Nella parte dedicata alla ricostruzione del movente e della fase genetica del progetto stragista si è evidenziato come sulla scorta delle dichiarazioni rese da alcuni collaboratori di giustizia, la cui attendibilità risulta suffragata dalla puntuale disamina dell’incisiva attività investigativa svolta dal predetto magistrato e dalle deposizioni rese da investigatori e colleghi della vittima, sia stato possibile accertare che, già nell’estate 1982, i Salvo erano a conoscenza delle indagini sul loro conto da parte del consigliere Chinnici e, secondo un metodo ormai collaudato dall’organizzazione, si era tentato dapprima il c.d. ”avvicinamento” tramite i parenti di Salemi della moglie del magistrato, evidentemente andato a vuoto, ( “perché hanno trovato una roccia come si suole dire in Chinnici”- cfr. Di Carlo), per decretarne poi la morte .
Il Di Carlo ha testualmente dichiarato : “E così il Salvo si è trovato a gestire questa situazione, voleva fare bella figura con Michele Greco. Da interessarsi si è trovato interessato diretto, perché Chinnici comincia a fare indagare sui Salvo e l’ultima volta che ho incontrato Nino Salvo mi ricordo che mi diceva che era avvelenato, nel senso di nervi, dicendo che il Chinnici aveva scatenato un’inchiesta sotto su…su tutti i movimenti (bancari) di Salvo” (cfr.f.97), episodio collocato temporalmente nell’estate del 1982 allorchè i Salvo si allontanarono da Palermo.(f.105).
Ed ha aggiunto: “Noi eravamo in condizioni, specialmente con i Salvo, con Lima di arrivare dovunque e allora potevamo arrivare dentro lo Stato, infatti quante volte si è stati a fare trasferire a qualcuno i Salvo proprio” (f. 251)
Il collaboratore ha altresì precisato che i profondi sentimenti di astio nutriti dai Salvo nei confronti del dr.Chinnici erano noti in seno a “cosa nostra”, riferendo delle confidenze ricevute da Riccobono Rosario – che a sua volta le aveva apprese da un funzionario della Polizia di Stato (f.
107) – il quale con riferimento al consigliere istruttore gli avrebbe detto testualmente: “picca dura”(nel senso che avrebbe vissuto ancora per poco), perchè sapeva dell’interesse diretto dei Salvo e di Greco Michele, fino ad allora mai raggiunto da provvedimenti giudiziari.
In particolare il Riccobono sosteneva che il magistrato era destinato a morire per l’intraprendenza che aveva avuto iniziando a svolgere indagini nei confronti dei Salvo.
Il Di Carlo ha altresì riferito di un incontro tra Salvo Antonino e Provenzano Bernardo a Bagheria nella fabbrica di chiodi di Greco Leonardo, durato circa quattro ore, antecedente alle confidenze ricevute dal Riccobono, sempre nell’estate 1982.
Brusca Giovanni, in particolare, ha consentito una precisa collocazione temporale della riunione in c.da Dammusi a seguito della quale il Riina lo aveva chiamato ed in maniera euforica gli aveva detto : “mettiti a disposizione di don Antonino”( si ricorderà anche la significativa frase “Finalmente è arrivato il momento di romperci le corna a questo”.)
La riunione è stata collocata dal Brusca a fine estate 1982 (“settembre- ottobre”), sulla base di riferimenti specifici che conferiscono attendibilità al racconto, inizialmente caratterizzato dall’incerto e fuorviante riferimento ad alcuni mesi prima della strage ( “sei-sette-otto mesi prima”) ma successivamente, dopo la contestazione del verbale in data 24/10/1997, pienamente confermativo di una precedente e più puntuale ricostruzione fondata sul rilievo che “Nino Salvo si trovava ancora vicino a Bagheria, dove hanno la villa estiva e che loro a Salemi di solito ci andavano per il periodo della vendemmia”.
Non più di uno o due giorni dopo ( “cioè il tempo di metterci d’accordo”) l’incontro con Riina e Bernardo Brusca, Giovanni Brusca, a bordo della propria autovettura Volkswagen Golf aveva seguito fino a Salemi Nino Salvo, che lo precedeva alla guida della sua autovettura Mercedes, per eseguire un primo sopralluogo.
L’azione, tuttavia, non era stata portata a compimento per le difficoltà di assicurarsi una fuga agevole, determinate dalla particolare situazione dei luoghi.
Il Brusca ha precisato che la prima volta che si era recato nei pressi della villa di Salemi, aveva notato la presenza del dott. Chinnici.
Come si ricorderà, sulla scorta della documentazione acquisita, dalla quale è emerso che il consigliere istruttore nell’anno 1982 aveva fruito di un periodo di ferie a decorrere dai primi giorni del mese di agosto, ed alla luce delle indicazioni fornire dal Brusca, la data della riunione può agevolmente collocarsi nel mese di agosto 1982.
Sebbene l’originario progetto, con le modalità sopra descritte, non sia stato eseguito, il proposito criminoso non venne certamente revocato – essendone stata solo differita la realizzazione – come può desumersi dalla presenza del Madonia Antonino nel palazzo del consigliere istruttore nel dicembre 1982 e dalle successive attività preparatorie che, secondo le stesse indicazioni del collaboratore, ebbero inizio qualche mese prima della strage.
L’esecuzione del delitto venne solo rinviata, nel settembre 1982, per volontà del Riina che molto probabilmente dovette privilegiare altre “operazioni” di prioritario interesse strategico, connesse con gli equilibri interni all’organizzazione, tra le quali certamente rientrarono gli omicidi di Riccobono e Scaglione.
Ricollegandoci a quanto sopra evidenziato in ordine all’abbandono
dell’originario progetto esecutivo per l’inadeguatezza delle vie di fuga e degli appoggi logistici nella zona di Salemi (ff.7-8, ud.2/3), è appena il caso di rilevare che il Brusca ha ipotizzato che il temporaneo accantonamento dell’esecuzione della strage sia da ascrivere al fatto che si era in piena guerra di mafia e la presenza di qualche “scappato” in zona talvolta imponeva repentine modifiche di piani criminosi, non escludendo, peraltro, che possa avervi contribuito anche l’esecuzione della strage di via Isidoro Carini nei confronti del prefetto Dalla Chiesa.
Come già ricordato, il collaboratore di giustizia Mutolo Gaspare ha riferito (cfr. ud. 23.4.1999) che la deliberazione omicidiaria nei confronti del dr. Chinnici risaliva al 1982, e quindi ancor prima del suo arresto.
