In questi giorni vi abbiamo ‘deliziato’, in anteprima, raccontandovi la storia della presunta violenza mafiosa che sembrerebbe, invece, una semplice colluttazione con un giardiniere, di cui è stato protagonista, nel 2014, il pluri decorato giornalista dell’AGI (agenzia di stampa dell’ENI) di Tv 2000 (la Tv del Papa), il presidente di Articolo 21 (la prestigiosa associazione nazionale a difesa della libertà di informazione), e chi più ne ha più ne metta, ossia il Cavaliere della Repubblica Paolo Borrometi. Del caso pare che si stia interessando la tenenza dei Carabinieri di Modica, visto che prima d’ora nessun organo inquirente aveva compiuto delle accurate attività di indagine, per chiarire se quella violenza fisica, che avrebbe subito il Borrometi, era opera della mafia o se, piuttosto, si trattava di un semplice diverbio con un signore che, pare, sia stato già identificato. Si tratterebbe di un certo Emanuele Rizza, residente a Modica, nonché giardiniere del padre di Borrometi. Lo ribadiamo, prima d’ora nessuno aveva sentito la versione del Rizza, riguardo alla famosa aggressione del 16 aprile del 2014, denunciata dal Borrometi e che, da qualche esponente delle Forze dell’Ordine, all’epoca dei fatti incriminati, è stata derubricata, senza alcun particolare tentennamento, come un’aggressione mafiosa. In realtà le cose sembrerebbe che siano andate diversamente. Come già vi abbiamo riferito nei giorni scorsi, all’origine di quell’infausto episodio che, lo ricordiamo, contribuì enormemente a fare assegnare una scorta armata al Cavaliere Borrometi, ci fu soltanto il fortuito pestaggio della zampa del cane della famiglia Borrometi ad opera di quello ‘sbadato’ giardiniere. Quel pestone sulla zampa del cane dei Borrometi, pare che sia stato provvidenziale, se non miracoloso. A quel pestone infatti il Borrometi reagì in maniera furente, schiaffeggiando il povero Rizza che, per difendersi reagì prontamente, torcendogli la spalla, al solo fine di immobilizzarlo. Ci riferiamo a quella famosa spalla ‘menomata’ di cui tanto parla sempre il Borrometi, con animo contrito ed esternando grande sofferenza fisica e psicologica, ogni qual volta viene intervistato dai media locali e nazionali. In realtà anche sull’effettiva menomazione di quella spalla, accertata a dire di Borrometi dalle competenti autorità sanitarie, ci sono delle verifiche in corso. Ciò non toglie che la narrazione, secondo cui quello che, probabilmente è stato un semplice pestaggio della zampa di un cane, da parte di un giardiniere, con la conseguente reazione nervosa e violenta del Borrometi, è stata data in pasto all’opinione pubblica mondiale, come se si fosse trattato di un’aggressione mafiosa. In tutto l’orbe terracqueo, questa così come i racconti di altre storie di presunte intimidazioni ed attentati mafiosi, di cui parla ad esempio un

altro signore che si chiama Antoci, sono state veicolate ad arte, urbi et orbi. Tale allocuzione latina, in questa circostanza, cade proprio a fagiolo. Non è un puro caso infatti se, dopo quel ‘miracoloso’ pestone, il Borrometi, oltre a diventare Cavaliere della Repubblica, grazie al Presidente Mattarella, qualche anno dopo inizia a lavorare in Vaticano, dove il latino è la lingua ufficiale del cerimoniale. Egli a ridosso del soglio pontificio, può annunciare infatti urbi ed orbi (alla Città ed al mondo intero), il suo roboante verbo anti mafioso. E questa sua missione ‘evangelizzatrice’ lui la svolge in maniera diuturna, tutti i ‘santi’ giorni, stando spalla a spalla col Papa. A sceglierlo, presso la Santa Sede, come compagno di ‘processione’, è stato il giornalista del ‘Sistema Montante’, Vincenzo Morgante, ex direttore di tutti i TGR regionali della RAI.

