Il racconto di Felice Cavallaro: “Ayala diede la borsa a un colonnello o a un maggiore”. Ma precisa: “Non era Arcangioli”

Agenda rossa, Vincenzo Scarantino e la presenza di uomini in “giacca e cravatta” sul luogo dell’attentato. Sono questi i temi toccati nell’ultima udienza del processo sul depistaggio della strage di via d’Amelio che vede imputati i tre poliziotti Mario Bo, Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo. In aula, a Caltanissetta, è stato sentito Felice Cavallaro, giornalista agrigentino del Corriere della Sera, nonché uno dei primi ad arrivare quel pomeriggio sul luogo dell’esplosione, come già aveva riferito in passato in altri processi sulla strage. Cavallaro il 19 luglio ’92 era a casa sua, a Palermo, in attesa del giudice Giuseppe Ayala il quale doveva occuparsi della prefazione del suo libro, quando udì il “sordo boato” provenire da via d’Amelio. “Arrivai sul posto in moto massimo 15 minuti dopo l’esplosione”. “Al mio arrivo – ha raccontato – vidi una scena apocalittica. Inciampai anche su resti umani. Alla fine mi ritrovai davanti all’auto blindata del giudice Borsellino ma senza sapere che fosse la sua”. In quegli istanti concitati, ha riportato il giornalista, “accadde una cosa un po’ singolare”. “La portiera della macchina era aperta, c’era la borsa di Borsellino poggiata sul pianale retrostante del sedile del guidatore. Un agente di polizia penso, o comunque un giovane delle forze dell’ordine in borghese – ha detto Cavallaro rispondendo alle domande dell’avvocato di parte civile Fabio Repici  prese la borsa che si trovava nel pianale tra il sedile anteriore e quello posteriore e stava per darla a me tanto che ne sfiorai il manico. E con uno sguardo quasi di sorpreso guardava Ayala come per dire ‘che facciamo?’. Forse pensava che io fossi uno della scorta di Ayala o un agente. Poi però – ha continuato nel suo racconto – arrivò un ufficiale dei carabinieri in divisa forse un colonnello o un maggiore ma certamente non un sottufficiale”.Felice Cavallaro ha detto di ricordare “che Ayala gli fece porgere(al giovane delle forze dell’ordine, ndr) la borsa o gliela diede lui stesso. L’ultimo ricordo che ho di quella scena è la borsa finita nelle mani di questo ufficiale dei carabinieri, ma non ricordo cosa fece dopo”. A questo punto l’avvocato Fabio Repici ha chiesto se col passare degli anni avesse riconosciuto nei mezzi stampa l’uomo al quale venne ceduta la valigetta. Il giornalista ha detto di non averlo riconosciuto e che sicuramente non si trattava “trattava del capitano Giovanni Arcangioli la cui immagine con la borsa in mano ho rivisto molti anni dopo”.

Scarantino e il presunto “giro in macchina” col capo della Mobile
In aula è stato toccato anche il caso Scarantino, determinante ai fini del processo, e la sua detenzione. A sollevare il tema è stato l’avvocato di parte civile di Gaetano Scotto, Giuseppe Scozzola, che ha posto alcune domande precise al primo teste ascoltato in aula, Luigi Savinaex capo della Squadra Mobile di Palermo da settembre 1994 a luglio 1997. L’avvocato ha chiesto al dirigente se abbia mai avuto sopralluoghi serali con l’ex picciotto della Guadagna. Domanda al quale più volte Savina ha risposto in maniera negativa. A questo punto l’avvocato ha riportato alcune carte di un brogliaccio contenente una conversazione tra Scarantino e Savina. Si tratta di una telefonata avvenuta il 21 aprile 1995. Scarantino voleva parlare con il questore Arnaldo La Barbera che però non era presente e venne chiesto a Savina se potevo occuparsene vista la sua carica di capo della Squadre Mobile. Della vicenda aveva accennato poco prima in aula lo stesso Savina senza però approfondire. Quel giorno, ha detto Savina, “Scarantino tempestò di telefonate la questura”, anche se l’avvocato ha replicato che il 21 aprile è avvenuta solo quella telefonata. L’avvocato ha letto quindi alcuni passaggi delle trascrizioni della conversazione tra Savina e il falso pentito. “Scarantino chiama la questura e a un certo punto il centralino le passa Lei(Savina, ndr). Poi la conversazione prosegue e siccome – ha affermato l’avvocato – c’era stata la deposizione di Cancemi avviene un certo tipo di discorso e lei dice a Scarantino: ‘Se viene glielo posso accennare io a lui’”.E si parlava, ha sottolineato l’avvocato, “del problema di Cancemi”. “Poi Lei aggiunge ‘ci siamo anche conosciuti una sera, Lei non ricorderà, siamo usciti quando Lei era qua a Palermo una volta per un giro in macchina’”.

Fonte antimafia

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