8 BoviEra l’ 8 settembre 1959 quando il carabiniere Clemente Bovi venne ucciso in uno scontro a fuoco presso la contrada “Case Moscato”, alle porte di Corleone.
Era notte fonda e Clemente stava rientrando alla stazione di Caltabellotta presso cui prestava servizio quando venne fermato da un gruppo di banditi appostati lungo la strada con l’intenzione di rapinarlo. Il carabiniere, pero’, invece di subire passivamente l’aggressione si ribellò e, in un atto di estremo coraggio e senso del dovere, sparò ai banditi uccidendone uno e ferendone un altro. Purtroppo l’inferiorità numerica non permise a Clemente di uscirne vincitore: venne infatti colpito in pieno petto da un colpo di fucile, che lo uccise.
A 32 anni così moriva un altro servitore dello Stato, lasciando una moglie e un figlio di pochi mesi.
Se la dinamica dell’evento è stata ricostruita, seppur con qualche lacuna, le motivazioni che portarono alla morte del Carabiniere rimangono tuttora da chiarire. Le successive indagini infatti portarono alla luce una vera e propria associazione a delinquere specializzata in quella forma di rapina detta “a passo”, ma nessuna voce, nessun processo, evidenziò mai la possibilità che dietro vi fosse la presenza della mafia di Corleone.
Nel 1962 il processo di primo grado che si svolse a Palermo si concluse con condanne esemplari per gli accusati rinviati a giudizio ma, nel processo di appello tenutosi a Bari nel 1966 gli imputati vennero tutti assolti per insufficienza di prove.
In tutto ciò Clemente Bovi venne insignito della Medaglia d’Onore al Valor Militare alla Memoria con un D.P.R. del 25 settembre 1960.
Di questa vicenda rimangono le parole del figlio di Clemente, Vito Andrea Bovi, che insieme ad Alfonso lo Cascio, scrisse il libro “Un Eroe Semplice”, dedicato al padre: “La figura di mio padre si colloca, per esempio e coraggio, tra gli eroi divenuti tali non per mero caso ma per scelta consapevole di fare fino in fondo il proprio dovere, un dovere imposto dal giuramento prestato. […] la scelta di essere carabiniere fino in fondo, di non cedere alla prevaricazione, di non consentire ad alcuno di sopraffare la legge e la libertà”.
Vito Andrea in questo modo è riuscito a fare a brandelli l’anonimato a cui era stato condannato il padre, restituendo un volto e una storia a un uomo i cui forti valori hanno segnato la vita e la morte.

 

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