In Sicilia, dove tutto cambia perché niente deve cambiare, il cambiamento stavolta c’è stato. Come accadde più di dieci anni fa (ne aveva puntualmente riferito Giuseppe Giustolisi in un pregevole articolo che si riporta), ancora una volta è la cittadina di Termini Imerese a realizzare l’esperimento da laboratorio. Ed ancora una volta si sentono fragranze di lumie. Con un Movimento Cinque Stelle che si sposa, con la benedizione dei maggiorenti pentastellati Giancarlo Cancelleri e Giampiero Trizzino, non tanto col Partito Democratico quanto con colui che ne è stato l’anima nera, una presenza ingombrante (parlamentare di lungo corso infine defenestrato senza tanti complimenti da Renzi), a volte temuta (per la “scimitarra dell’antimafia” agitata alla bisogna), ma quasi sempre isolata e facente partito a sé, per la coltivazione del proprio sistema di potere, che ha raggiunto il culmine dell’ascesa, ma anche l’abbrivio del declino, al tempo del sodalizio con Antonello Montante. Beppe Lumia, esperto di infiltrazioni mafiose nei comuni (non si contano le sue interrogazioni postulanti lo scioglimento all’indirizzo dei tremebondi ministri dell’interno), ha iniziato ad “infiltrare” il Movimento Cinque Stelle a partire dalla cittadina simbolo della mafia e dell’antimafia: Corleone. Il piano era studiato nei minimi dettagli: scioglimento del comune amministrato da una sindaca ignara di avere la mafia in casa proprio quando i padrini storici, Riina e Provenzano, erano passati a migliore esistenza; candidatura a sindaco di un esponente non locale proveniente dal mondo dell’associazionismo antimafia.
Così antimafia che a pochi giorni dalle elezioni comunali costui lanciò un messaggio a suo modo rivoluzionario, con tanto di fotografia in un bar paesano di proprietà di parenti di zù Binnu (al secolo Bernardo Provenzano), dove alla cassa si poteva incontrare il volto noto del figlio Angelo: “con le famiglie dei mafiosi la politica deve parlare”. Qualcuno pensò tra sé: ma dove sta allora la novità, dov’è il cambiamento? L’eco di queste parole talmente antimafiose fu tale che scosse gli alti piani di un Movimento Cinque Stelle da poco alle prese con la prima esperienza di governo nazionale, con l’allora capetto politico Di Maio che, tra fuoco e fiamme, annullò la sua partecipazione al comizio conclusivo previsto proprio a Corleone, minacciando il ritiro del simbolo e l’espulsione di deputati e senatori peroratori della candidatura a sindaco di tale Maurizio Pascucci, toscano di Poggibonsi, tra cui Mario Michele Giarrusso (non a caso ritenuto molto vicino all’antimafia secondo Lumia) e Giuseppe Chiazzese, oltre a tutti coloro che fossero stati eletti come consiglieri comunali. Dopo il fallimento della conquista di Corleone, prosegue così la strategia sotterranea dell’ex senatore antimafioso di Termini Imerese, che non potendo riportare in vita il “Megafono” di Crocettiana memoria, ha disperato bisogno di un contenitore che lo possa proiettare nuovamente sulla ribalta politica, senza la quale il suo potere accusa gravi segni di logoramento, con tutto il corollario degli effetti collaterali a cascata, in primis il rischio di finire da accusatore ad accusato. Ed oggi questo contenitore è il M5S siciliano.

Fonte Salvatore fiorentino

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