C’è ancora qualcuno che osa sostenere che in Italia esiste la libertà di parola, la libertà di stampa, la libertà d’informazione? Ma mi faccia il piacere! Vi dispiace se scomodiamo George Orwell e la sua Fattoria degli animali?’ ‘Tutti gli animali sono uguali, ma qualche animale è più uguale degli altri’. Lo diceva lui, Orwell cioè. Verrebbe da dire, aristotelicamente parlando: ipse dixit! Non è forse ancora così? Noi sperimentiamo quotidianamente, sulla nostra pelle, questa triste ed amara verità. Ne abbiamo subito di angherie, di soprusi. Specie quando ci dicevano, e continuano a dirci, che abbiamo ragione ad essere ossessionati dalla ricerca della verità. Ma, purtroppo, sbagliamo sempre, e comunque. Sbagliamo  il metodo di tale ricerca che a volte diventa qualcosa di estremamente compulsivo. Sbagliamo inoltre il linguaggio. Non abbiamo la padronanza della lingua. Della lingua della verità! Come se la verità ha bisogno di una lingua per essere rivelata e, soprattutto, dimostrata. La verità è nelle cose, negli atti. Per i comuni mortali bastano le prove, le testimonianze. Basta ascoltare la viva voce dei protagonisti di un evento delittuoso, magari attraverso delle fedeli intercettazioni. Ma non è così per alcuni soggetti, quelli più uguali della gente comune, più uguali di quel popolo che dovrebbe essere sovrano, ma che di fatto non lo è. Per loro non bastano né documenti, né intercettazioni,  né tantomeno interrogatori. Non bastano  le prove cioè. Quelle che in gergo giudiziario vengono denominate pistole fumanti. E no! Per gli appartenenti alla casta di coloro che se la cantano e se la suonano da soli, ci vuole sempre ben altro. Una cosa è indagare su pinco pallino, altra cosa è indagare, ad esempio, su un procuratore della Repubblica.

Ogni riferimento a fatti e personaggi, come da copione, così come prevede la mordacchia istituzionale, è puramente casuale. Il sottoscritto è un docente di Lettere di Racalmuto, il paese di Leonardo Sciascia, dove il celebre scrittore ha trovato copiose fonti e stimolanti ispirazioni per scrivere, in contrada Noce, nel suo buen retiro di campagna, quasi tutti quanti i suoi romanzi e saggi di successo internazionale.

Il sottoscritto, per la cronaca, anche quella giudiziaria, sia essa  penale che civile, è stato pure sindaco del paese di Sciascia per 13 anni, oltre che presidente della Fondazione  a lui dedicata, oltre che vittima del cosiddetto ‘sistema Montante’. Il sottoscritto è anche autore di un libro, ‘il sistema Montante’. Un libro che ha un po’ scombussolato, per lo meno fino a qualche mese fa, il cosiddetto ‘ordine costituito’. Ordine costituito cioè per delinquere ed attentare alla libertà dei cittadini, delle imprese e delle pubbliche istituzioni. Nel corso delle mie desolanti peregrinazioni, attorno e dentro certe sedi istituzionalmente preposte a stabilire ciò che vero e ciò che è falso, ciò che giusto e ciò che è ingiusto, mi è capitato di imbattermi in diversi procuratori della Repubblica. Non me ne vogliano perciò alcuni di loro se, a questo punto, sono costretto ad evocare la scena di uno degli ultimi romanzi di Sciascia, ‘Una storia semplice’, non tanto per disconoscere o mettere in discussione le loro capacità, ma piuttosto per disquisire della loro grammatica e sintassi istituzionale o, se preferite, più squisitamente giudiziaria.

Di seguito potrete apprezzare la crudezza di un semplice colloquio, tra un vecchio professore di Italiano ed un suo ex alunno, nel frattempo diventato procuratore della Repubblica…

Procuratore:  Si ricorda di me, professore?

Professore: Certo che mi ricordo!

Procuratore: Se mi permette vorrei farle una domanda. Poi gliene farò anche altre ma di diversa natura. Nei componimenti di italiano lei mi assegnava sempre un “tre”! Perché copiavo… Poi una volta mi ha dato un “cinque”. Ma perché?

Professore: Perchè quella volta aveva copiato da un autore più intelligente.

Procuratore: Eh, già… l’italiano! Ero piuttosto debole in italiano. Ma come vede non è stato un gran guaio. Adesso sono qui! Procuratore della Repubblica!

Professore: Vede “l’italiano” non è “l’italiano”! E’ il ragionare! Con meno italiano lei sarebbe forse ancora più in alto.

Purtroppo in Italia difficilmente riusciamo a ragionare. Ed altrettanto difficilmente riusciamo a far prevalere, non solo la ragione od il buon senso, se preferite, ma anche un minimo di dignità umana o di decenza.

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