Il Mutolo era stato messo al corrente di ciò da Riccobono Rosario non genericamente, ma con specifico riferimento ad una deliberazione della commissione.
Sul punto il collaboratore ha riferito quanto segue:
P.M. – Sì. Lei ha fatto cenno più volte a questo rapporto intimo che c’era fra lei ed il Riccobono. Le chiedo se lei è mai venuto a conoscenza di affari, di argomenti che venivano trattati in commissione.
MUTOLO – Guardi, se io prima che mi… io vengo arrestato già sapevo che il dottore… il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa doveva essere ucciso, che Pio La Torre doveva essere ucciso. In quel periodo anche il dottor Chinnici doveva essere ucciso, perchè… e me lo dice il Riccobono, perchè in quel periodo quello che guarda, diciamo, i movimenti del dottor Chinnici è un certo Lino Spatola, il capofamiglia . di Cardillo – Tommaso Natale.
Quindi Riccobono non è che aveva con me segreti … mi raccontò che, quando è morto Stefano Bontate, lui si salvò perchè l’indomani mattina andò da Michele Greco, insieme a Micalizzi Salvatore, per dire: “Ma cosa sta succedendo?”, perchè lui non sapeva niente. …
Dopo ci raccontò, e infatti abbiamo commentato la cosa un pochettino negativamente, quando Salvatore Riina avvicina di nuovo a Riccobono insieme a Gambino Giacomo Giuseppe e le parla male di Michele Greco. Io sono libero, insomma, e Riccobono non ha voluto a nessuno presente; quindi facevano qualche cosa strettamente personale, però ci ha detto che già Riina incominciava a parlare male di Michele Greco. Michele Greco, essendo capomandame… cioè coordinatore, dicendo che lui usciva ogni tanto a andare a salutare gli amici, invece altri non si muovevano, perchè avevano preoccupazioni che qualcuno poteva tirare
qualche scopettata, qualche cosa.
P.M. – Quando il Riccobono le fa presente che il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa dev’essere ucciso, gliene parla come un fatto così o come una decisione che lui ha appreso o che è stata adottata in seno alla commissione?
MUTOLO – No, no, come… come un fatto che già era stata presa in commissione.
P.M. – Lei ha fatto un analogo esempio con riferimento alla morte del dottore Chinnici. Questa stessa domanda… questa stessa risposta vale anche per il dottore Chinnici?
MUTOLO – Sì, sì, io ci dico che già nel 1982 – no nell’83, nell’82 – il dottor Chinnici si è salvato, non so per quale motivo, insomma; perchè non è, insomma, perchè la mafia magari guarda che deve uccidere a una persona, può nascere un contrattempo e… e viene rimandato, cioè non… però già dal millenovece… da giugno, ma anche di maggio, di aprile, del 1982 il dottor Chinnici era sotto, diciamo, la minaccia di essere ucciso, perchè già si sapeva che stava, diciamo… voleva cambiare l’andamento che c’era al Tribunale di… di Palermo e forse, secondo… secondo me, si è ritardato un anno, perchè dopo con l’incalzare del Giudice Falcone, che ha messo a fare processi, che c’erano eh, eh, cioè un pe… per un qualche periodo la figura di questo Giudice Chinnici magari è stata un pochettino accantonata, perchè avevano altro da fare.
Però già io ci parlo del 1982, il dottor Chinnici si sapeva che voleva reinserire, va bene, quel concetto dell’associazione mafiosa che fa – purtroppo bisogna anche comprendere, va bene – tanta paura ai mafiosi, perchè logicamente hanno sempre il fianco scoperto, perchè un discorso è che imputano un omicidio o un’estorsione, un… qualsiasi cosa, un discorso è che tutti assieme fanno un mandato di cattura per associazione a delinquere e quindi questo è stato sempre il cruccio dei mafiosi, che  per un certo periodo avevano ottenuto questa tranquillitudine al Tribunale di Palermo.
P.M. – Io su questo argomento, appunto, vorrei… questo argomento lo affronterò ora organicamente.
Non ho però compreso il tenore della sua risposta, con riferimento alla mia domanda se, così come lei ha detto per la morte del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, fu la commissione a deliberare la morte del dottore Chinnici, se lei lo apprese da Riccobono in questi termini o se lo apprese viceversa…
MUTOLO – Sissignore, sì. Già la commissione aveva… anzi, Riccobono mi disse, quando avevano deciso di uccidere al generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, dice: “Vediamo chi prende il suo posto”. Quindi… cioè era già un discorso non personale del Riccobono, cioè perchè Riccobono e nessun altro capomandamento poteva prendere, diciamo, una decisione del genere; c’era una commissione per deliberare alcuni omicidi, in cui sicuramente… logicamente erano abituati male i signori mafiosi, che c’era la contropartita dello Stato, ma per due mesi, per tre mesi, cioè quattro chiacchiere nei giornali, cioè non… non c’era stata mai una decisione dello Stato per veramente… ad affrontare il fenomeno. Comunque, .. anche quel piccolo contrattempo loro però volevano essere tranquilli che nessuno poteva dire: “Per Michele Greco la colpa è…”; no, era commissione in cui era tutta, diciamo… tutti i mafiosi, perchè la commissione rappresentava tutta la mafia che c’era a Palermo.””””””
Ulteriore conferma della collegialità della decisione è fornita dalle confidenze che il Mutolo ricevette dal Madonia Francesco nel giugno 1982 e dal coinvolgimento nella fase preparatoria del figlio di quest’ultimo, Antonino, all’epoca sostituto del padre, che, come riferito dal Brusca, si era recato con questi a Salemi per verificare lo stato dei luoghi.

Lo stesso Brusca, come già ricordato, ha riferito di essersi recato in quel paese anche con Pino Greco “scarpa”, del mandamento di Ciaculli.
Non può essere sottaciuto che la partecipazione del Riccobono alla deliberazione costituisce una significativa conferma del rispetto delle regole da parte del Riina, ove si consideri che il primo faceva parte di una fazione con la quale intercorrevano rapporti conflittuali e che qualche mese dopo sarebbe stato addirittura eliminato, ciò che depone univocamente per la operatività ed il rispetto del principio della collegialità anche in un periodo storico contrassegnato da un clima di minore compattezza ed unitarietà strategica in seno al massimo organo deliberativo dell’organizzazione.
L’istruttoria dibattimentale non ha offerto elementi probatori certi in ordine alle ragioni che indussero “cosa nostra” a differire l’esecuzione del progetto omicidiario nei confronti del giudice Chinnici.
