Qualche giorno addietro ho visto un film, di alcuni anni fa, riguardante una delle tante compassionevoli e commoventi storie, che aveva come protagonisti i soci di una cooperativa che gestiva dei beni confiscati alla mafia. Il classico polpettone, a lieto fine, in cui i buoni vincono sui cattivi. La cosa che mi ha incuriosito di più sono stati i titoli di coda ed i ringraziamenti. Tra i tanti nomi citati spiccavano su tutti quello di UNIPOL SAI e dell’associazione LIBERA, di Don Luigi Ciotti. Ma a colpirmi è stato un numero, quello relativo ai beni ed alle aziende affidate, quale soggetto intermediario, a LIBERA: ben oltre 6.000 (diconsi seimila!). Oggi, ne siamo certi, saranno molti di più. Caspita, mi sono detto, ora capisco perché chi parla male di Don Luigi Ciotti o di LIBERA, rischia l’ergastolo! Chissà quante persone ci lavorano dentro queste cosiddette cooperative antimafia. E saranno sicuramente tutte quante persone perbene, ne siamo assolutamente certi. Guai a toccare od a mettere minimamente in discussione questa associazione che coordina talune di attività economico-finanziarie, messa su da Don Ciotti. Si rischia immediatamente il linciaggio mediatico-giudiziario, con tanto di querela e relativa accusa di mafia. Ti scatenano subito contro centinaia di migliaia di volontari e dipendenti della più grande ‘industria’ dell’antimafia esistente in Italia. Onde evitare complicazioni, se ci si rivolge a Don Ciotti, si deve accuratamente evitare di ricordargli chi era il suo fraterno amico Antonello Montante. Ci riferiamo all’ormai arcinoto ex paladino ed ‘apostolo’ dell’antimafia, condannato lo scorso anno a 14 anni di reclusione perché ritenuto, tra l’altro, il capo di un’associazione a delinquere, caratterizzata da comportamenti tipici della nuova mafia del terzo millennio, quella definita, con tanto di sentenza, ‘mafia trasparente’. Non possiamo dimenticare che in materia di gestione di beni confiscati, recentemente, abbiamo registrato delle tristi esperienze, quali quella di Silvana Saguto, l’ex presidente della sezione per le misure di prevenzione del tribunale di Palermo. Anch’essa condannata, qualche mese fa, ad oltre 8 anni di reclusione. Si occupava, purtroppo in maniera illegale, della gestione dei beni confiscati. Anche in questo caso a Ciotti gli guastereste una delle sue tante giornate dedicate a delle impareggiabili cerimonie antimafiose. Gli rinnovereste in tal modo un altro grande dolore, per la perdita di un altro punto di riferimento dell’universo antimafioso. Al di là degli errori fin qui commessi, onde evitare ulteriori contraccolpi di questo genere, non sarebbe meglio che lo Stato italiano ritorni a fare lo Stato? Mi spiego meglio. Per il presente e per il futuro si potrebbe, ad esempio, evitare di continuare ad affidare i patrimoni confiscati, del valore di miliardi di euro, in maniera fiduciaria ed amichevole, ad alcuni soggetti che, di fatto, decidono chi deve gestirli, come è fin qui capitato anche con LIBERA. Lo Stato che interesse ha a far gestire tutto quanto a dei soggetti privati, i cui nomi sono, in alcuni casi, decisi da LIBERA? Attenzione, stiamo parlando di svariate migliaia di beni pubblici confiscati, del valore di svariati miliardi di euro, amministrati con la benedizione  di Don Ciotti. Forse non esiste un altro metodo per gestire tali beni? Si potrebbero ad esempio vendere e lo Stato a quel punto ci guadagnerebbe decine di miliardi di euro, anziché regalarli agli amici di Libera. Qualcuno potrebbe obiettare che, se si vendono, li potrebbe riacquistare la mafia, servendosi di prestanomi. A quel punto, uno Stato serio, che si rispetti e degno di questo nome, potrebbe confiscarli di nuovo e rivenderli, guadagnandoci una seconda volta. Questo lo diciamo per rispondere a chi, attualmente, continua a  sostenere che solo LIBERA ed altre organizzazioni similari, possono e devono decidere a chi regalare miliardi su miliardi di ricchezze sottratte, purtroppo non sempre giustamente, a dei presunti o veri mafiosi. Esistono, purtroppo, dei ben individuati circuiti privati che continuano a ricevere in affidamento, a titolo gratuito, la gestione dei beni confiscati. Si tratta di soggetti che hanno quale precipuo interesse quello di spingere lo Stato a confiscare sempre di più! Più lo Stato confisca e più loro ci guadagno diventando, oltre che gestori, padroni di fatto di aziende, alberghi, ville e palazzi in tutt’Italia. A prescindere se il bene è stato confiscato ed affidato in gestione regolarmente. Ed il caso Saguto docet! Probabilmente ci vuole una nuova e particolare specializzazione in antimafiologia applicata per rientrare in questo perverso circuito. Se non si cambiano le leggi, relative alla confisca ed alla gestione dei beni sottratti alle mafie, si continuerá ad affidarli ad una ristretta cerchia di privilegiati, muniti di sempre più nuove e sofisticate patenti antimafiose, che magari non conosciamo. Noi siamo ancora fermi a quando Calogero Antonello Montante, per conto non solo di Confindustria Nazionale ma anche, ahimè, per conto dello Stato stabiliva, di concerto con Prefetture e Tribunali, il rating di legalità. Quando attraverso le black list e le white list, da lui stilate, decideva a chi rilasciare le certificazioni antimafia. Un inquisito per mafia, adesso condannato a 14 anni di reclusione,  stabiliva chi era mafioso e chi non lo era, chi in Italia poteva lavorare e chi no. In altri termini il Montante stabiliva chi poteva vivere e chi doveva morire: a livello economico, civile, etico, morale e giudiziario.

Forse ci siamo persi qualcosa. Pensavamo che dopo il caso Montante, Saguto, e via via tutti gli altri, quali Helg, l’eroe antipizzo sorpreso ad incassare il pizzo, e poi Candela con la sanità, con la regia trasversale dei vari Lumia, Alfano e Schifani, una certa antimafia parolaia, ma dedita ai grossi affari, era destinata a scomparire. Probabilmente ci siamo sbagliati.

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