La ricerca storica di testimonianze e documenti , grazie all’ausilio del web da la possibilità di venire a conoscenza di fatti che spesso non si evincono dalle comunicazioni diciamo di parte. Come dire in siciliano:” ognunu li cunta a comu ci cummeni“. Ma se a parlare sono i diretti  protagonisti, di certi episodi occorre coglierne il significato e contestualizzarlo. E’ difficile cadere nella falsa e strumentale ricostruzione degli eventi se a parlare sono gli stessi autori delle indagini

Il punto vero di tante indagini non finite nella verità sta nella “superficialità” investigativa palesatasi in diverse occasioni. Giletti , domenica scorsa, intervistando l’ex Questore Germanà ha fatto sapere all’opinione pubblica che le uniche impronte digitali su Matteo Messina Denaro, rilevate a suo tempo tramite il fermo compiuto da Germanà sono andate smarrite a Marsala. Un caso analogo , anche se con elementi diversi, lo racconta l’ex generale dei Carabinieri, Nicolò Gebbia , all’epoca dell’omicidio Lipari , capitano a Marsala. Stavolta ad essere “aiutato” è stato il super boss Nitto Santapaola fermato casualmente, dopo l’omicidio dell’ex sindaco di Castelvetrano, Vito Lipari. Anche in questo caso, avvengono strane distrazioni. 

Pubblichiamo quanto scrive l’ex Generale dei Carabinieri, Gebbia sul blog :themisemetis, Nell’articolo si parla anche delle indagini sull’omicidio del Generale Dalla Chiesa

Vito Lipari viene assassinato la mattina del 13 agosto 1980, dopo essere uscito dalla sua casa nella frazione marinara di Triscina, a colpi di pistola tra cui quello di grazia alla testa. La pistola che sparò risultò provenire dalla mafia catanese, a conferma dell’alleanza tra le cosche trapanesi e quelle di Catania, utilizzata poi anche nel delitto del giudice Giangiacomo Ciaccio Montalto.Circa tre ore dopo il delitto, una Renault 30 viene fermata da una pattuglia di carabinieri, (probabilmente ignari della valenza  mafiosa dei fermati) ad un posto di blocco alle porte di Mazara del Vallo: a bordo dell’auto si trovano i mafiosi Mariano Agate, capo della cosca di Mazara del Vallo, Nitto Santapaola, capo della cosca di Catania, Francesco Mangione e Rosario Romeo, che vengono arrestati. Quei carabinieri, probabilmente,rovinarano, involontariamente, un piano molto dettagliato che comportò un ulteriore piano B per liberare Santapaola dopo l’arresto non programmato .

Su  Santapaola:“in relazione all’omicidio del sindaco Vito Lipari di Castelvetrano,a Catania era stato appena costruito a tavolino quell’alibi relativo ad una partita di caccia in riserva in compagnia di un magistrato che gli consentì poco dopo di essere rimesso in libertà”

 illustrerò loro per certi versi assomiglia al gioco delle tre carte ma cela un mistero che non riuscì a disvelare mai neanche Giovanni Falcone: il generale, la sua seconda moglie e l’agente Domenico Russo erano morti da pochissimi giorni quando, una mattina, mi telefonò da Trapani il mio diretto superiore, tenente colonnello Giuseppe Mirone, dicendomi: ” Gebbia, mandami di corsa le foto degli arrestati il 13 agosto 1980, perché a Palermo le vogliono subito”.
Gli risposi: “Signor colonnello, fosse per lei e per il suo reparto operativo, quelle foto non sarebbero mai state scattate “.
Replicò subito: “Che cazzo vuoi dire?”.
Voglio dire che io arrivai a Marsala per Ferragosto, ed il maresciallo Ungaro, che aveva il comando interinale della Compagnia, e non mi aspettava, si fece vedere in ufficio solo alle undici del mattino.
Quando si giustificò, raccontandomi della brillante operazione delle 48 ore precedenti, gli chiesi di vedere le foto degli arrestati e fu così che scoprimmo che nessuno aveva pensato al loro fotosegnalamento”.
Il Mirone, indispettito, mi disse: “Lo dovevo fare forse io?”.
Replicai: “Santapaola, però, lo ha interrogato personalmente lei, e quindi, essendo il più elevato in grado, è lei che ha diretto e coordinato tutta l’operazione”. Contemporaneamente capii che avevo tirato troppo la corda e gli dissi: ” Comunque fra un paio d’ore avrà le foto sul suo tavolo”.
Quando me le portarono, però, vidi che non c’era nome e cognome scritto sul retro di ognuna di esse.
Chiamai i due appuntati che gestivano il gabinetto fotografico e potei ricostruire che il primo era andato in licenza proprio alla vigilia di Ferragosto, mentre il secondo, un pugliese che detestavo, era rientrato dalla sua licenza estiva proprio il giorno di Ferragosto e si era offerto di togliere dall’imbarazzo il maresciallo Ungaro, di fronte al nuovo capitano appena arrivato (io), andando personalmente al carcere di Marsala a fotografare tutti gli arrestati. 

