Giuseppe Rumore fu assassinato a Prizzi, la sera del 22 settembre 1919, all’età di 32 anni, «con due colpi di fucile, mentre stava per aprire la porta di casa sua», sotto gli occhi della moglie e della figlioletta di quattro anni.
Un omicidio mafioso, che aveva l’obiettivo di fermare il movimento contadino prizzese e della zona del Corleonese, mentre erano in corso i rivolgimenti sociali del famoso “biennio rosso”. Rumore aveva partecipato alla prima guerra mondiale e, dopo la guerra, si batté con gli altri contadini per l’assegnazione delle terre incolte o malcoltivate, come promesso dal governo nazionale, costituendo la cooperativa “La Proletaria”.
A Prizzi il movimento contadino era guidato da Nicolò Alongi, di cui Rumore era allievo.
Il 31 agosto 1919 Alongi e Rumore avevano iniziato un grande sciopero contadino, occupando alcuni latifondi incolti o mal coltivati, che sarebbe durato fino ad ottobre inoltrato. In contrapposizione a “La Proletaria”, il noto gabelloto mafioso di Prizzi don Sisì Gristina, fratello del sindaco sedicente socialista, costituì una cooperativa di ex combattenti, con l’obiettivo «di rompere il fronte unitario dei contadini». «Ma l’operazione risultava tutt’altro che facile per la ferma opposizione dei socialisti che ne avevano ben colto il senso e si erano attestati, intorno a Giuseppe Rumore, segretario della “Lega di miglioramento” e della sezione del Psi, sulle posizioni dell’unità di classe già inequivocabilmente definite da Alongi».
Nel biennio 1919-20, in Sicilia, le grandi lotte per la terra coinvolsero migliaia di contadini poveri e di ex combattenti, che riuscirono ad ottenere in concessione numerosi latifondi. «L’agitazione dei contadini, avviata da Prizzi il 31 agosto ed estesasi, con l’apporto organizzativo di capilega come Schillaci e Rizzotto, in modo assai rapido e capillare, all’intera area territoriale del comprensorio (con particolari punte nelle Madonie e nel Corleonese), presentava dei caratteri di intensa novità rispetto alle fasi precedenti: alle tradizionali finalità relative ai salari dei braccianti e al regime degli affitti per i coloni e per le cooperative socialiste, si aggiungeva adesso la pressione sul Parlamento nazionale per una legislazione innovativa che aprisse la strada alla riforma agraria».
I grandi proprietari terrieri temettero lo smantellamento del feudo e la fine dei loro privilegi secolari. I gabelloti mafiosi in un primo momento provarono a trarre vantaggio dalla crisi, che metteva in discussione l’assetto feudale della società, tentando di ottenere in concessione gli ex feudi con finte cooperative di reduci. Poi fecero fronte comune con gli agrari per bloccare le rivendicazioni contadine, che rischiavano di travolgere anche loro. E, come al solito, ricorsero al sistema sperimentato di decapitare il movimento di lotta. Avevano cominciato il 29 gennaio 1919 a Corleone, assassinando Giovanni Zangara, assessore socialista dell’amministrazione di sinistra, impegnate nelle lotte contadine.
Poi, come sfida ed avvertimento, rubarono gli animali a Nicolò Alongi. E, appena 20 giorni dopo il varo del decreto Visocchi, a Prizzi assassinarono il capolega socialista Giuseppe Rumore, che di Alongi era stretto collaboratore. Perché Rumore? Perché egli costituiva un pericolo immediato per la mafia e gli agrari, in quanto «partecipe in prima persona dell’esperienza combattentistica, era certamente tra gli uomini più sensibili e adatti, a Prizzi, al compito di unire i contadini “combattenti”, non certo sotto il tricolore di comodo dei notabili mafiosi, ma sotto la bandiera rossa dell’antica “Lega di miglioramento”».
Inadeguata si rivelò la reazione dei vertici nazionali del Partito socialista: solo un articolo sulle pagine de “L’Avanti!”, con cui onorarono il “nuovo martire” con i “fiori rossi della solidarietà socialista”. Più concreti gli operai metalmeccanici di Palermo, guidati da Giovanni Orcel, che organizzarono una raccolta di fondi a favore della famiglia Rumore, «che quasi subito raccolse cinquecento lire, cresciute a duemila nel giro di appena dieci giorni».
A condurre le indagini sul delitto furono i carabinieri guidati dal capitano Menichetti, che misero in campo ipotesi depistanti, nell’intento di far cadere il silenzio sulla vicenda e coprire le responsabilità dei proprietari e dei gabelloti mafiosi. Infatti, «i sospetti furono fatti cadere su un certo Luigi Campagna, uno dei tanti piccoli malfattori della manovalanza mafiosa, che, a quanto pare, aspirava a un campierato» nel feudo “Raja”, ottenuto dopo l’intimidazione del soprastante Nicolò Parrino, a cui uccisero la giumenta.
Il Campagna, secondo gli inquirenti, vedeva messo in pericolo il ruolo, così faticosamente conquistato, dalla lega di miglioramento di Rumore (ma anche dall’associazione dei combattenti e dalla lega cattolica), che chiedevano l’assegnazione di quel feudo. Quindi, sostenne il capitano Menichetti, gli agrari e i gabelloti non avrebbero avuto nessun interesse a promuovere il delitto.
Fu Alongi, dalle pagine de “La Riscossa Socialista”, a infiammare gli animi in tutta la Sicilia, svelando i retroscena dell’omicidio del suo allievo e accusando apertamente «la polizia e la magistratura» di voler assicurare l’impunità degli assassini, per continuare nei loro sordidi legami con la «cricca borghese» locale, di cui fece nomi e cognomi. «La feudale borghesia prizzese, imperniata fra la cricca del D’Angelo e Gristina, che culmina nel protezionismo di magistrati alti e di poliziotti senza pudore, ha potuto armare la mano a chi ha assassinato», fu il suo atto d’accusa. Il killer poté anche essere “un poveraccio prepotente”, ma ad armare la sua mano sono stati sicuramente i capi della consorteria mafiosa locale. Nonostante le denunce di Alongi, anche lo stesso Luigi Campagna, accusato di essere il killer di Rumore al processo fu assolto per insufficienza di prove. Nonostante tutto, Alongi decise di portare avanti coraggiosamente il programma per il quale aveva già perso la vita Rumore: unire le forze con le altre leghe contadine della provincia di Palermo ed avviare l’occupazione dei latifondi. Sperava ancora di poter spazzare via il vecchio ordine fondato sul latifondo, ma sapeva di essere «un morto in licenza». Infatti, la stessa mafia che aveva deciso la sorte di Rumore, lo avrebbe colpito con ferocia cinque mesi dopo la morte del compagno, il 29 febbraio 1920.
A Giuseppe Rumore il comune di Prizzi ha dedicato la via dove è stato assassinato. I socialisti prizzesi hanno posto una targa in marmo sul prospetto della casa dove il dirigente sindacale era vissuto. Il 1° febbraio 1996 una strada a Rumore è stata intitolata anche a Palermo dal sindaco Orlando. Il 28 febbraio 2015, a Palermo, nel Giardino della Memoria di Ciaculli il Gruppo siciliano dell’Unci e la sezione distrettuale dell’Anm ha piantato un albero in sua memoria. Il 22 settembre 2015, Rumore è stato ricordato a Prizzi con una manifestazione organizzata dalla Cgil e dal Comune.

Fonte mafie blog autore repubblica

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