Il dado è tratto! Questo pensava ogni stolto che a seguito della vicenda Palamara riteneva che dopo “Mani pulite” ci sarebbe stato “Toghe pulite”. Pura follia. Come follia è accusare il Presidente della Repubblica per la sua inattività.  Ma cosa dovrebbe fare Mattarella dinanzi lo scandalo che non coinvolge soltanto i componenti del CSM o pochi altri magistrati, bensì buona parte dell’organizzazione giudiziaria? Bloccare i processi? Mandare tutti a casa? Indire nuovi concorsi? Nomine, raccomandazioni, trasferimenti e chissà cos’altro, hanno offerto uno spaccato del sistema giudiziario italiano da fare inorridire persino le cosiddette Repubbliche delle banane. E Palamara?  Palamara dopo tutto quello che sta accadendo rischia persino di diventare simpatico. Una versione togata di quello che fu Bettino Craxi quando divenne il capro espiatorio di un sistema corrotto.

Luca Palamara carnefice o vittima? Sarebbe sufficiente leggere le intercettazioni e le chat per rendersi conto di come un’inchiesta “Toghe pulite”, farebbe impallidire quel “Mani pulite” che consegnò l’Italia e gli italiani nelle mani dei peggiori rimasugli della cosiddetta Prima Repubblica.

Nella recente storia delle correnti per la nomina del Procuratore di Roma, una guerra senza esclusione di colpi, una vittima eccellente: Marcello Viola! Sì, sembrerebbe tutto fatto su misura affinchè il Procuratore generale di Firenze, che il 23 maggio 2019 risultava il candidato più votato dalla Quinta commissione del Consiglio Superiore della Magistratura, e quindi in attesa che venisse ratificata la nomina, fosse il grande escluso.

Marcello Viola
                    Marcello Viola

Con una tempistica ad orologeria, solo qualche giorno dopo, mentre erano ancora in corso le indagini, la stampa riportava fughe di notizie sulle intercettazioni a Palamara in merito ad accordi e nomine di magistrati e il nome di Viola, che, sebbene  fosse all’oscuro di tutto, così come emerso dalle indagini della Procura di Perugia (nonostante il Csm ammettesse il suo mancato coinvolgimento rispetto al procedimento di Perugia, ritenendo inoltre che lo stesso sia parte offesa) si vedeva illegittimamente bloccata la nomina. L’asservimento, o quanto meno la compiacenza degli organi di stampa, crearono le condizioni perché la nomina del Procuratore di Roma venisse congelata. Nessun giornale riportò infatti la notizia di una frase trascritta nel brogliaccio dell’inchiesta di Perugia: “L’unico che non è ricattabile è Viola Marcello!” A pronunciare queste parole, intercettate dalla Guardia di Finanza, era stato il pm Luigi Spina, all’epoca consigliere del CSM.

LUCA PALAMARA
                   LUCA PALAMARA

Molto più facile, e forse funzionale, riportare il dialogo tra Luca Palamara, Luca Lotti, Cosimo Ferri e altri consiglieri del Csm, la notte tra l’8 e il maggio 2019, quando – così come pubblicato dal Fatto Quotidiano – Ferri, Palamara e Morlini conteggiavano i voti per comprendere quante possibilità avesse Marcello Viola di ottenere la guida della Procura di Roma. Lotti, appena arrivato, avrebbe pronunciato la frase: “Si vira su Viola, sì, ragazzi”. Peccato che quella frase non fu mai pronunciata e che Lotti avesse detto “Si arriverà su Viola, sì, ragazzi”. Un errore di trascrizione? –  (non l’unico) del Gico della Guardia di Finanza, scrive il Fatto. Solo Andreotti avrebbe potuto pensar male… Del resto, se si dovesse (e si potesse) pensar male, nella storia del magistrato Viola di ostacoli alla carriera se ne trovano anche altri. A partire da quando venne indagato per un presunto – ma assai presunto per non definirlo diversamente – favoreggiamento alla mafia, perché colpevole di condurre indagini su un noto boss latitante con la “complicità” di un altro magistrato e di un appuntato della Guardia di Finanza al quale vennero fatti misteriosamente sparire tutti i supporti telematici contenenti le indagini. Una guerra tra toghe? A proposito, nonostante le richieste presentate dai legali di Calogero Pulici, l’appuntato della Guardia di Finanza al quale vennero fatti sparire gli atti d’indagine, a distanza di anni dalla Procura di Palermo si attendono ancora risposte.

Pochi articoli sui giornali, e solo i più coraggiosi e meno asserviti parlano di guerra senza esclusioni di colpi che gli stessi interessati – così com’è giusto che sia – preferiscono non commentare. Una guerra non solo di correnti, visto che a volte sembra condotta ad personam, forse soltanto con il fine di impedire che qualche magistrato possa occupare posti di rilievo in procure che potrebbero risultare scomode.

giustiziaIn questo contesto, con un clima sempre più irrespirabile, s’inserisce l’aggressione di un ex pseudo-pentito in danno di un magistrato impegnato a Caltanissetta in un processo di mafia. Un’aggressione squallida e vile il cui fine non è per nulla chiaro, tanto da indurre l’Avvocato dello Stato a evidenziare come si tratti di un comportamento estremamente grave, ritenendo che si tratti di una delle prime volte che in Italia capiti che un ex pentito decida di intervenire in maniera così pesante in un processo in corso, avanzando l’ipotesi che tali ingerenze possano rappresentare estremi di reati molto gravi, per valutare i quali è giusto venga portata a conoscenza la procura competente.

Non ci soffermiamo oltre su questo squallido personaggio – conosciuto dai nostri lettori grazie ai tanti precedenti articoli – lasciando a chi di competenza ogni eventuale azione volta a far chiarezza sul perché di tali comportamenti, anche se a pensarla come Giulio Andreotti – secondo il quale a pensar male si faceva peccato ma spesso ci si indovinava – ci potremmo chiedere se queste aggressioni non siano funzionali ad altro o se potrebbe tornar comodo a qualcuno il fare passare improvvisamente per folle un essere spregiudicato che forse avrebbe molto da raccontare.

Chissà che un nuovo Cesare, con le sue legioni, non si ritrovi a passare il Rubicone facendo fuggire quell’aristocrazia di una certa magistratura che illegittimamente si è insediata in alcune procure.

Gian J. Morici

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