“Salvatore Parla si trova in condizioni di grave infermità fisica e psichica, tali, invero, da esigere un trattamento che non si può attuare nello stato di detenzione carceraria, anzi da necessitare di cure e trattamenti indispensabili non praticabili in tale stato”. La difesa di Salvatore Parla, il settantaduenne di Canicattì condannato all’ergastolo per l’omicidio del giudice Rosario Livatino, del quale nei giorni scorsi si è celebrato il trentennale, chiede la sospensione dell’esecuzione della pena.
Il tribunale di sorveglianza di Bologna, al quale l’avvocato Angela Porcello, si è rivolta con diverse istanze nei mesi scorsi, ha fissato l’udienza per il prossimo 12 novembre. La decisione, quindi, arriverà solo all’esito di un procedimento in contraddittorio, davanti al collegio, senza la decisione interlocutoria del magistrato di sorveglianza in composizione monocratica. La decisione di valutare il caso collegialmente e dopo avere sentito tutte le parti scaturisce dalla particolare delicatezza e complessità del caso. Nei giorni scorsi, peraltro, si è aperto un dibattito dopo la concessione di un permesso premio di nove ore a Giuseppe Montanti, altro ergastolano condannato per l’omicidio di Livatino.
La richiesta della difesa del 70enne, in carcere dal 1995, che propone di sospendere l’esecuzione della pena, in questo caso, si basa esclusivamente sulle precarie condizioni di salute del settantenne che, peraltro, avrebbe pure più volte tentato il suicidio. “Le sue condizioni di salute – secondo il legale che elenca tutte le patologie di cui l’anziano ergastolano, detenuto nel carcere di Parma, soffrirebbe – fanno palesemente apparire l’espiazione della pena in contrasto con il senso di umanità, cui si ispira la Costituzione e in violazione dei tre principi costituzionali di uguaglianza, di senso di umanità e di diritto alla salute”.

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