Può solo fondatamente ipotizzarsi l’esigenza di privilegiare obiettivi
ritenuti prioritari sia sul fronte interno – in relazione ai nuovi assetti che stavano già profilandosi e che imponevano una accelerazione del processo di eliminazione degli ultimi più autorevoli esponenti della fazione avversa – sia su quello esterno dello scontro con lo Stato.
È noto, infatti, che la venuta a Palermo del generale Dalla Chiesa, in qualità di prefetto, preceduta da un’autentica campagna pubblicitaria per la popolarità del personaggio, reduce dalla vittoria sul terrorismo brigatista, fu affrettata in conseguenza del clamoroso omicidio dell’onorevole Pio La Torre, commesso con modalità terroristiche, in un periodo in cui i fatti di sangue si susseguivano con frequenza impressionante.
Detta nomina avrebbe potuto colpire positivamente l’opinione pubblica, apparendo come una svolta decisiva del Governo nella lotta alla criminalità mafiosa, malgrado i limiti istituzionali di una prefettura non fossero adeguati ai peculiari significati che erano stati attribuiti a quella nomina e rischiassero, anzi, di farli apparire velleitari.
E tuttavia, con il suo grande prestigio e con la sua energica personalità, il generale Dalla Chiesa aveva subito scosso l’ambiente ed era venuto al centro dell’attenzione, costituendo, già solo per questo, un grave pericolo per la criminalità mafiosa e potendo, peraltro rendersi ancora più pericoloso in un prossimo futuro, allorchè gli fossero stati conferiti quei poteri di coordinamento e direzione da lui richiesti.
Come risulta dalle sentenze in atti, mentre il nuovo prefetto muoveva i primi passi e suscitava preoccupazioni negli ambienti criminali, nel c.d. “triangolo della morte” (Bagheria-Casteldaccia-Altavilla) era scoppiata una violentissima faida, con una lunga serie di omicidi, attribuibili, come poi si sarebbe appreso, alla cosca di Corso dei Mille, capeggiata da Filippo Marchese; in particolare, fra il 3 ed il 7 agosto 1982 erano state uccise 10 persone. Il 10 agosto al Giornale di Sicilia era pervenuta una telefonata anonima del seguente tenore: “siamo l’equipe dei killers del triangolo della morte; l’operazione da noi chiamata “Carlo Alberto”, in omaggio al prefetto, con l’operazione di stamani l’abbiamo quasi conclusa, dico quasi conclusa. Se non pubblicate questo messaggio, uno di voi morirà”
Il 4 settembre, giorno successivo alla uccisione del prefetto, alla redazione palermitana del giornale “La Sicilia” un’altra telefonata aggiungeva: “L’operazione Carlo Alberto si è conclusa”.
I giudici di merito (cfr.C.Ass.App. sent. Bruno +14, in sede di rinvio da Cass. N.80/92) e la S.C. che ne ha confermato le statuizioni, non hanno mancato di sottolineare l’importanza delle due telefonate, anzitutto perchè esse rendevano evidente che la strage di via Carini era stata ideata ed organizzata quanto meno nei primi di agosto 1982; e, soprattutto, per la preordinata intenzione da parte degli anonimi di farsi riconoscere come ideatori dell’unica strategia attestata dalla connessione logica e lessicale dei due comunicati, il primo tendente a lasciare aperto e proiettato per l’avvenire il messaggio implicito; l’ultimo, chiaramente costituente la dimostrazione della serietà della prima sfida.
In dette sentenze, inoltre, è stato poi puntualmente rilevato “che in quel momento le cosche vincenti avevano sostanzialmente riaffermato il loro predominio incondizionato, avendo drasticamente allontanato gli intrusi o gli scomodi e soppresso i responsabili del fallito “blitz” dell’anno precedente; e che, se una strategia poteva ulteriormente profilarsi nella loro prospettiva, strategia nella quale collocare l’operazione Dalla Chiesa, questa non poteva essere motivata che dall’esigenza di sottolineare, con tracotante dimostrazione di forza, il traguardo di potere raggiunto, ovvero da quella di paralizzare un grave
pericolo incombente e rappresentato dal nuovo prefetto”
Appare, pertanto, verosimile presumere un momentaneo accantonamento del progetto omicidiario nei confronti del consigliere Chinnici a causa dell’impegno operativo dell’attentato al prefetto Dalla Chiesa e del preminente interesse di darvi immediata attuazione con priorità rispetto ad altri disegni criminosi che, sebbene altrettanto rilevanti sotto il profilo strategico, tuttavia apparivano forse connotati, in quel preciso momento storico, da una minore valenza “politica” rispetto al significato intimidatorio e di tracotante sfida alle istituzioni immediatamente percepibile da parte dell’opinione pubblica e dello Stato nell’uccisione del generale, se posto in relazione con l’immediatezza dell’eccidio rispetto all’invio in Sicilia del prefetto ed al suo arrivo, con una settimana di anticipo rispetto al previsto, proprio il giorno dopo l’uccisione del parlamentare comunista.
Probabilmente la strage del Generale Dalla Chiesa aveva sconsigliato ulteriori avvenimenti eclatanti, ma è altrettanto verosimile che la necessità di porre fine al più presto alle ostilità interne, con la previa eliminazione degli ultimi più autorevoli esponenti della fazione avversa – Rosario Riccobono e Salvatore Scaglione – possa avere consigliato il rinvio dell’esecuzione. Non può peraltro essere sottaciuto che la successiva strage di via Pipitone Federico segnò, coerentemente, un’ulteriore “escalation” terroristica nel quadro di quella strategia di tracotante e spavaldo attacco frontale allo stato.
Nel periodo compreso tra la fine del mese di dicembre 1982 e gli inizi del 1983, la definitiva eliminazione degli avversari e la ricostituzione di quei mandamenti fino ad allora non direttamente controllati dalla fazione filocorleonese, segnarono l’inizio di una nuova stagione per “cosa nostra” caratterizzata da una omogeneità di posizioni ed unità di intenti attorno alle figure più carismatiche, il Riina ed il Provenzano, le cui strategie non trovavano più ostacoli in commissione, senza che ciò facesse venire meno, per le ragioni sopra esposte, l’interesse al rispetto formale della collegialità delle decisioni per gli omicidi c.d. strategici o eccellenti, sussistendo per contro l’interesse opposto ad evitare l’insorgere di dissensi o rilievi critici che avrebbero potuto incrinare il loro potere egemonico.
La deliberazione omicidiaria della commissione nei confronti del dr. Chinnici era stata già adottata nel 1982, ma secondo le concordi indicazioni fornite dai collaboratori esaminati, la commissione, nella sua nuova composizione, doveva essere nuovamente posta nelle condizioni di confermare quella condanna a morte, almeno per quanto riguardava i nuovi capimandamento e cioè Ganci Raffaele, Buscemi Salvatore e Gambino Giuseppe Giacomo.

