l vasto e variegato materiale probatorio acquisito agli atti del processo nel corso del lungo e complesso dibattimento svoltosi avanti i primi giudici testimonia, in modo inoppugnabile, che la causale dell’uccisione del parroco delle Chiesa di San Gaetano in Brancaccio va ricercata ed individuata nell’intensa ed instancabile attività di risanamento morale e civile di quella borgata, dallo stesso portata avanti con salda e tenace determinazione.
Don Pino Puglisi era un prete di trincea, che operava infaticabilmente in un tipico quartiere della periferia degradata della città di Palermo ad alto potenziale criminogeno, dove esisteva un grave arretramento culturale e mancava la coscienza civile dei diritti più elementari e dove la gente viveva ed operava sotto una cappa di dominio e di sopraffazione.
In questo contesto ambientale padre Puglisi era diventato sostanzialmente il centro motore di molteplici iniziative pastorali, sociali ed anche economiche in favore della sua comunità ecclesiale che potessero servire al riscatto della gente onesta della borgata.
L’opera continua e profonda del prete della diocesi di Palermo ha finito per rappresentare una insidia ed una spina nel fianco del gruppo criminale emergente che governava il territorio di quella periferia della città, perché costituiva un elemento di sovversione in quella situazione ambientale dove dominava l’ordine mafioso, conservatore, reazionario ed opprimente, contro cui il buon sacerdote mostrava di essere uno dei più tenaci ed indomiti oppositori.
E padre Puglisi, che non era solo religioso e contemplativo ma che si era profondamente immerso nella difficile realtà di quel quartiere, calandosi pienamente nel sociale, non si arrendeva neppure di fronte alle minacce ed alle intimidazioni.
Don Pino Puglisi aveva scelto di schierarsi, concretamente, dalla parte dei deboli e degli emarginati; aveva preferito appoggiare, senza riserve, i progetti di riscatto provenienti dai cittadini onesti, che intendevano cambiare il volto del quartiere, desiderosi di renderlo più accettabile, accogliente e vivibile, e per questo erano malvisti, boicottati o addirittura bersaglio di atti violenti.
Il coraggioso parroco di Brancaccio era andato oltre la mera solidarietà e l’appoggio morale agli emarginati; aveva scelto di denunciare pubblicamente i soprusi ed i misfatti, scoraggiando l’appoggio offerto alla Chiesa dai potenti della zona, collusi e compromessi con gli esponenti locali del potere mafioso e con il ceto politico, facile a certi compromessi, conscio che essi non operavano per il bene del quartiere.
La sua attività di recupero del quartiere e di risanamento morale e sociale di quel territorio non era sfuggita all’occhio vigile ed attento degli esponenti del potere criminale che dominavano la zona e che evidentemente erano portatori di interessi contrapposti o confliggenti con quelli espressi dalla comunità ecclesiale che si stringeva attorno al parroco.
L’opera pastorale del prete di Brancaccio, che aveva coagulato intorno a sé un vasto movimento popolare in difesa di valori cristiani e di tolleranza, aveva inevitabilmente interferito, invero vistosamente, con l’ordine sociale imposto dalla cosca di quello scacchiere mafioso e si era fatalmente scontrato con i contrapposti interessi della mafia.
Siffatta epoca, infatti, rappresentava “una variabile eversiva intollerabile in un territorio dove il fenomeno criminale aveva profondissime radici e costituiva il serbatoio di reclutamento e di ricambio delle forze delinquenziali”, “prodotto del sistema che si rigenera in un “humus” ambientale e culturale difficile da rimuovere”.
Conseguentemente, “si doveva bloccare il progetto che il parroco stava attuando di liberare le forze sane della società civile e di favorire un processo di avanzamento del fronte della legalità”: detto fronte doveva essere spezzato, colpendo al cuore questo movimento, e l’attacco doveva essere condotto proprio nel cuore del quartiere di Brancaccio, dove, allora, indiscusso ed inviolato, dilagava il potere dei fratelli Graviano, indicati unanimemente con i massimi esponenti del mandamento, controllori incontrastati del territorio e di parte dell’apparato militare della mafia, non solo dagli ex mafiosi ed ex criminali che hanno scelto la via della collaborazione con la giustizia ma anche da tutti gli organi inquirenti che hanno condotto indagini sulle condizioni di vita e sulle presenze mafiose in quel quartiere.
