Il 20 maggio 1914 a Piana dei Greci (l’attuale Piana degli Albanesi in provincia di Palermo) alcuni criminali a volto scoperto spararono su Mariano Barbato (66 anni) e il cognato Giorgio Pecoraro (60 anni). Le due vittime erano contadini e militanti del partito socialista.
In particolare, Mariano Barbato era cugino di Nicolò Barbato, noto dirigente socialista, conosciuto in tutt’Italia. Il duplice delitto destò grande impressione a Piana, anche perché erano alle porte le elezioni amministrative, che i socialisti si apprestavano a vincere. Sembrò, quindi, un messaggio ai futuri vincitori e al loro leader politico, Nicola Barbato.
Mariano Barbato era nato a Piana dei Greci il 9 novembre 1848, da Giuseppe, contadino impegnato nelle lotte sociali, e da Giulia Ciulla, casalinga. Si sposò con Caterina Virzì, con cui ebbe quattro figli: Giulia, Giuseppe, Giorgio e Vito.
Nell’estate del 1882 organizzò, insieme ad altri, uno sciopero molto partecipato e compatto «per richiedere ai gabelloti una corretta applicazione della mezzadria, senza più permettere ai proprietari di prelevare, come avveniva in tutta la Sicilia, dalla metà del prodotto spettante al contadino un quinto “a titolo di terraggiolo, subgabella, o seme», insieme ad ad altri prelievi angarici. «Le autorità per stroncare la protesta arrestarono gli organizzatori dello sciopero, tra i quali Mariano Barbato e suo padre, ed alcuni contadini che invitavano i lavoratori a non recarsi ai campi».
Aderì al Fascio dei lavoratori di Piana, senza però ricoprire cariche dirigenziali. Nonostante ciò, dopo lo scioglimento dei Fasci, «fu dalle autorità arrestato, il 6 gennaio 1894, e processato con tutto il gruppo dirigente dei Fasci “per avere in Piana dei Greci in varie epoche, sia prima, come dopo la promulgazione dello Stato d’Assedio, eccitato gli animi alla rivolta, alla disobbedienza della legge e all’odio fra le classi sociali in modo pericoloso per la pubblica tranquillità”». Fu assolto per insufficienza di prove.
Negli anni successivi, insieme a Nicolò Barbato, organizzò i contadini e la federazione socialista. Ma nel 1898, insieme a tutto il gruppo dirigente socialista, venne nuovamente processato sia «per avere preso parte ad una associazione diretta ad incitare alla disubbidienza della legge e all’odio tra le varie classi sociali (…)», sia «per avere, trasgredendo ad un ordine legalmente dato dall’autorità competente, ricostruito il Fascio dei lavoratori di Piana dei Greci già soppresso…». Nel processo di primo grado furono tutti assolti, ma in appello invece tutti condannati.
Era considerato il braccio destro di Nicola Barbato e quando, nel 1907, il leader del movimento contadino di Piana, deluso dai suoi compagni, emigrò per la seconda volta negli Stati Uniti, Mariano organizzò il circolo socialista fedele agli insegnamenti del maestro. Nel 1910 lui e i compagni del circolo convinsero Nicola Barbato a ritornare a Piana. Ma «il ritorno di Barbato, che significava la sicura riconquista dei socialisti della guida del paese, non fu accettato passivamente dalle forza reazionarie e mafiose.
Con l’approssimarsi delle elezioni amministrative lo scontro con gli elementi mafiosi fu più cruento e la persona che si espose di più fu proprio Mariano Barbato, che venne eliminato assieme al cognato Giorgio Pecoraro, anche lui militante socialista, il 20 maggio 1914 in contrada Cardona, a pochi passi dal centro abitato di Piana degli Albanesi». E dopo questo duplice delitto, «la mafia tentò di eliminare Nicola Barbato che nel gennaio 1916 fu costretto a trasferirsi a Milano».
Mariano Barbato, 66 anni, e il cognato Giorgio Pecoraro, 60 anni, furono assassinati la mattina del 20 maggio 1914, intorno alle 7,30, in contrada “Cardona” mentre erano intenti – insieme al murifabbro Vito Ciulla – a costruire un muretto a secco in un suo fondo. «Furono avvicinati improvvisamente da tre sconosciuti i quali, dopo di averli salutati, esplosero contro di loro sumultaneamente vari colpi di fucile, due dei quali rendevano all’istante cadavere il Barbato e il Pecoraro, restando miracolosamente incolume il terzo operaio nella persona del Ciulla». Secondo la testimonianza del Ciulla, unico sopravvissuto, dopo il duplice omicidio, i tre killer si allontanarono a passo regolare attraverso la trazzera che porta sotto la montagna “La Pizzuta”.
Il Ciulla non seppe dare indicazioni utili per l’identificazione degli assassini. E nemmeno altri contadini che erano nei paraggi ed avevano sentito l’esplosione dei colpi di fucile. Tutti dissero «di non conoscerli perché non del paese e per non averli mai visti». I figli del Barbato (Giorgio d’anni 30, calzolaio, Giuseppe, d’anni 36, falegname, e Vito, d’anni 23, sarto) «hanno fatto intendere doversi la causa dell’uccisione del proprio padre ricercare nel fatto politico, dal momento che l’infelice genitore non aveva inimicizie né pendenze di sorta con chicchessia. Questa versione – scrissero i carabinieri – pare a noi la più attendibile, anzi l’unica, giacchè nulla altro ci è risultato che abbia potuto determinare il delitto».