Sul punto appare opportuno riportare le seguenti dichiarazioni rese dai collaboratori.
CANCEMI, all’udienza del 7/5/1999 ha riferito quanto segue:
P.M. – E le volevo fare un’altra domanda: nel caso in cui la commissione avesse deliberato la morte di una persona importante, uno degli omicidi che erano di competenza della commissione, e nel frattempo fosse cambiato l’organigramma di “Cosa Nostra”, nel senso che nel frattempo erano stati nominati altri capimandamento, nuovi capimandamento, magari perchè quelli precedenti erano deceduti, cosa faceva Riina? La decisione già presa la metteva in atto o doveva in ogni caso portare a conoscenza dei nuovi capimandamento questa decisione?
CANCEMI – Ma lui faceva tutte e due cose, la metteva in atto e contemporaneamente informava, diciamo, … se c’era qualche cosa, come ha detto lei, a quello nuovo.
P.M. – Ecco, io vorrei capire se il capo nuovo doveva semplicemente prendere atto di una decisione già presa o doveva esprimere anche lui il suo consenso, il suo parere.
CANCEMI – Ma, guardi, allora qua sempre ripetiamo le stesse cose. Attenzione, quando Riina ha formato i nuovi mandamenti e ci ha messo persone di fiducia sue nei vari mandamenti non aveva problemi Riina, Riina aveva problemi che manteneva la forma che ci… ci diceva le cose e tutto era per come diceva lui, non c’era nessuno che si opponeva e diceva: “No, ‘sta cosa non si deve fare”. Quindi la cosa funzionava così, perchè quelle erano persone sue, erano… Riina era uno e Riina erano tanti.
L’ANZELMO (cfr. ud. 8/3/1999) ha dichiarato:
P.M. – Secondo la sua esperienza in “Cosa Nostra” e secondo le regole di “Cosa Nostra”, se fosse stata adottata una riunione negli anni precedenti, una deliberazione di uccidere il dottore Chinnici negli anni precedenti e nel frattempo fossero cambiati i capimandamento o ne fossero stati… fossero stati ricostituiti alcuni mandamenti, i nuovi capimandamento dovevano essere messi a conoscenza della deliberazione?
ANZELMO – Certo che dovevano essere messi a conoscenza. Lo potevano essere messi a conoscenza, per dire, solo informativamente, per dire; se ormai era stato deciso questo e si doveva fare questa operazione potevano essere messi a conoscenza, per dire, addirittura di farci partecipare a qualcuno della sua famiglia, per dire. Mi segue quello che voglio dire?
P.M. – Sì. No, ma io volevo capire questo: se il nuovo capomandamento non fosse stato consenziente cosa sarebbe successo?
ANZELMO – E che doveva succedere? Io non la so questa situazione perchè non mi ci sono trovato, ma…[…].
Il MUTOLO (ud. 23/4/1999) ha riferito:
P.M. – Le devo anche chiedere, sulla base di quelle che sono state le sue risposte, se. cioè le devo porgere questa domanda: lei ha parlato che
dopo… di avere sentito dell’ordine da parte di “Cosa Nostra” di uccidere il dottore Chinnici ancora prima del suo arresto del giugno dell’82.
Lei poi, successivamente, ha detto che, dopo la morte di Rosario Scaglione. di Rosario Riccobono e di Salvatore Scaglione, furono creati due nuovi capimandamento, indicandoli in Gambino Giacomo Giuseppe ed in Raffaele Ganci. Secondo le regole di “Cosa Nostra”…
MUTOLO – Sissignore.
P.M. – Secondo le regole di “Cosa Nostra”, questi due capimandamento nuovi, nel caso in cui la deliberazione fosse stata allontanata nel tempo, come nella specie avvenne per la morte del dottore Chinnici, che avvenne nel luglio dell’83, dovevano essere messi a conoscenza di questa decisione della commissione di uccidere il dottore Chinnici?
MUTOLO – Certamente sì.
P.M. – Perchè dice così?
MUTOLO – Ma, a parte che… a parte che però questi personaggi sapevano cinquanta volte più le cose che sapevo io della commissione, cioè non… ma, diciamo, già loro, facendo segretamente già parte, diciamo, della commissione, dopo ufficialmente logicamente sapevano tutto.

Il DI CARLO sul punto ha dichiarato quanto segue (cfr. ud. 15/2/1999):
P.M. – Vorrei chiederle un’altra cosa: nel caso in cui la commissione provinciale di “Cosa Nostra” si riunisca per deliberare un omicidio eccellente e se successivamente si modifichi in qualche modo l’organigramma, nel senso che nel frattempo vengano creati nuovi mandamenti o viene nominato un nuovo capomandamento  perchè magari quello precedente è morto, cosa succede in “Cosa Nostra”? Questa deliberazione che è stata presa rimane ferma o deve essere adottata una nuova deliberazione?
DI CARLO – Ma come le dicevo prima, questa commissione si riunisce spesso e volentieri, una volta à simana, ogni quindici giorni massimo. Se sono passati anni e si è cambiata nella commissione, appena si riuniscono che debbono farli, che sono preparati che fra tre mesi – quattro mesi si deve fare, dici: “Noi quando c’era ancora il… Tizio o il tuo capomandamento antico, prima che morisse, avevamo preso questa attenzione; adesso ci sono due – tre nuovi, abbiamo preso questo. Che ne pensate?” “Ma per noi altri pure va bene”. Però non è che non si ci dice niente perchè passa il discorso di prima, il contratto, chiamiamolo contratto di prima. C’è la nuova commissione, se ne riparla: “Stiamo vedendo di eliminare Tizio. L’avevamo già pensato, adesso mi sembra che abbiamo possibilità, perchè fa questa strada, non è più scortato, non è più con le macchine blindate”. Dipende il soggetto. Oppure: “Non ha più quella carica, adesso se n’è andato in pensione, se n’è andato in villeggiatura”.
P.M. – Quindi, sostanzialmente…
DI CARLO – E i nuovi lo sanno in questo modo.
P.M. – Sostanzialmente, ci vuole… è necessario acquisire il consenso da parte del capomandamento o basta l’informazione del nuovo capomandamento?
DI CARLO – Mah, dipende, perchè per quello che io ho saputo dopo che non si potevano… hanno cercato di modificare un pò, nel senso che invece di riunirsi come una volta, che c’erano un sacco di persone, per evitare ci mandava pure due… due capimandamenti ad informare tutti, per vedere se erano d’accordo invece di riunirsi tutti. Va bene? Ma lo sanno, deve dare il consenso o no, deve essere informato. Allora che capomandamento è?