I giudici del primo grado di giudizio hanno dato ampio spazio, nella parte motiva dell’appellata sentenza, alla causale, giustamente individuata nella eliminazione, da parte dell’organizzazione criminale “Cosa Nostra”, di un personaggio di spicco del clero locale operante nel quartiere di Brancaccio ed impegnato in prima fila proprio nella lotta ad ogni forma di prepotenza e di soprusi.
Questa Corte non può che condividere appieno il “decisum” su tale movente, risultante, tra l’altro, da plurime e convergenti dichiarazioni di collaboranti e di testimoni oltre che da argomentazioni di natura logica.
Anche questa Corte, invero, ritiene che l’omicidio del parroco di Brancaccio sia maturato in un contesto mafioso, individuando la causale nel preminente interesse dei fratelli Graviano, capi clan di quel mandamento, a far tacere un esponente del clero locale impegnato da anni nel sociale, pronto a combattere ogni forma di sopruso e di prevaricazione.
Come già detto, infatti, padre Puglisi era considerato un esponente di punta del clero siciliano, in quanto aveva trasformato la sua parrocchia in una prima linea nella lotta al potere mafioso imperante nel quartiere di Brancaccio, educando i giovani e le famiglie ad un quotidiano impegno sul territorio, valorizzando gli spazi di aggregazione e moltiplicando le occasioni di incontro con la gente della borgata onde favorire un processo di avanzamento della legalità.
Per tale ragione i fratelli Graviano, che controllavano in maniera incontrastata quel territorio, – ed il loro luogotenente e portavoce Mangano Antonino, che dopo l’arresto dei predetti era subentrato al loro posto – avevano tutto l’interesse, manifestato in più occasioni, di mettere a tacere una persona giudicata scomoda, in quanto contestava il perseguimento dei loro sporchi scopi criminosi e nel contempo di fare ripiombare il quartiere in quella consueta atavica atmosfera di soggiogazione al potere mafioso.
La Difesa dell’imputato Graviano Giuseppe, nei motivi a sostegno del proposto appello, ha lamentato, tra l’altro, che l’impugnata sentenza aveva “del tutto ignorato matrici omicidiarie alternative a dispetto di precise emergenze” processuali.
Ha dedotto che, proprio la stessa mattina del giorno in cui venne commesso l’omicidio, Don Puglisi era presente a Palazzo delle Aquile, sede del Comune, per definire la tormentata vicenda relativa all’assegnazione degli scantinati di via Azolino Hazon numero 18, curata personalmente da lui e dai componenti il Comitato Intercondominiale Martinez, Romeo e Guida, destinatari anch’essi di intimidazioni e danneggiamenti, vicenda che confliggeva con gli interessi vitali dei malavitosi del luogo che occupavano detti locali per svolgervi i loro loschi traffici.
Ha dedotto, altresì, che il giovane Lipari era stato vittima di tutta una serie di intimidazioni da parte di esponenti di tale frangia malavitosa, continuate anche dopo la scomparsa di Don Puglisi, e ciò in quanto aveva partecipato alle ulteriori residue iniziative sempre mirate allo spossessamento dei locali sopra menzionati.
Ha assunto, infine, che gli attentati subiti da Martinez, Guida e Romano postulano una lettura indipendente da quanto riferito dall’imputato collaborante Grigoli Salvatore.
Ha concluso sostenendo che “vi è un solo filo conduttore che consente di legare tutte le esperienze intimidatorie, i danneggiamenti, fino all’epilogo delittuoso in danno di Don Pino Puglisi: ed è appunto quello legato al rilevante interesse al mantenimento dei locali” di Via Azolino Hazon.
Tale doglianza, alla luce di quella che è la realtà processuale, appare del tutto priva di pregio.