E ricostruirono le motivazioni del delitto attribuendole alla contrapposizione tra il partito socialista, di cui Mariano Barbato e il cognato erano esponenti, che sosteneva la candidatura dell’avv. Giuseppe Camalò, di Piana dei Greci, e il partito conservatore che invece sosteneva l’avv. Puleio di S. Giuseppe Jato. Una tesi condivisa anche dal delegato di P.S., Andrea Cotugno, con rapporto del 25 maggio 1914, dove si attribuiva la causa scatenante del delitto «all’odio mortale che nutrono le Amministrazioni Comunali di S. Giuseppe Jato e San Cipirrello per il partito socialista e specialmente contro quello locale diretto dal Dottor Nicola Barbato, il quale fu anzi il fomentatore e l’organizzatore del partito socialista anche nei suddetti due comuni, a causa e per opera del quale furono sottoposti e trovansi tuttora sotto processo gli Amministratori del Comune di S. Giuseppe Jato…». In particolare, il delegato di P.S. attribuì ad un comizio tenuto dai socialisti di Piana a S. Giuseppe Jato il 17 maggio 1914, tre giorni prima del delitto, la causa scatenante dell’omicidio, perché il Mariano Barbato avrebbe gridato «Abbasso la camorra, chi non è con noi è un vigliacco».
Una tesi che fu esclusa dal capo dei socialisti Nicola Barbato, in una dichiarazione al giudice istruttore del 26 maggio 1914: «Escludo…, nella maniera più assoluta, che la soppressione di Barbato Mariano e del cognato, possa avere relazione in rapporto di causa ed effetto con l’ultimo comizio di propaganda tenuto in S. Giuseppe Jato il 17 corrente (…). Barbato, invece, indicò il sindaco di Piana, Paolo Sirchia, e gli assessori Luca Sciadà e Saverio Fusco «come capaci per la sete di dominio, di andare a suggestionare i delinquenti contro di noi». In sostanza, il capo dei socialisti di Piana indirizzò l’attenzione degli inquirenti verso i nemici interni, provando a fermarne il tentativo di indicare fumosamente come mandanti del duplice omicidio esponenti dei paesi vicini. Ma le indagini non approdarono a nulla di concreto.
La svolta si ebbe 12 anni dopo, nel 1926, quando Nicolò Pecoraro, figlio di Giorgio, dichiarò agli inquirenti che al tempo degli omicidi di suo padre e di Mariano Barbato non aveva potuto raccontare la verità «perché sapeva che le condizioni di vita erano quelle di dover tacere». Nel 1926, invece, probabilmente dopo l’arresto del capomafia di Piana Francesco Cuccia, Nicolò Pecoraro raccontò che «il proprio padre Pecoraro Giorgio aveva avuto un incidente gravissimo poco tempo prima del delitto con il Cuccia Antonino». Aveva, cioè, rimproverato il Cuccia che gli aveva calpestato il seminato per raccogliere verdura, e questi «gli diede del cornuto e gli ingiunse di fare silenzio, pronunciando qualche minaccia (…). Al risentimento del Pecoraro il Cuccia gli si scagliò contro e i due vennero alle mani, scambiandosi parole offensive con conseguente spianata di fucile da parte del Cuccia». Giorgio Pecoraro fu ucciso circa un mese dopo da questa lite.
Un racconto simile agli inquirenti fece Giuseppe Barbato, figlio di Mariano, ucciso insieme al Pecoraro. Disse, infatti, che «avendo il Barbato Mariano in pubblico comizio offesa apertamente la maffia, il Cuccia Giorgio di Giuseppe fratello dell’Antonino, nella piazza di Piana dei Greci quanche giorno dopo lo affrontò dando del cornuto tanto a lui quanto all’On.le Barbato di cui l’ucciso era fedele seguace.
Il Barbato Mariano si risentì a tanta offesa e i due vennero alle mani». Mariano Barbato, però non aveva paura e qualche giorno dopo, in un comizio a San Giuseppe Jato, «fu ancora una volta violento contro la maffia». Appena quattro giorni dopo, il 20 maggio 1914, venne assassinato. «Come già ha fatto il Pecoraro Nicolò nell’indicare ora il mandante del delitto, così il Barbato Giuseppe attribuisce l’omicidio del padre alla maffia capitanata dal Francesco Cuccia e Giorgio Cuccia, fratelli, alla cui prepotenza il Barbato non intendeva sottostare».
In conclusione, venne fuori che la causa principale dei due delitti fu la contrapposizione politico-elettorale che c’era in quelle settimane a Piana dei Greci, aggravata dalle liti tra Giorgio Pecoraro e Antonino Cuccia e tra Mariano Barbato e Giorgio Cuccia. Alla luce di queste dichiarazioni, scrisse il magistrato, «denunciamo il Cuccia Francesco, Cuccia Antonino, Cuccia Giorgio di Giuseppe, quali mandanti dell’omicidio di Pecoraro Giorgio e Barbato Mariano».
Purtroppo, però, con sentenza pronunciata dalla Sezione d’Accusa del Tribunale di Palermo il 1° maggio 1928, gli imputati furono assolti per insufficienza di prove. In istruttoria le parti lese avevano confermato le loro precedenti dichiarazioni, ma non seppero fornire prove più specifiche per supportare quanto da loro denunciato. Giuseppe, figlio di Mariano Barbato, precisò che Vito Ciulla, presente quando fu coinsumato il duplice delitto, «gli aveva confidato prima di morire e dopo vive insistenze che aveva riconosciuto quali esecutori del delitto Cuccia Giorgio e Sammarco G. Battista ora defunti». Ma ciò non fu ritenuto sufficiente dai giudici per emettere una sentenza di condanna.

Fonte mafie blog autore repubblica

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