Il Brusca (ud. 1/3/1999) ha fornito le seguenti risposte :
P.M. – Le volevo fare un’ultima domanda in merito all’argomento regole di “Cosa Nostra”. Volevo capire una cosa: se tra il momento in cui viene presa una decisione, per esempio per un fatto di competenza della commissione, e il momento in cui poi quella decisione viene eseguita passa, per qualsiasi ragione, un pò di tempo e subentrano dei nuovi capimandamento, cambia la composizione della commissione, per quella che è la sua conoscenza ed esperienza, i nuovi capimandamento vengono consultati, vengono messi al corrente della decisione già presa?
BRUSCA – Vengono messi a conoscenza di una decisione già presa. Per esempio, capita che si deve mettere in atto il fatto esecutivo di quella operazione, vengono messi a conoscenza i nuovi capimandamento, o perchè devono partecipare o perchè vengono messi a conoscenza di quello che si deve fare e… e in quell’occasione poi può dire… può dire sì, può dire no. Se è no va… viene, gli viene detto: “Vai dal tuo capomandamento e ti vai a informare”, cioè quindi viene messo a co… viene messo a conoscenza per la persona nuova che prende il posto di una cosa decisa molto tempo prima, perchè una volta decisa non si può più tornare indietro, tranne che deve spiegare il motivo per cui non si deve tornare indietro, cioè, si deve… si deve tornare indietro o non si deve fare più quel… quel fatto criminoso, dipende che cosa sia.”
Ad avviso della corte, a prescindere dalle concordi dichiarazioni rese dai collaboratori in ordine alla necessità “ordinamentale” di porre i nuovi capimandamento nelle condizioni di essere informati ed esprimere il parere su una deliberazione già adottata da una commissione in diversa composizione, è da ritenere che, nel caso di specie, anche il mutato contesto storico rispetto alla originaria deliberazione, soprattutto dopo l’omicidio del prefetto dalla Chiesa, e le nuove modalità esecutive dell’attentato, che frattanto aveva assunto connotati più spiccatamente terroristici, imponevano l’opportunità di rivisitare la questione, coinvolgendo anche i nuovi soggetti frattanto cooptati nel massimo organo deliberativo dell’organizzazione, atteso che anche le devastanti implicazioni dell’uso, per la prima volta, di una potente carica esplosiva in una pubblica via, non potevano non costituire un valido motivo di confronto dialettico per le gravi conseguenze di cui erano foriere sul piano della reazione degli apparati repressivi della Stato.
Ma in realtà l’istruzione dibattimentale ha offerto indicazioni probatorie nel senso che la riunione fu indetta e che tutti i capimandamento vennero resi edotti della situazione.
Il Cancemi infatti ha riferito di due riunioni “allargate”, quasi plenarie – una tenutasi a contrada Dammusi, l’altra a Piano dell’Occhio, in immobili nella disponibilità di Brusca Bernardo – nel corso delle quali la commissione provinciale, avrebbe confermato la deliberazione omicidiaria.
Le riunioni di cui il Cancemi era venuto a conoscenza, per avervi accompagnato il proprio capomandamento Giuseppe Calò, si sarebbero svolte a pochi giorni di distanza l’una dall’altra “in periodo in cui c’era caldo ed ancora non erano chiuse le scuole”; quella tenutasi in contrada Dammusi si era svolta in una casa del Brusca, nei pressi di un capannone dove erano custodite macchine agricole, si era protratta per più di due ore ed erano presenti: il Calò, il Riina, Greco Michele, Geraci Nenè, Buscemi Salvatore, Pippo Gambino, Madonia Francesco accompagato dal figlio Antonino, Motisi Matteo accompagnato da Nino Rotolo, Ganci Raffaele ed Intile Francesco.
Il collaboratore ha precisato di non avere appreso subito dopo quell’incontro quale fosse stato l’argomento oggetto di discussione; tuttavia dopo la strage, traendo spunto da “mezze battute” del Ganci Raffaele e del Calò – i quali aveva espresso apprezzamenti poco lusinghieri nei confronti del magistrato – aveva collegato quei commenti alla riunione, inferendone che la stessa aveva riguardato l’omicidio del consigliere istruttore Chinnici.
Appare opportuno riportare integralmente le dichiarazioni rese sul punto dal collaboratore (cfr.ud. 3/5/1999):
[…] P.M. – Dico, ma lei nel corso dell’esame che si è svolto tre giorni fa c’ha detto che la riunione di San Giuseppe Jato era una riunione collegata all’omicidio, alla morte del dottore Chinnici, perchè lei ha ciò appreso dopo la strage.
Io vorrei chiederle questo: questo suo ricordo di questo collegamento è un ricordo che lei ha avuto nel momento in cui io le ho formulato questa domanda? L’aveva mai ricordato prima?
CANCEMI – No, io non l’avevo mai ricordato, questo l’ho ricordato, diciamo, ripeto, come ho detto prima, ho scavato in questi giorni nei miei ricordi, se io ricordavo altre cose per… per dirle, diciamo, e ho ricordato che c’è stata quest’altra riunione a Piano dell’Occhio.
P.M. – Sì, ma la mia domanda si riferiva anche alla prima riunione, cioè al collegamento della prima riunione con la strage Chinnici. Io le chiedevo se questo è stato pure un suo ricordo di questi giorni.
CANCEMI – Sì, è stato un mio ricordo di questi giorni di quello che è successo. Io… i discorsi che io ho saputo dopo sono stati con queste due riunioni, sicuramente, perchè … Calò non me l’ha detto quello che hanno discusso nè là e nè là, però poi quelle cose che mi ha detto sia Calò sia Ganci e sia Pippo Gambino sono della strage Chinnici, non c’è dubbio che c’erano state queste due riunioni per questo motivo, con assoluta certezza.
P.M. – Senta, signor Cancemi, ci sono altri ricordi che lei vuole ora dire alla Corte che le sono venuti in questi giorni, cioè qualche altro elemento particolare prima che io chiuda l’esame, che vuole riferire? Cioè, c’è qualche altra cosa che…?
CANCEMI – No, in questo momento non ho nessun ricordo, diciamo. Mi sono concentrato dopo questo esame di ricordare in quel periodo, perchè in quel periodo, diciamo, c’è stata pure che Calò passava della mia macelleria in via Tasca Lanza e lui mi diceva che aveva… aveva riunione a Ciaculli, sempre pure in quel periodi, e si riunivano a Ciaculli nella tenuta di Michele Greco. Questo, diciamo, pure succedeva pure in quel periodo.
