Fu memorabile la seduta del consiglio comunale di Corleone del 10 dicembre 1903. Ad un certo punto della discussione, il consigliere socialista Andrea Orlando chiese la parola e, rivolto al sindaco Giovanni Milone, cominciò a chiedere alcune delucidazioni sui conti comunali. Su questi conti, tenuti dal tesoriere don Vito Marcianò, da tempo circolavano le voci più disparate, tutte concordi nel ritenere che fossero gestiti “allegramente”. Il sindaco Milone, conoscendo di che pasta fosse fatto il suo interlocutore, farfugliò qualcosa, senza dire niente. Ma Orlando, sempre più convinto che quell’imbarazzo nascondesse la conferma dei suoi sospetti, chiese di mettere a verbale delle dichiarazioni. Ebbe appena il tempo di dire qualche parola, che fu subito interrotto dal consigliere Andrea Marcianò, figlio di don Vito, «che quando si parlava dei quattrini del comune non ci vedeva più dagli occhi, forse perché molte malelingue erano pronte a sostenere che proprio l’avvocato fosse la causa dei sospetti sul padre». Il dott. Orlando, però, gli aveva intimato il silenzio: «Non ho bisogno di suggeritori», disse. A questo punto, «Marcianò – raccontano le cronache prefettizie e giudiziarie – era andato su tutte le furie e si era messo a gridare: “Voi siete imbecille, io vi rompo il culo qui e fuori, posso darvi soddisfazione cavallerescamente e non cavallerescamente, io non calcolo i pulcinella”. Orlando godeva nel fare il contrario di ciò che ci si aspettava… Stavolta i suoi avversari si attendevano certamente una reazione sanguigna. Invece il medico, ormai certo d’avere incastrato Marcianò, se n’era rimasto placido ed aveva chiesto al sindaco e al segretario Ansalone di scrivere pari pari sul verbale ogni parola pronunciata dall’avvocato. Il sindaco, conscio di ciò che sarebbe potuto accadere in seguito, si era opposto ed aveva provocato la rissa». Ad un Marcianò che gli aveva rivolto frasi tra il minaccioso e l’ironico, Orlando replicò: «Schiaffi ne ho sempre dati. Anzi, ritenetevi schiaffeggiato!». Accadde il finimondo. L’avvocato Marcianò estrasse la pistola e si scagliò contro il medico. Alcuni consiglieri cercarono di bloccarlo, senza riuscire ad impedire che, con il calcio della pistola, colpisse in bocca Orlando, facendogli saltare un canino e scheggiandogli due incisivi. Contro il medico, brandendo pure lui una pistola, si scagliò anche il consigliere Francesco Guarino, che in precedenza era stato attaccato per via di una gestione non proprio limpida del mulino a vapore della Silva dei Cappuccini. Quindi, furono i contadini socialisti, che assistevano alla seduta consiliare, a saltare le transenne, a circondare il Marcianò e a pestarlo di santa ragione, provocandogli una lesione all’addome. Solo l’intervento delle forze dell’ordine riuscì ad impedire conclusioni più tragiche, ma lo scandalo per quel ch’era accaduto fu enorme. Scattarono le denuncie e al processo furono condannati tutti. Il sindaco Milone e il segretario Ansalone a 150 mila lire di multa perché non avevano voluto inserire a verbale le ingiurie; Andrea Marcianò a due anni di reclusione per oltraggio e a 300 lire di multa per lesioni colpose; Orlando, a cui furono riconosciute le attenuanti per la provocazione grave, solo a 40 lire di multa.
Le conseguenze più gravi furono sul piano politico-amministrativo. Il consiglio comunale rimase paralizzato per mesi, mentre un’ispezione prefettizia sul bilancio accertò che, in effetti, nella tenuta dei conti c’era una gran confusione. La relazione finale diede poi ragione agli attacchi dell’opposizione. Veniva bocciata sia la gestione delle finanze comunali («Disordine nel servizio di cassa; trascuratezza nel patrimonio; mancanza di controlli precisi»), che i metodi di gestione di don Vito Marcianò («Il tesoriere si trova spesso ad avere a disposizione un fondo cassa rilevantissimo, qualche volta superiore alla cauzione, come è avvenuto fino al 1902. Questo fatto può essere causa di gravi inconvenienti»). Uno scacco, che i “padroni” del municipio non avrebbero mai più perdonato a quella “testa calda” di Orlando.
La sera del 13 gennaio 1906, alle 19,20, Andrea Orlando si trovava in contrada “Rianciale”, dove aveva un appezzamento di terra. Forse non si ricordava più della clamorosa lite in consiglio comunale. E, comunque, era troppo occupato a verificare lo stato dei lavori su quel suo piccolo fondo. All’improvviso, qualcuno lo chiamò. Il medico fece appena in tempo a girarsi, che fu colpito da due scariche di lupara, che l’uccisero all’istante. Aveva 42 anni. Orlando era un personaggio pubblico a Corleone. Da anni si era schierato a fianco di Bernardino Verro e del movimento contadino, sostenendo durissimi scontri con la “cricca” che amministrava il municipio. Il minimo che ci si sarebbe potuto aspettare erano indagini serie, indirizzate verso i “fratuzzi” della mafia e i “signori” del palazzo. Invece, solo qualche rigo sui giornali, dove le autorità assicuravano «attive indagini per l’identificazione degli assassini», che ovviamente non portarono a nulla.
Orlando era un medico chirurgo, possidente, figlio del farmacista Giovanni e di Marianna Streva. Nato a Corleone nel 1864, era di due anni più grande di Bernardino Verro, col quale condivise le ansie di rinnovamento della politica municipale e lo slancio per migliorare le condizioni di vita e di lavoro dei contadini. Per la sua professione, conosceva bene la povertà di tante famiglie contadine, che non di rado curava gratuitamente. Eletto consigliere, insieme a Verro, nel 1899, si batté contro gli amministratori municipali, che erano gli stessi proprietari terrieri (in primo luogo, il cavaliere Antonino Paternostro, il barone Francesco Cammarata e il commendatore Giuseppe Bentivegna) che sedevano in consiglio comunale, e i gabelloti mafiosi. Sostenuto da Verro, la sua prima battaglia fu contro il sistema con cui venivano determinate le tasse comunali. Gli amministratori dell’epoca, infatti, per pareggiare i conti non iscrivevano a ruolo le loro famiglie e le famiglie dei loro amici, spremendo all’inverosimile la povera gente. Ma Orlando sostenne anche i contadini nelle lotte per i nuovi Patti agrari e per le affittanze collettive, meritandosi per questo l’accusa di avere “tradito” la classe sociale di provenienza.
Quella a cavallo tra il 1905 e il 1906, a Corleone, fu una vera e propria strategia del terrore, contro il movimento contadino socialista, che qualche anno dopo non avrebbe risparmiato lo stesso Verro. Fuori da Corleone i due omicidi in sequenza di Nicoletti ed Orlando vennero archiviati con qualche rigo sui giornali. A Corleone, invece, destarono grande impressione. Tutti capirono che la mafia e gli agrari avevano deciso di alzare il tiro. Fino ad allora, nello scontro col movimento contadino i “fratuzzi” di Corleone non avevano mai usato l’arma dell’assassinio politico. Quando, però, videro minacciati molto concretamente i loro interessi sia nella gestione del potere municipale, che nella gestione degli ex feudi, allora decisero di alzare il livello dello scontro.

 

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