Ombre. Vicende e storie del passato, nascoste fra le calli e i palazzi della città considerata la madreperla dell’Adriatico. In una Venezia degli anni Settanta, quando erano ancora centottanta mila i residenti autoctoni a darle vita, trova la sua fine la breve vita di un giovane finanziere, Alberto Calascione, ucciso da banditi organizzati e dediti al contrabbando di sigarette.
Il finanziere aveva poco più di vent’anni quando, trasferitosi da Pozzuoli in Laguna, iniziò a prestare servizio presso la guardia di finanza di Venezia. Era finanziere mare specializzato «nocchiere», impiegato a bordo delle unità navali, sul ponte di coperta. Era il periodo degli anni di piombo, dei terroristi che imperversavano e facevano morti, tanti morti innocenti. E c’era anche la criminalità organizzata, nel Nord Italia, dedita a traffici illeciti. E Venezia non faceva eccezione.
Il contrabbando era un viatico per le famiglie appartenenti ai ceti minori, abitanti delle zone più degradate della città storica, come la parte bassa di Cannaregio e Castello. Qui si svilupparono le principali attività clandestine, in particolar modo quelle legate al tabacco. Storie simili a quelle piratesche, storie di imbarcazioni che non dovevano farsi prendere, storie di criminali che non si sentivano tali e di «guardie» che cercavano di fermarli. C’era una bancarella in via Garibaldi che veniva chiusa e poi puntualmente riapriva, sempre pronta a vendere i pacchetti di «bionde»…
C’era il porto lagunare, al tempo molto fiorente e animato dai continui scambi. E quelli illeciti avrebbero dovuto essere tutti destinati al sequestro. Per non parlare della pericolosità di certe azioni: immaginate motoscafi a doppio fondo attraversare l’Adriatico nella notte più buia e a luci spente per raggiungere le coste dell’est, della Jugoslavia, per rifornirsi di sigarette.
Tutto ebbe inizio la notte di giovedì 31 maggio. Anno 1973. Il finanziere aveva appena venticinque anni. Erano le 2.40 quando, insieme al collega Vincenzo Di Stefano e al tenente Carmine Scarano, partirono dalla Giudecca, diretti verso Rialto, a bordo di un Ranger di servizio. Venezia era magica quella sera, ancora avvolta nel sonno. Il Canal Grande si presentava in una distesa d’acqua piatta e liscia, eppure l’atmosfera non era proprio tranquilla.
Nei giorni precedenti la Guardia di Finanza aveva intensificato i controlli in Laguna, specialmente verso quelle imbarcazioni che scaricavano nelle aree più esterne. Prima di partire dalla Giudecca un motoscafo di servizio, presso la Caserma di San Polo, era stato ridotto in cenere da un incendio doloso, di cui le cause rimasero un mistero. Fortunatamente, la situazione venne presto stabilizzata dai pompieri.
Bastò un brevissimo istante. Non appena il Ranger passò sotto il ponte dell’Accademia, tutto finì: un blocco di travertino, pesante circa cinquanta chili, venne scaraventato sopra le teste dei finanzieri. Furono travolti: Di Stefano si trovò con un braccio spezzato, mentre Scarano, miracolosamente illeso, riuscì a riprendere il comando del natante rimasto scoperto; il cranio del terzo finanziere, invece, era stato colpito e sanguinava, frantumato. Lo ricoverarono urgentemente presso l’Ospedale SS. Giovanni e Paolo: la sua anima coraggiosa non voleva saperne di mollare, ma sfortunatamente il suo giovane corpo non riuscì a reggere, e dopo qualche istante i medici segnarono l’ora del suo decesso.
Fu questione di un attimo: il travertino cadde e improvvisamente gli strappò via tutto. Tra le febbrili indagini si suppose fin da subito che il movente fosse un gesto folle da parte di qualche contrabbandiere di sigarette: la sera precedente un certo Riccardo Torta era accorso alla stazione navale della Giudecca a reclamare la restituzione di un motoscafo di cinque tonnellate di stazza, battente bandiera panamense, che gli era stato sequestrato.
Gli agenti della squadra mobile arrestarono proprio Riccardo Torta, detto «Ricky».
Le precedenti supposizioni alla fine risultarono esatte. Il barbaro omicidio del giovane finanziere altro non era che un premeditato atto di vendetta nei confronti dell’intera Guardia di Finanza.
Oggi c’è anche una targa con su inciso il suo nome: Alberto Calascione, e indelebile rimarrà il suo ricordo nei cuori di chi c’è stato. E puoi credermi, caro lettore: vorrei che quel finanziere fosse sempre commemorato. Alberto Calascione, «vittima del dovere».

(Si ringrazia per la collaborazione l’Istituto Algarotti di Venezia, in particolare la Dirigente Concetta Franco e la Proferessssa Patrizia Locatelli).

 

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