P.M. – Volevo farle un’ultima domanda. Questa riunione a Piano dell’Occhio si è svolta di mattina o di pomeriggio?
CANCEMI – Ma mi ricordo che è stata nel primo… nel primo pomeriggio, ho questi ricordi.
P.M. – Lei ricorda quanto è durata? Se riesce a fare mente locale. CANCEMI – Ma credo un paio d’ore, così, un paio d’ore.””

Con riferimento al ruolo di accompagnatore del Calò svolto dal Cancemi va rilevato che ciò si era verificato più volte in quanto il capo mandamento di Porta Nuova risiedeva a Roma ma spesso, in concomitanza con impegni di particolare importanza della commissione, faceva rientro a Palermo per parteciparvi personalmente e veniva accompagnato alle riunioni dal Cancemi, circostanza riscontrata attraverso le dichiarazioni di altri collaboratori, tra i quali Anzelmo, Ganci e Di Carlo.
Appare opportuno rilevare che nella prima elencazione dei capimandamento presenti alla riunione in contrada Dammusi, il Cancemi ha menzionato anche Stefano Bontate: si tratta con assoluta evidenza di un mero lapsus del collaboratore, giustificato dalla stanchezza più volte manifestata ed evidenziata attraverso richieste di sospensione dell’esame nel corso di quell’udienza.
Ed infatti, subito dopo il P.M. aveva formulato diverse domande dirette a reiterare e specificare i nomi dei partecipanti ed il Cancemi ha reiterato tutti i nomi ad eccezione del Bontate.
Ne costituisce conferma la circostanza che nel corso dell’esame svoltosi all’udienza successiva, allorchè il Cancemi ha precisato che alla riunione di Piano dell’Occhio erano presenti le stesse persone già individuate in Contrada Dammusi, non ha fatto menzione del Bontate.
E che si sia trattato di un evidente errore lo si rileva dalla lettura dello stesso verbale del 3/5/1999 quando il Cancemi ha riferito della sorte del mandamento della Guadagna dopo l’uccisione di Stefano Bontate e degli altri omicidi dei suoi più fidati amici, collocando temporalmente gli episodi ai quali era seguita la formazione della nuova commissione, anche questa collocata con assoluta certezza tra la fine del 1982 e gli inizi del 1983.
Non disconosce la Corte che il ritardo con cui il Cancemi ha riferito della seconda riunione e del collegamento deduttivo che lo stesso ha fatto tra le riunioni stesse ed i commenti di alcuni uomini d’onore subito dopo la strage nei confronti del magistrato ucciso può suscitare qualche perplessità.
Ciò peraltro ha costituito oggetto di specifica contestazione nel corso del controesame da parte della difesa, di cui appare opportuno riportare testualmente alcuni brani, non senza aver prima fatto rilevare come le giustificazioni addotte dal collaboratore in ordine alle ragioni dell’iniziale silenzio sul punto appaiano plausibili e che non costituisce necessariamente indice di inattendibilità di una chiamata in reità la circostanza che la stessa si attui in progressione e che si arricchisca nel tempo, anche sulla scorta di collegamenti postumi di ordine logico tra accadimenti, inizialmente non valorizzati perché non connotati da particolari specificità che ne consentano una immediata correlazione con altri fatti.
[…] Tanto premesso sull’evoluzione del contributo probatorio fornito dal collaboratore in esame in ordine alla strage di via Pipitone Federico, la Corte rileva che il ritardo con cui il Cancemi ha riferito della seconda riunione non costituisce necessariamente indice di inattendibilità, atteso che la chiamata in reità ben può attuarsi in progressione ed arricchirsi nel tempo, tanto più quando, come nel caso di specie, il propalante non sia stato protagonista di specifici episodi direttamente correlati alla fase deliberativa o esecutiva dell’attentato – nel qual caso l’iniziale assunto di non conoscere alcunchè di quel grave evento non si sottrarrebbe a rilievi e fondate riserve in punto di attendibilità – ma si sia limitato ad accompagnare il capomandamento, Calò Giuseppe, a riunioni della commissione, attività del tutto abituale in relazione al ruolo di sostituto rivestito a quell’epoca e, peraltro, senza parteciparvi o comunque conoscerne l’oggetto.
Appare pertanto del tutto plausibile che solo in occasione di un più approfondito esame dibattimentale sullo specifico “thema probandum” ed in un contesto espositivo concernente le riunioni della commissione e le modalità delle stesse, il collaboratore abbia ricordato e spontaneamente riferito un fatto sulla scorta di collegamenti postumi di ordine logico tra accadimenti (le frequenti riunioni), inizialmente non valorizzati perché non connotati da particolari specificità che ne consentissero una immediata correlazione con altri fatti, resa per contro possibile dal collegamento deduttivo tra le riunioni tenutesi in quel periodo ed i commenti di alcuni uomini d’onore nei confronti del magistrato ucciso subito dopo la strage.
Alla stregua delle considerazioni che precedono, non si è in presenza di un iniziale sospetto silenzio su fatti e circostanze specifici e di un tardivo ricordo, non altrimenti spiegabile se non con una deliberata scelta di compiacere gli inquirenti ovvero di “protagonismo collaborativo”, bensì di una postuma contestualizzazione e correlazione di eventi, perfettamente compatibile con l’iniziale assunto di non essere in grado di riferire alcunchè sulla strage (cfr. interr. 26/3/1997al P.M.: “No, non sono a conoscenza di particolari in ordine a quella strage. Del resto, all’epoca dei fatti, non ero ancora neppure reggente  del mandamento in quanto Pippo Calò era libero e pienamente operativo”).
Né possono trarsi argomenti a favore della tesi del mendacio in ordine all’effettivo svolgimento di quella riunione dalla circostanza che il Brusca Giovanni non ne abbia riferito, atteso che questi all’epoca non conosceva – come lui stesso ha dichiarato – quale fosse l’oggetto di discussione delle singole riunioni, anche perchè proprio in quel periodo il padre Bernardo era libero e nel pieno esercizio del suo ruolo direttivo nel mandamento di San Giuseppe Jato.
Va peraltro rilevato che il ricordo del Cancemi sulla presenza di Brusca Giovanni in occasione della prima riunione tenutasi in contrada Dammusi non è stato così deciso e netto, avendo, per contro, manifestato incertezza sul punto, così come in relazione alla presenza di altri soggetti, mentre nei confronti di altri capimandamento intervenuti non ha evidenziato alcun dubbio.