Oggi, Morgante e Borrometi, come se fossero gli apostoli San Pietro e Paolo, sono stati chiamati a lavorare assieme, benedetti da chi sta vicino all’alto dei cieli, nei canali radiotelevisivi del Vaticano. Ogni giorno il Borrometi accosta quella sua spalla sofferente, ‘menomata’,‘slogata a vita’, accanto a quella del Papa; ed inoltre vive spalla a spalla, come detto, anche con Morgante, un uomo del ‘Sistema Montante’. Se qualcuno volesse capirci un po’ di più della telenovela ‘antimafiosa’ del Borrometi, potrebbe per esempio, ascoltare ciò che dice il già citato Antoci, a proposito di altri due atti intimidatori da lui denunciati ed anch’essi ritenuti di matrice mafiosa. E’ proprio il nostro Antoci ad avere parlato, in qualche occasione, di un paio di esposti che il Borrometi ha presentato contro di lui. E, vi giuro, riguardo a queste denunce non c’è condizionale che tiene! Infatti in questo caso non siamo in presenza solo della sua testimonianza, ma anche di atti giudiziari che comprovano la veridicità di ciò che l’Antoci afferma. Anche perché, di tali procedimenti, con i conseguenti effetti, ci riferiamo alle relative azioni penali che hanno innescato, ci sono ampie tracce scritte presso i competenti tribunali. In questo caso possiamo solo invocare il giusto modo, quello delle certezze, ossia l’indicativo. Nessuno potrà, pirandellianamente parlando, dire ‘così è se vi pare’. In altri termini, ciò di cui stiamo parlando, è realmente accaduto ed è stato oggetto anche di sentenze che, per chi ne avesse voglia, se le può andare a leggere. Tranne che non si vuol cadere, ancora una volta, nel tranello della solita narrazione, secondo cui trattasi di intimidazioni mafiose, visto che anche questi episodi sono stati ascritti anch’essi alla mafia.

Ma andiamo al sodo.

Stiamo parlando della storia di un bigliettino di minacce, lasciato sul para brezza della macchina del Borrometi, auto che in un’altra circostanza gli è stata rigata.

Per entrambi questi due episodi, il Borrometi ha denunciato Antoci, col quale avrebbe avuto dei diverbi. Adesso non mi dite perché il Borrometi aveva litigato, oltre che con il già citato giardiniere, anche con l’Antoci, perché se vi va di saperlo lo dovremmo chiedere, piuttosto, direttamente a lui, che forse è meglio. Anche perché se vi recate a Modica e vi pigliate la briga di sapere con quante persone ha litigato il Borrometi, vi diranno che sono molte e che questa sua irascibilità risale ai tempi della sua travagliata infanzia; a quando i suoi genitori hanno avuto qualche piccolo problema e lui ne ha particolarmente sofferto. Ma questi sono solo pettegolezzi, a cui noi non crediamo o stentiamo a crederci. Come quello secondo cui da bambino era solito aggredire i suoi coetanei, al punto tale che d’estate, quando scendeva in spiaggia, c’era il fuggi fuggi generale. Con padri e madri di famiglia che facevano rincasare di corsa i propri bambini, temendo delle possibili aggressioni da parte di Paolo che, dicono i malvagi, era solito avventarsi come un pittbull sulle sue incolpevoli ed innocenti prede; tanto da guadagnarsi un nomignolo che non osiamo riferivi per intero: ossia quello di Paolo il K…r . Ma queste sono solo cattiverie umane, maldicenze che noi biasimiamo e condanniamo senza alcuna remora.

Piuttosto ci interessa concludere con gli attuali riscontri riguardanti altre minacce gravi subite dal Borrometi e riportate nel suo famoso libro dal titolo ‘UN MORTO OGNI TANTO’. Come è

noto, ai suoi parecchi estimatori, in quel suo ‘struggente’ romanzo criminale, il Borrometi inizia il triste racconto della sua vita con queste testuali parole: “Ogni tanto un murticeddu, vedi che serve! Per dare una calmata a tutti!”. Queste terrificanti minacce di morte, queste terribili frasi, intercettate il 20 febbraio 2018, mentre un certo Giuseppe Vizzini, uomo legato al capomafia di Pachino, Salvatore Giuliano, colloquiava con i figli, secondo il Borrometi, e secondo qualche investigatore, erano rivolte proprio a lui. Anche se nel prosieguo della conversazione intercettata e trascritta negli atti processuali, si legge quanto segue:

“Per dare una calmata a tutti! Un murticeddu, sai, così… un murticeddu c’è bisogno… così si darebbero una calmata tutti gli sbarbatelli, tutti mafiosi, malati di mafia! Un murticeddu…” .