Al riguardo, basti osservare che i locali a piano terra dell’edificio sito al numero civico 18 di via Hazon, dei quali il Comitato Intercondominiale e padre Puglisi avevano chiesto l’acquisizione per ristrutturarli e destinarli a scuola media, erano costituiti di soli pilastri, accessibili a tutti e lasciati in stato di completo abbandono: gli stessi, invero, erano ricettacolo di semplici ladruncoli, giovani prostitute e drogati, i quali avrebbero potuto servirsi agevolmente anche di qualsiasi altro vicino spazio per le loro losche attività. Ma, ciò che maggiormente rileva è che l’ordine rigorosamente imposto in quel quartiere dal potere mafioso locale era tale da precludere qualsivoglia possibile autonomia, qualsiasi spunto o iniziativa a eventuali frange criminose del luogo e non, dal momento che le stesse non avrebbero mai avuto modo di esprimersi da sole in un contesto territoriale così minuziosamente ed ineluttabilmente controllato dai massimi esponenti del mandamento.
Nessun reato, dal semplice furto al più grave degli omicidi, a maggior ragione se “eccellente”, sarebbe stato possibile perpetrare in quello scacchiere mafioso senza un “placet” del supremo sodalizio criminoso territoriale, alla cui guida erano, in modo incontrastato, come già detto, proprio i fratelli Graviano; e ciò secondo regole ben precise che vigono in seno all’organizzazione criminale “Cosa Nostra” e che vanno osservate in maniera rigorosa ed inderogabile.
Alla stregua delle considerazioni esposte, adunque, l’asserita causale alternativa, legata appunto alla tutela e, quindi, alla temuta lesione degli interessi di una frangia criminale autonoma ed indipendente da “Cosa Nostra”, si è rivelata non percorribile sin dalle prime fasi delle indagini e si rivela tuttora del tutto infondata alla stregua di quelli che sono gli elementi probatori tutti versati in atti.
Ecco affiorare, allora, chiaramente, nel pur variegato panorama probatorio, la vera causale dell’omicidio del coraggioso sacerdote, l’unica possibile sulla base di quelle che sono le emergenze processuali: la sua intensa ed instancabile attività tendente al risanamento morale e sociale del quartiere di Brancaccio che lo aveva portato ineluttabilmente in contrasto con il gruppo criminale emergente che dominava nella zona.
Ed invero, detta attività di risanamento morale e sociale del quartiere e di affrancazione dal potere mafioso non poteva lasciare indifferenti i maggiorenti della zona, i quali, ad un certo momento di questa sfiancante contrapposizione, decisero di eliminare il prestigioso ed ingombrante capo spirituale della zona, per disperdere i frutti della sua opera e del suo apostolato e nel contempo fare ripiombare il quartiere nella plumbea atmosfera di vassallaggio all’imperante potere mafioso.
La causale, così identificata, assume specifica rilevanza per la valutazione e per la coordinazione logica di tutte le risultanze processuali ai fini della formazione del convincimento di questa Corte in ordine a una ragionata certezza della responsabilità, quali mandanti, di detti maggiorenti, sicuramente e unanimemente indicati ed individuati nei fratelli Giuseppe e Filippo Graviano, odierni imputati appellanti.
E valga il vero!
Il collaborante Drago Giuseppe ha ricordato che Giuliano Giuseppe, detto “Folonari”, uomo d’onore della famiglia di Brancaccio, gli aveva riferito che don Puglisi “….era un prete che predicava contro la mafia. Quindi era una persona che dava fastidio, appunto, alla famiglia dei mafiosi di Brancaccio”.
Si era addirittura pensato che padre Puglisi avesse consentito la infiltrazione nella parrocchia di agenti per conoscere più da vicino i personaggi dell’ambiente mafioso e scoprire le loro malefatte.
E Grigoli Salvatore ha riferito “…Si diceva che lui…aveva creato un. locale dove c’erano delle suore che operavano; sostenevano che padre Puglisi aveva infiltrato dei poliziotti anche per la stessa ricerca di Giuseppe Graviano, che all’epoca era latitante. Comunque, si diceva che era un confidente della Polizia”.