Lo stesso Brusca, peraltro, non ha escluso che vi siano state riunioni “allargate” aggiungendo di non averne ricordo, anche se ha più volte ribadito che in contrada Dammusi aveva visto diverse volte numerosi capimandamento.
Non può inoltre essere sottaciuto che il Brusca all’epoca era un semplice uomo d’onore, anche se già fortemente in ascesa, ed è verosimile che il padre non gli comunicasse l’oggetto della discussione nel corso delle riunioni.
Ne costituisce conferma il rilievo che il predetto collaboratore ha dimostrato di essere a conoscenza, riferendone, dei fatti di cui era stato protagonista in prima persona ( per es. i collegamenti con i  cugini Salvo), mentre di altri episodi ha riferito nei limiti in cui vi era stato direttamente coinvolto.
È appena il caso di ricordare che il Brusca ha dichiarato di avere avuto conferma del rispetto della regola della collegialità delle deliberazioni della commissione attraverso la constatazione del coinvolgimento di più mandamenti nelle fasi esecutive, ancorchè non direttamente interessati all’esecuzione del delitto, e non già attraverso le confidenze del padre.
Alla stregua delle considerazioni che precedono può fondatamente ritenersi che le riunioni di cui ha riferito il Cancemi abbiano avuto luogo sotto forma di riunioni “allargate” in relazione alla particolare affidabilità e sicurezza dei luoghi prescelti e che i capimandamento non presenti siano stati coinvolti con le modalità già riferite nel corso delle c.d. riunioni a gruppetti.
Significativa appare, comunque, la circostanza che in quelle riunioni fossero presenti proprio i tre nuovi capimandamento Buscemi Salvatore, Ganci Raffaele e Gambino Giuseppe Giacomo.
Strettamente legate al tema dell’attendibilità del Cancemi sono le domande poste dalla difesa in sede di controesame al fine di incrinarne l’affidabilità intrinseca, sia con riferimento alla tardività con la quale – solo nel maggio 1999 – ha riferito delle due riunioni, sia con riferimento alla mancata tempestiva ammissione di responsabilità in ordine a delitti commessi, solo dopo che altri collaboratori di giustizia lo avevano chiamato in causa.
Sulla tardività delle dichiarazioni fornite sulla strage per cui è processo sono già state integralmente riportate le giustificazioni fornite dal collaboratore nel corso dell’udienza in data 7/5/1999, sulla cui plausibilità si rinvia alle considerazioni sopra svolte in ordine alla ragioni per le quali la Corte ritiene che quel ritardo non sia suscettibile di essere valorizzato come indice univocamente sintomatico di scarsa attendibilità.
Quanto all’omicidio di tale Caccamo, delitto in ordine al quale, secondo la difesa, il Cancemi avrebbe ammesso tardivamente il proprio coinvolgimento, va rilevato che la sentenza di primo grado che ha condannato il collaboratore alla pena dell’ergastolo – come lo stesso ha ammesso – non era ancora divenuta definitiva al momento dell’esame del predetto nel corso del presente dibattimento, e pertanto la Corte ritiene di non poter inferire da quella statuizione di merito alcuna valutazione, non essendone nota la motivazione, così come non si conosce quella posta a fondamento della sentenza di appello che, secondo quanto dedotto dal p.m., avrebbe riconosciuto al Cancemi la sopeciale attenuante prevista dall’art.8 L.203/91, riducendo la pena inflitta in primo grado, non avendo peraltro la corte ammesso la produzione del dispositivo della sentenza della Corte di Assise di Appello di Palermo richiesta dal P.M..
Nel corso del controesame la difesa ha rivolto al Cancemi specifiche domande sull’omicidio di tale Giuseppe Marchese per dimostrare come il collaboratore avesse inizialmente negato la propria responsabilità, ammettendo tardivamente il proprio coinvolgimento a seguito della chiamata in reità di altro collaboratore di giustizia, tale Scrima, fonte referente di confidenze ricevute dallo stesso Cancemi.[…] L’attendibilità del Cancemi è stata messa in dubbio anche in relazione al ritardo con il quale il predetto ha chiamato in correità Galliano Antonino, poi divenuto collaboratore, in ordine alla strage di Capaci..
Sul punto, tuttavia, la corte ha acquisito il verbale dell’interrogatorio reso in data 28/6/1996 dal quale emerge che le relative dichiarazioni sono state rese pressochè spontaneamente senza alcuna specifica contestazione, essendo stato chiesto al Cancemi se conoscesse il Galliano e se costui avesse avuto un ruolo nella strage di Capaci (“ Ora che le SS.LL mi ricordano il nominativo di questo soggetto, mi sovviene che costui…..”)
La circostanza che il Cancemi non avesse, prima dell’inizio della collaborazione del Ganci, fatto menzione del coinvolgimento del Galliano nella strage di Capaci, può ben spiegarsi, invero, come una mera lacuna mnemonica, come dallo stesso ammesso e come dimostra l’atteggiamento da lui tenuto, a fronte della richiesta di riferire in ordine al ruolo svolto da quel correo (“pedinare l’autovettura in dotazione al dr.Falcone”- cfr.verb.cit.), poi divenuto collaboratore.
E peraltro, il fatto che anche altri collaboratori, che pur hanno confessato la propria partecipazione alla strage, non abbiano fatto menzione del Galliano depone inequivocabilmente per l’attendibilità delle dichiarazioni del Ganci e del Cancemi in ordine alla peculiarità del ruolo svolto dal primo, rendendone plausibile la non conoscenza da parte di altri coinvolti in fasi diverse dello stesso fatto criminoso.
Ciò, inoltre, costituisce conferma di una regola vigente all’interno della struttura di “cosa nostra”, quella della ferrea “compartimentazione” dei ruoli di ciascuno dei partecipanti a un disegno criminoso, ancora più marcata, nel caso della strage di Capaci, attesa l’importanza e la rilevanza dell’attentato da perpetrare.
Sul piano dell’attendibilità intrinseca va osservato che l’apporto probatorio fornito dal Cancemi nel corso della sua collaborazione si è rivelato assai significativo, atteso che il suo patrimonio conoscitivo è connotato da una particolare ricchezza di informazioni anche in considerazione del ruolo rivestito in seno alla famiglia ed al mandamento di Porta Nuova, di cui è stato il reggente dal 1985 dopo l’arresto di Calò Giuseppe, nonchè per la particolare vicinanza a Riina Salvatore.
Il Cancemi ha fornito un quadro ricostruttivo completo degli organigrammi di “cosa nostra”, della composizione dei mandamenti e della commissione provinciale di Palermo.
