILIA VENTI DI RIVOLTA

Si è parlato tanto, troppo e forse a sproposito, del Decreto “Salva-Sicilia”, falso anche nel nome, con il quale il Governo Conte-bis avrebbe garantito la sopravvivenza della Sicilia, risparmiandola da sicuro default, e, con esso, dalla trombosi di tutte o quasi le funzioni pubbliche in Sicilia. Ma sono andate veramente così le cose?

Riepiloghiamo, quello che è stato fatto dal Governo Crocetta-Renzi (e con lui da Musumeci, che ha continuato ed avallato la politica del predecessore, senza una minima inversione di rotta) e che si sta scaricando sul presente.

La Sicilia, per il “PASSATO”, rinuncia, in due accordi, a tutto il gettito che possa venirle dal contenzioso con lo Stato in Corte Costituzionale, per svariati MILIARDI, difficili anche a quantificare con esattezza. Sempre la Sicilia, per il “PRESENTE” (agosto 2015), cancella senza motivo 5,7 miliardi di crediti verso lo Stato iscritti nel suo bilancio, con la scusa di una nuova legge di contabilità pubblica, creando un disavanzo spaventoso che si finirà di pagare solo nel 2042, regalando così due volte allo Stato la stessa somma, una prima volta cancellandone i debiti, e una seconda restituendo allo Stato quello che era un credito della Regione. Nel frattempo, per evitare che il già mostruoso disavanzo sembrasse troppo grande, NON si sono cancellati altri crediti, per 2,1 miliardi, che invece dovevano essere cancellati allora, che sono esplosi ora come una bolla, e che ora, grazie al “Salva-Sicilia”, saranno spalmati sui prossimi 10 anni, ad AGGIUNTA dei precedenti (non è un disavanzo nuovo e, questo sì, si doveva allora e si dovrebbe ora spalmare in 30 anni senza alcuno speciale decreto o concessione statale). Sempre la Sicilia, questa volta per il “FUTURO”, rinuncia per sempre a tutto il gettito che le spetta per Statuto, regalando un terzo circa di IRPEF, due terzi circa di IVA, allo Stato; accettando la permanenza (con una limatura insignificante) del contributo al risanamento della finanza pubblica più alto d’Italia, rinunciando al proprio diritto di essere una comunità politica a finanza propria (regredendo così a finanza derivata) e al proprio diritto, sancito per Statuto, di determinare le imposte che si devono pagare in Sicilia. Per contro, però, continua ad accollarsi la quasi totalità delle spese pubbliche, senza alcuna perequazione per la minore capacità di reddito, per i LEP, per le infrastrutture, anzi proprio senza alcun investimento infrastrutturale.

Dal 2012 ad oggi e oltre, lo Stato, letteralmente ricattando la Sicilia, minacciandola di morte violenta per mezzo di default, ne pretende e ottiene il COMMISSARIAMENTO, sospendendo la democrazia, e decidendo a Roma ogni cosa, come in un paese che ha perso una guerra ed è occupato dallo straniero. E questo ormai da quasi 10 anni! Con risultati a dir poco disastrosi! In Sicilia la nostra Trojka è lo Stato. In questa condizione surreale e di violento sfruttamento coloniale, tranne un po’ di turismo per meriti altrui, e qualche nicchia di eccellenza agro-alimentare, in Sicilia va letteralmente tutto in malora. Le infrastrutture stradali e ferroviarie si sbriciolano. I costi per l’energia, pur essendo naturalmente in surplus, sono i più cari d’Italia. I servizi sanitari, alla persona, i trasporti, i peggiori d’Europa. Il fisco il peggiore d’Italia, con una pratica sadica di “fiscalità di svantaggio”; i Comuni quasi tutti o in dissesto, o in pre-dissesto o in un precarissimo equilibrio incapace di qualunque iniziativa degna del nome. Dalla crisi dei rifiuti all’assistenza ai disabili, dall’impossibilità di uscire dal precariato pubblico alla crisi continua, la cronaca siciliana è un bollettino di guerra.

La fiducia nel cambiamento e in una qualche possibilità di riscatto è sotto zero, città e paesi si spopolano con un esodo, soprattutto giovanile, ma non solo giovanile, che non ha precedenti nella storia. E, per beffa, l’emigrazione e i viaggi della speranza, diventano un’altra occasione di sfruttamento e di umiliazione per la Sicilia, con costi di viaggio intollerabili, e “carri bestiame” per rimpatriare gli emigrati per le feste. Le politiche italiane hanno un solo nome possibile, che va oltre il termine di “colonialismo”, ormai troppo gentile: genocidio! L’Italia sta uccidendo la Sicilia, e neanche tanto a poco a poco.

Per completare l’opera, la Sicilia è continuamente oggetto di pubblicistica razzista da parte dell’informazione e della TV italiana, per far ricadere la colpa della tragedia, in ultimo, sui Siciliani stessi, e per potere imporre alla Sicilia esausta altri tagli e altri sacrifici. In questo quadro, complici leggi elettorali sempre più liberticide in termini di sbarramenti e raccolte firme, il riscatto democratico diventa sempre meno praticabile, sempre più lontano. I Siciliani così si “arrendono”, non vanno più a votare, non credono più a niente.

Ma, sempre in questo quadro, inevitabile, soffia anche un venticello di rivolta, che non stiamo certo creando noi, ma che non possiamo certo criticare dopo tutto ciò che sta succedendo sotto i nostri occhi e che abbiamo elencato. Ancora una volta, come nel 2012, potrebbero essere gli autotrasportatori, per il caro-carburanti, a costituire l’artiglieria di questa protesta. Ma, ancora una volta, dietro di loro potrebbe rapidamente coagularsi la rabbia e la disperazione di tutte le categorie della società e dell’economia siciliane che sentono di non avere alcun interlocutore: gli agricoltori, i piccoli imprenditori in genere, gli studenti, la gente comune di ogni ceto e classe, …

Come nel 2012 la Sicilia potrebbe essere di nuovo inondata da centinaia di migliaia di persone che, con le bandiere siciliane, chiedono soltanto una dignità e un futuro. E questa volta, a differenza di allora, ci saremo anche noi, i Siciliani Liberi, una delle poche forze politiche organizzate che non deve chinare la testa a segretari e padroni della Penisola, che non deve vendere come “successo” quelle che sono invece umiliazioni. Ma questa volta ci saremo anche per evitare che si compiano gli errori del passato, che il Governo italiano abbia buon gioco a dividere il fronte con piccole concessioni e promesse vane. Questa volta chiederemo, per smantellare la protesta, la TOTALE E IMMEDIATA APPLICAZIONE DELLO STATUTO, CHE È POI LA SEMI-INDIPENDENZA DELLA SICILIA, PERALTRO GARANTITA DALLA COSTITUZIONE!

Chiederemo una legge di riforma costituzionale, da sottoporre a referendum, perché la Sicilia decida da sola le proprie tasse, la propria amministrazione e il proprio destino, perché nessun Presidente debba più andare a Roma con il cappello degli accattoni in mano, perché la Sicilia abbia finalmente quella libertà e quel benessere che merita. Lo diciamo a noi stessi, ma anche a chi, con noi, vorrà scuotere il giogo di questo inferno senza sbocco.

Orgogliosi di essere Siciliani, e Liberi

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