Piaccia o no, Giletti sa fare televisione ed è centrale nel sistema dell’informazione italiano. Ieri sera è ritornato sulla vicenda delle sorelle Napoli di Mezzojuso, con uno scoop che, a sua avviso, risolverebbe in maniera definitiva un quesito che da mesi toglie il sonno a milioni di italiani: Salvatore Giardina, sindaco di Mezzojuso, partecipò al funerale di Don Cola, capo mafia dello stesso paese e vivandiere di Provenzano?

Si è fatto riferimento ad una relazione dei Carabinieri che toglierebbe ogni dubbio sulla partecipazione di Giardina. Relazione che, tuttavia, non è stata prodotta nel processo sull’incandidabilità dell’ex sindaco. Indizi di una trattativa Stato-mafia su scala ridotta? Lo scopriremo, forse, nelle prossime puntate.

Giletti ha invocato l’intervento della Magistratura per fare luce su un carabiniere che custodisce un archivio (privato) con le relazioni dei funerali dei mafiosi e con l’indicazione di tutte le persone che hanno partecipato ai vari cortei. Quel carabiniere dice che al funerale Giardina non c’era.

Al momento la relazione non è stata trovata. In compenso, alla fine del servizio, viene trasmessa l’intervista a un uomo incapucciato, di spalle e con la voce modificata che ha detto: Giardina, che all’epoca non era sindaco, al funerale c’era, insieme a pochi altri che volevano omaggiare il boss. L’anonimo delatore si è detto pure disponible a confermare la sua testimonianza davanti a un giudice.

Si rimane adesso in attesa della replica di Giardina per un contradditorio, sia pure attenuato e differito, sul punto. Va da sè che qualunque cosa dirà Giardina, vera o falsa, non avrà la stessa forza della versione che Giletti ha sostenuto su La7, di domenica sera, davanti a milioni di italiani.

C’è da chiedersi, al di là delle particolarità del caso concreto, se siamo d’accordo a sciogliere per mafia un Comune senza che un consigliere (di maggioranza o di opposizione) oppure un componente della giunta oppure ancora un dipendente comunale sia stato condannato o rinviato a giudizio per mafia.

Io non capisco perché, se è così certo che un sindaco abbia favorito la mafia, non debba rispondere per il suo operato davanti a un giudice in un processo penale. L’associazione mafiosa, l’intestazione fittizia, l’aggravante mafiosa, il favoreggiamento e tante altre figure di reato permettono di colpire i mafiosi o i loro fiancheggiatori.

Se Giardina fosse un mafioso, ci troveremmo un pericoloso criminale a piede libero pronto a delinquere. Che razza di lotta alla mafia è quella che scioglie i comuni per mafia e lascia liberi coloro che sono chiamati in causa per giustificare gli scioglimenti?

Io mi rendo conto che non tutti i comportamenti disdicevoli sono reati. Ciò che non accetto è il fatto che una persona, qualunque essa sia, sia “schifiata” come un mafioso senza essere stata riconosciuta tale in un normale processo penale, con tutte le garanzie del caso.

Non comprendo perché Giletti non abbia ancora dedicato un secondo della sua seguitissima trasimssione alla Saguto o a Montante, persone che, a differenza di tanti sidaci di comuni sciolti, sono già stati condannati per fatti gravissimi.

Dire che il malaffare, oltre che nella sanità e nella politica, è anche in alcuni settori della magistratura e dell’antimafia significa forse delegittimare la magistratura o la lotta alla mafia? I pezzi di merda sono ovunque, purtroppo. E si dovrebbe avere l’onestà intellettuale di riconoscerlo, con la stessa forza con la quale si denunciano altri scandali (veri o presunti).

Non capisco perché si dia solidarietà alle sorelle Napoli che ieri stesso hanno ammesso di essersi rivolte al capo della mafia del loro comune in cerca di aiuto, e non si spenda neanche una parola di conforto per tutti quegli imprenditori che hanno subito furti, attentati e danneggiamenti, che hanno denunciato gli esattori del pizzo facendoli arrestare e che poi si sono visti togliere tutto il patrimonio nonostante non abbiano commesso alcun reato.

Non capisco perché ci si indigni per i 49 milioni della Lega e non si dica una parola per i 120 milioni che 4 amministratori giudiziari hanno chiesto per un solo anno di lavoro in un’azienda che neanche doveva essere colpita.

Pietro Cavallotti

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