Ha in particolare confermato quanto già sopra evidenziato alla luce delle acquisizioni processuali ed in particolare gli stretti rapporti esistenti tra il Riina, il Ganci Raffaele, il Gambino Giuseppe Giacomo, Biondino Salvatore, reggente la famiglia di San Lorenzo, ed il Madonia Francesco, i cui figli Giuseppe e Salvatore erano, rispettivamente, compare di anello e “figlioccio” di affiliazione del Riina.
Alla luce delle dichiarazioni rese dal Cancemi reputa il Collegio che non può dubitarsi della di lui attendibilità intrinseca non solo per le ragioni sottese al processo interiore di revisione critica di precedenti scelte di vita che lo ha indotto a collaborare (22/7/1993) con l’autorità giudiziaria, costituendosi spontaneamente già alcuni mesi prima del coinvolgimento processuale nella strage di Capaci, ma anche in considerazione del fatto che con la proprie dichiarazioni il Cancemi ha certamente aggravato la propria posizione processuale in ordine all’anzidetto episodio criminoso, fornendo agli inquirenti una notevole mole di informazioni che hanno arricchito in modo significativo il quadro probatorio delineatosi fino a quel momento alla luce delle precedenti dichiarazioni del Di Matteo, pur dovendosi riconoscere che il collaboratore ha assunto un atteggiamento riduttivo rispetto al ruolo svolto nella vicenda, fornendo tuttavia un quadro ricostruttivo dell’attentato dal quale emerge comunque una sua partecipazione penalmente rilevante.
Sebbene la collaborazione del Cancemi sia stata qualificata, come lui stesso ha ammesso, da un lento processo di maturazione che lo ha portato ad ammettere con ritardo il proprio coinvolgimento nella strage di via D’Amelio, tuttavia il collaboratore ha fornito plausibili giustificazioni in ordine alle remore ed alle difficoltà di operare una scelta così difficile per le conseguenze che ne sarebbero derivate.
[…] Tanto premesso, le motivazioni che avevano indotto il Cancemi a collaborare con la giustizia vanno concretamente individuate in quelle stesse più volte ribadite fin dall’inizio dallo stesso, e cioè in una sopravvenuta non condivisione, maturata gradualmente, dei principi e delle strategie criminali di “Cosa Nostra”.
Né può essere sottaciuto che il Cancemi nel corso dei primi interrogatori resi all’autorità giudiziaria di Palermo ha confessato la propria responsabilità anche in relazione all’omicidio dell’europarlamentare Salvo Lima, delitto in ordine al quale l’ordinanza di custodia cautelare emessa nei suoi confronti, quale mandante, era stata annullata dalla Corte di Cassazione.
Nella valutazione  dell’attendibilità intrinseca  del  Cancemi  non  può non  tenersi  conto  del  fatto  che  le  remore  che  ne  hanno inizialmente connotato e condizionato la disponibilità collaborativa vanno poste in relazione con il ruolo di rilievo assunto negli ultimi tempi in seno ad uno dei mandamenti più importanti di “cosa nostra” di cui, a partire dall’85, era stato il responsabile, mantenendo per conto dell’organizzazione una fitta rete di contatti e connivenze – tra l’altro per “aggiustare” i processi e riciclare i proventi illeciti dell’associazione – e mantenendo assidui rapporti con i personaggi di maggiore spicco del sodalizio al punto da mettere a disposizione i luoghi dove il Riina organizzava gli appuntamenti più delicati e le riunioni della commissione.
Le innegabili iniziali reticenze e le remore che ne hanno certamente contraddistinto il tormentato percorro collaborativo non hanno tuttavia mai assunto i connotati della falsità e della calunniosità delle dichiarazioni.
Alla stregua delle superiori emergenze processuali, reputa la Corte che il contributo probatorio fornito nel presente dibattimento dal Cancemi possa essere accreditato di attendibilità, avuto riguardo anche alla plausibilità delle giustificazioni dallo stesso addotte in ordine al ritardo che ne ha contraddistinto le dichiarazioni rese sulle riunioni ed alle considerazioni sopra svolte circa i fondati motivi di un collegamento postumo operato dal collaboratore tra accadimenti caduti sotto la sua percezione in quel periodo storico.
La collocazione delle due riunioni riferite dal Cancemi, rispettivamente, nel periodo maggio-giugno 1983 (“c’era caldo e le scuole non erano ancora chiuse”) e “verso la fine di giugno dell’83”, pur con l’inevitabile approssimazione temporale derivante dagli anni trascorsi da quell’evento, coincide significativamente con i periodi riferiti da uno dei principali protagonisti della fase preparatoria ed esecutiva della strage, il Brusca, il quale ha fornito preziose indicazioni temporali in ordine alla ripresa operativa del progetto criminoso – inizialmente sospeso nel settembre-ottobre 1982 – collocata “nel maggio (1983), comunque 15-20 giorni prima”, senza essere tuttavia in grado di fornire date precise (“ non glielo so dire con precisione comunque un pò di tempo prima”), allorchè gli venne affidato l’incarico dal Riina o dal padre di reperire un vetro blindato per effettuare sullo stesso una prova  di sfondamento, precisando che trascorsi alcuni giorni il progetto criminoso aveva subito delle modifiche nelle modalità esecutive (ff.23- 24, ud.2/3) e si era cominciato a parlare di auto-bomba.
La significativa coincidenza delle indicazioni temporali fornite da soggetti che in relazione alla strage non hanno avuto alcun collegamento operativo costituisce un reciproco riscontro che corrobora l’attendibilità delle rispettive dichiarazioni.
Ma ad avviso della Corte la necessità di una nuova informativa, in ossequio alla natura collegiale dell’atto deliberativo della commissione, sia in relazione alla ripresa esecutiva di un progetto temporaneamente sospeso, sia in relazione alla frattanto mutata composizione della commissione, sia, infine, in relazione alle nuove modalità esecutive, di spiccati caratteri terroristici, costituisce un imponente riscontro di ordine logico alla fondatezza della tesi che quel primo attentato commesso con una devastante carica esplosiva collocata in una pubblica via, non potesse sfuggire alla necessità o quantomeno al riconoscimento della grave opportunità di assicurarsi preventivamente un vasto e compatto schieramento dell’organismo di vertice, atteso l’impatto sull’opinione pubblica, fornendo in tal modo un altrettanto significativo riscontro logico, assolutamente convincente, alla storicità di quelle riunioni riferite dal Cancemi ed alla ragionevolezza di una loro riconducibilità alla strage per cui è processo, avuto riguardo alla significativa contiguità temporale con l’evoluzione della fase preparatoria riferita dal Brusca.

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