Per la verità, a primo acchito, tali minacce sembrerebbero rivolte piuttosto a dei giovani componenti della consorteria mafiosa di Pachino che, secondo il Vizzini, meritavano una severa e terribile punizione, possibilmente uccidendone qualcuno. Attenzione, sempre di mafia stiamo parlando, di faide mafiose la cui opera di prevenzione è stata encomiabile e tempestiva ed è culminata in una serie di arresti e condanne, comminate da parte delle Autorità Giudiziarie, che sono intervenute puntualmente e, soprattutto, fortunatamente, prima che ci scappasse il morto. Mentre dal canto suo il Borrometi, ci sembra che abbia solo saputo cavalcare la tigre, assurgendo a vittima sacrificale della mafia. Il dubbio che si pone, non solo chi scrive, ma anche l’avvocato Luigi Caruso Verso, che assiste questi pericolosi delinquenti e potenziali assassini e/o mafiosi è: ma che ci azzecca Borrometi con queste minacce di morte, visto che non sono indirizzate a lui?

In un atto difensivo, a firma del suddetto avvocato e di Paolo Caruso Verso che, presumiamo trattasi del figlio, si fa espresso riferimento a tale presunta minaccia di morte indirizzata al Borrometi, il cui mandante, secondo quanto ci è stato finora raccontato, sarebbe stato il capo mafia di Pachino, Salvatore Giuliano.

Leggete cosa scrivono invece, carte ed intercettazioni alla mano, gli avvocati Caruso Verso, riguardo a questa vicenda. Addirittura titolano il loro scritto difensivo, a favore del boss Giuliano, utilizzando questi perentori termini che non lasciano ombra di dubbio:

‘ LA CLAMOROSA BUFALA DELL’ATTENTATO A BORROMETI’.

E si assumono la responsabilità di tale tranciante affermazione, quando aggiungono anche quanto segue:

“Parlare di ‘eclatante azione omicidiaria’ per ‘eliminare lo scomodo giornalista’, appare non una forzatura, ma una vera e propria invenzione!!! .

Salvo che il giornalista d’inchiesta, pur di continuare a fare il falso eroe, in quanto falsa vittima del falso attentato, non sia disposto a vestire anche altri panni, ci pare che non ci sia il ben che minimo riferimento alla sua persona… !”.

Peraltro – proseguono sempre nell’atto in questione i due su citati avvocati – solo ad abundantiam, comunichiamo che, per perseguire e far punire il giornalista d’inchiesta, il signor Gabriele Giuliano, figlio di Salvatore, aveva già presentato querela presso gli uffici della Procura della Repubblica di Ragusa (concedendo al diffamatore la più ampia facoltà di prova), dimostrando, con ciò, in modo chiaro, di volere ricorrere alla Magistratura, per ottenere Giustizia per i torti subiti”.

Ed allora, Cavaliere Borrometi, come la mettiamo? Chi ha ragione e chi ha torto riguardo a queste specifiche storie, di queste sue presunte intimidazioni e violenze mafiose, da lei denunciate che, assieme a tutte le altre, che piano piano stanno venendo fuori, la costringono a vivere scortato? Noi le vorremmo restituire la sua libertà perduta. La libertà di vivere senza il bisogno di avere al suo fianco degli angeli custodi armati, che soffocano ed inibiscono, quasi sicuramente, le sue ancora inesplorate, ma incommensurabili capacità di lotta contro la mafia. Libertà che Lei, Cavaliere Borrometi, l’ha persa, glielo ribadiamo, a partire da quel fatidico 16 aprile 2014 quando, a quanto pare, quel ‘maledetto’ giardiniere pestò la zampa al suo cane. E’ stato da quel momento che Lei ha perso la testa. Da Paolo il K…r, si è trasformato in Paolo il ‘furioso’. Prima, a quanto pare, aggredendo quel povero disgraziato di giardiniere e poi… Si è messo a giocare con la sua mente ed ‘i suoi tarli’ . Una mente, la sua, che era già di per sé un po’ obnubilata. Tanto è vero ciò, che nei

mesi e negli anni a seguire, ha continuato a denunciare ed a pensare che, qualunque cosa le capitasse, che so io, un zerbino che misteriosamente pigliava fuoco, la sua macchina rigata o un presunto bigliettino di minacce, era sempre colpa della mafia. Può darsi che ha ragione Lei, Cavalier Borrometi. Ci corregga se può. Ma può darsi anche che quel ‘fanciullino terribile’ che a Modica tutti ricordano bene, e che è forse ancora dentro di Lei, ogni tanto affiora e dà segni di nervosismo, al punto tale da scambiare i soliti mulini a vento, per dei giganteschi guerrieri, come capitava a Don Chisciotte, che pensava di combattere contro un nemico che non esisteva, se non nella sua immaginazione. Quindi può darsi pure che alla mafia non importa niente di Lei, perché possibilmente è in tutt’altre faccende affaccendata.

Ai posteri, o per meglio dire, agli investigatori che si stanno occupando del suo caso, o se preferisce dei suoi ‘casini’, l’ardua sentenza!

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