Mentre la foto di Mariano Agate, nostro parrocchiano, era finita nel suo fascicolo, quelle di Santapaola, Mangion e Riserbato, i catanesi, erano state conservate in una bustina scompagnata. Mi accorsi che fra i militari del radiomobile e quelli del nucleo operativo che avevano partecipato all’arresto c’era discordia su quale fosse la foto del Santapaola, quale quella di Mangion e quale quella di Riserbato.

Quando arrivò Canale , dopo averle osservate bene disse: “ Questo è Riserbato, questo è Mangion e questo NON è Santapaola. “ Con queste premesse, io affidai la bustina con le foto al mio autista De Nittis e gli dissi di consegnarla “nelle mani del colonnello Mirone”. Meno di due ore dopo, puntuale come una cambiale, quest’ultimo mi chiamò incazzatissimo e gli spiegai che visto che fra i miei non c’era concordia, avevo rimesso la decisione sull’identità di ognuna delle foto a lui, che Santapaola lo aveva interrogato personalmente, ed ai suoi, tutti notoriamente illuminati di scienza infusa. Pochi giorni dopo lessi sul quotidiano L’Ora che Falcone, presso il comando provinciale di Bergamo, aveva proceduto al riconoscimento fotografico degli assassini e che Spinoni era così super sicuro della sua super testimonianza che aveva riconosciuto Santapaola in due foto, una fornita da noi e l’altra dalla polizia, nelle quali egli sembrava due persone affatto diverse.Telefonai a Mirone, intuendo guai in vista,ma lui mi rispose che era sicuro del fatto suo perché il brigadiere Cannas aveva affermato che uno dei tre era, senza ombra di dubbio, proprio Santapaola, ed arrivati a quel punto era stato proprio Mirone ad invitarlo a voltare la foto e scriverci di suo(di Cannas)pugno Benedetto Santapaola sul retro. 

Quando il mio collega Tito Baldo Honorati portò Spinoni nella va Carini sbagliata e questi spudoratamente ricostruì l’agguato come se si fosse trovato in via Isidoro Carini, finalmente rendendo evidente il suo mendacio, a Falcone saltarono i nervi, ed una volta accertato che la foto fornita dalla polizia era indubbiamente di Santapaola, minaccio’ Mirone che lo avrebbe mandato in galera se non saltava fuori la vera identità dell’uomo che gli avevamo venduto per il boss catanese.Solo a livello provinciale c’era all’epoca un archivio completo delle foto di tutti coloro che i carabinieri delle varie compagnie traevano in arresto. Emerse infine che si trattava di uno squilibrato di Alcamo che aveva cercato , il 13 agosto, di dare fuoco al portone del comune di Salemi. Ed in effetti a Marsala, nella busta che avrebbe dovuto contenere la foto dello squilibrato, trovammo quella di Santapaola. Il mio fotografo che aveva scattato l’immagine contenente la faccia dello squilibrato, aveva lasciato nella Semflex 6×6 il rollino appena incominciato, che era stato impressionato con la foto di Santapaola per Ferragosto dall’appuntato pugliese che si era offerto di andare in carcere afotosegnalarlo. Resto convinto che mentre lo faceva gli portò anche la dritta di stare tranquillo per la sua positività al guanto di paraffina in relazione all’omicidio del sindaco Vito Lipari di Castelvetrano, perché a Catania era stato appena costruito a tavolino quell’alibi relativo ad una partita di caccia in riserva in compagnia di un magistrato che gli consentì poco dopo di essere rimesso in libertà provvisoria, divenuta poi latitanza, che durò 13 anni fino alla sua cattura definitiva da parte della polizia nel 1993. Quello che resta inspiegabile è come fece Spinoni ad indicare Santapaola a Bergamo, nel fascicolo fotografico allestito per il riconoscimento, sia nella foto della polizia che correttamente ritraeva proprio lui, sia in quella fornita da noi carabinieri, che invece ritraeva il balordo che aveva dato fuoco al portone del comune di Salemi.Il mio collega Michelangelo Grassi che a Bergamo raccolse per primo la collaborazione di Spinoni e che partecipò attivamente alla compilazione del fascicolo, si è suicidato un paio d ‘anni fa portandosi nella tomba quel mistero”.

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