Romeo Pietro, ha dichiarato, poi, di avere appreso da Giuliano Francesco che già da prima era stata decretata la morte di don Puglisi perché “….lui si prendeva i bambini e per non farli cadere, diciamo, a farli diventare persone che rubano, che vanno in carcere, …per non darli, diciamo, nelle mani alla mafia”.
Ha aggiunto che l’ordine di uccidere il sacerdote – secondo quel che gli aveva comunicato il Giuliano – era stato impartito perché l’opera di evangelizzazione del religioso disturbava i piani della mafia, parlando “ male della mafia” e procedendo ad un’opera di rieducazione sociale non consona alle regole territoriali.
Calvaruso Antonio, altro collaborante, ha affermato che Leoluca Bagarella, dopo che era stata pubblicata la notizia dell’uccisione di padre Pino Puglisi, aveva con lui commentato negativamente la vicenda, sottolineando che era un problema che riguardava i fratelli Graviano, i quali avevano sbagliato nel non prendere prima le loro contromisure consentendo al sacerdote di “diventare un personaggio”.
Secondo Bagarella, quindi, i fratelli Graviano “dovevano pensarci prima, in modo che non si sollevava tutto questo polverone che si sollevò poi effettivamente, dopo che padre Pino Puglisi era diventato un personaggio: che è abbastanza notevole contro la lotta” alla mafia.
Nel corso delle conversazioni che Calvaruso aveva scambiato con Giacalone Luigi e con Bagarella Leoluca, poi, egli aveva avuto modo di apprendere che il prete era stato ucciso per il suo impegno antimafia, che “era un motivo già valido”.
Ma, in concreto, quel che aveva spinto i Graviano a commissionare il delitto sono state essenzialmente le critiche del Bagarella, il quale “ne aveva per tutti; criticava i Graviano, nel senso che c’era questo prete nel loro territorio, che faceva questi discorsi, che faceva le manifestazioni contro la mafia, che prendeva questi bambini, cercando di dire loro “non mettetevi con i mafiosi”, e comunque operava per cercare di levare la gente dalle mani mafiose: per il Bagarella questo era uno smacco nei confronti dei Graviano, che avevano un personaggio di questo (spessore) che continuava ad adoperarsi contro la mafia, e loro praticamente lo ignoravano. Quindi i Graviano furono costretti a dare una risposta anche al Bagarella, che loro non si sarebbero fatti mortificare da un prete”.
Ciaramitaro Giovanni, infine, dopo che il prete era stato ucciso, ha avuto modo di sentire le doglianze di Giuliano Francesco, il quale aveva commentato negativamente la vicenda, adducendo che la morte del sacerdote aveva provocato un certo scompiglio in seno all’organizzazione giacchè gli affari andavano male e non potevano più muoversi. Il Giuliano aveva anche affermato che in fondo non vi erano neppure ragioni tanto valide per commettere tale omicidio, che aveva “smosso troppo le acque della zona” e che era stato commesso dal Grigoli, il quale aveva sparato per dimostrare che aveva tanto coraggio da far fuoco, “…senza alcun problema”, anche contro un sacerdote.
Il parroco di Brancaccio, quindi, per il suo impegno antimafia, era diventato un “personaggio” scomodo, uno “smacco nei confronti dei Graviano” i quali “furono pure costretti” a commissionare il delitto “per dare una risposta anche al Bagarella, che loro non si sarebbero fatti mortificare da un prete”.
Tale movente, risultante da plurime e convergenti dichiarazioni di collaboranti e testimoni, oltre a costituire un ulteriore fattore di coesione e di raccordo, utile allo svolgimento del percorso logico diretto a riconoscere valenza probatoria agli altri elementi probatori su cui si fonda l’accusa, fornisce, altresì, la certezza che l’omicidio di padre Puglisi fu ideato, deciso e realizzato nell’ambito della famiglia mafiosa dei Graviano, con esclusione di piste alternative, adombrate dalla Difesa sulla base solo di mere congetture ed illazioni e non già di precise risultanze processuali.

 

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